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STORIA |
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L’AGGUATO DI AGEDABIA
Del Capitano Guglielmo Tilgher che cadde eroicamente pistola in pugno alla testa dei suoi ascari non resta memoria negli Uffici Storici della Difesa. Un terribile agguato e uno sterminio senza pietà tra le dune infuocate del deserto libico.
In quel lontano giugno del 1923 i battaglioni eritrei mandati in Libia, unitamente al Corpo di spedizione italiano,, impegnati in operazioni di polizia per portare la pace in quel territorio sabbioso in preda alle razzie di banditi sponsorizzati dall’emiro, in fuga continua, Saied Idris El Sanassi dell’omonima cabila senussita, sul gebel pirenaico di Agedabia la calura di giorno era insopportabile. Le colonne italiane, i battaglioni eritrei, le bande organizzate avevano rioccupato e pulito tutto il territorio del Nord fino ad Agedabia ed erano passate oltre convinte di avere aperto un certo periodo di tranquillità. Almeno lo speravano l’Alto Comando della Colonia unitamente ai sempre euforici politici dell’epoca. Ma le strane menti coraggiose degli ufficiali italiani alla guida di battaglioni indigeni, di bande semiregolari, la pensavano diversamente. Anche se diverse cabile di nomadi beduini avevano fatto atto di sottomissione e giurato fedeltà al Governo Italiano, quei coraggiosi ufficiali sapevano che non era tollerabile che le squallide tende beduine venissero sistematicamente distrutte dai banditi, che le donne venissero stuprate, i bambini massacrati per impadronirsi del misero raccolto, delle scarne pecore e dei magri cammelli. Per cui stavano sempre sul chi vive asciugandosi il sudore, scacciando le mosche sul viso, tracannando liquori dinnanzi alle proprie tende e sognando “mabruke” di amori esotici. Una delle bande più feroci era quella comandata dal negro sudanese El Greggia che, avvalendosi di arabi “bellaga” dell’altopiano della Sirtica orientale regolarizzati Senussiti e di elementi Mogarba ed Auaghir, rappresentava la banda predone più efferata con gli indigeni Abid e Brasa al comando del sanguinario e inesorabile Omar El Muktar. Il capitano Guglielmo Tilgher era stato fino a poco tempo prima l’aiutante maggiore del comandante della Colonna Riccardo Ronchetti e ad un certo momento si ritrovò in forza al VII Battaglione eritreo. Quasi certamente era si trovava a disposizione in attesa della nave che da Bendasi sarebbe partita due giorni dopo per portarlo in Italia, a Napoli, in licenza matrimoniale e con prossima altra destinazione in seguito ad imminente promozione a maggiore. La segnalazione sull’aggressione della banda di El Greggia a Marsa el Brega avrebbe dovuto mobilitare il XIV Battaglione eritreo. Ma proprio in quel frangente questo battaglione era partito per altra missione. La segnalazione raggiunse quindi il VII Eritreo comandato dal maggiore Melelli. Forse perché il capitano Cacciò si trovava prossimo a partire da Bir Bilal per l’Italia, forse perché una nuova sostituzione era appena giunta dall’Italia, fatto sta che il capitano Guglielmo Tilgher ebbe l’ordine di partire per Marsa el Brega con tre autoblindo mitragliere in avanscoperta per un primo approccio ed una ricognizione. L’autocolonna rastrellò tutta la zona fino ad una altura nelle vicinanze della ridotta di Telimum in vista del mare di Zuetina. Sembrava una zona adatta per riposare. Invece era un agguato fatale. Si riesce a sapere soltanto che gli ascari si accingevano a riposare un poco accanto alle autoblindo. Fu un’azione senza scampo per alcuno. Il capitano Tilgher si sentì perfino chiamare per nome. Pistola alla mano aprì e ordinò il fuoco. Il sole torrido in quel giorno di giugno vide su quella piccola altura immensi falò. Non rimase più nulla all’infuori di colonne di fumo nero nella notte stellata. Il giorno seguente il maggiore Melelli del VII Battaglione eritreo, rifiutando il consiglio di capi arabi sottomessi di non muoversi, con il fermo proposito “che gli ordini vanno eseguiti”, parte da Bir Bilal verso Marsa Brega, percorre tutto il territorio fin verso il mare e, proprio in vista di Zuetina viene assalito da preponderanti forze di banditi. Cadono tutti ad uno per volta in un inferno di fuoco e fiamme. Il maggiore Melelli, il suo aiutante il capitano Rorai ed altri ufficiali, sottufficiali ed ascari cadono in un mare di sangue. Alcuni ascari, una decina, cercano di salvarsi prendendo riparo dietro ad alcuni muretti che in passato avevano costruito mentre qualche autocarro trova scampo marciando velocemente sotto il fuoco. L’allarme era ormai stato lanciato e da mare accorreva anche una nave italiana. Il comandante della nave aveva dato l’ordine prudenziale di non sbarcare anche perché c’erano combattimenti in corso. Ma il S. ten. Tonini del RT di bordo, immerse in mare una lancia andando a dare man forte agli ultimi superstiti ascari che si difendevano come potevano. Al giovane ufficiale fu assegnata una medaglia d’oro al V.M. Ormai tutti furono mobilitati nella zona di Agedabia. Perfino il colonnello Ronchetti con i maggiori Bergesio e Fiorineschi furono inviati alle ricerche della fine del VII Eritreo e dei corpi dei caduti. Nel settembre di quell’anno i corpi superstiti furono tutti tumulati alla Giuliana e soltanto in tempi successivi furono traslati a Tripoli. Dei corpi e dei mezzi di Guglielmo Tilgher non è stato mai più trovato alcunché. Non si è mai saputo niente. A Napoli attendevano la madre, i fratelli, le sorelle, la sposa imminente, la Ginevra di una aristocratica famiglia napoletana. Era giunto dal Ministero soltanto la comunicazione che “il capitano Guglielmo Tilgher risultava disperso in combattimento”. Fu negli anni sessanta che l’indimenticabile generale Guido Bauer mi conobbe al giornale dove lavoravo e mi regalò certe allegre poesie raccolte in una “copertina per gli atti del carteggio” della Divisione Carabinieri Reali di Bendasi scritte dal colonnello Ronchetti e per copia conforme dal capitano Guglielmo Tilgher aiutante maggiore. Il generale Bauer ha effettuato ricerche veramente preziose di tutti i possibili ancora viventi a conoscenza di quell’operazione. Le ricerche del generale Bauer si erano esaurite ed in quel tempo l’Italia elogiava e stanziava anche soldi per un film su Omar Ben Muktar, elevato da Gheddafi ad eroe per la “libertà” della Libia dal “giogo” aggressivo degli italiani, un patriota libico da mitizzare. Bisogna riconoscere che El Greggia ben Abdalloa, negro sudanese, aveva grande competenza strategica e tattica. Sia questo che le bande di Abballa ben Sollun, Chalet el Homri, Abdussalam el Chezza dipendevano tutti da quella di Omar ben Muktar, tutti spietati aggressori di beduini ed arabi di oneste e laboriose cabile. Nemmeno il Commissariato generale onoranze Caduti in guerra ha potuto accertare che fine abbia fatto il cadavere del capitano Guglielmo Tilgher. Dal 1923 è rimasto soltanto il titolo “disperso”. C’era sulla collinetta nei pressi di Solluk la ridotta di Telimun. La quota e la ridotta erano state intitolate al capitano Guglielmo Tilgher. Dubito che siano rimaste con tali toponimi. Negli uffici storici, eleganti e belli, della Difesa il VII Eritreo non esiste. C’è un solo foglietto che non dice alcunché. Sono tutti scomparsi dalla Storia e dalle memorie.
Di MARIO TILGHER
06/09/2005
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Ultimo aggiornamento: domenica 16 ottobre 2005