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I Dubāt di Somalia
Il Fascismo in Etiopia
di Francesco Boco
Il tempo passa, se lo brucia il sole se lo bevono le stelle se lo porta via il vento e la strada č tanto lunga…
La strada č tanto lunga, pių della nostra vita e il tempo č breve… Cammina, carovana, cammina!…1
Questo č un canto dei Dubāt di Somalia, le vigili bande della pių meridionale frontiera del dominio africano d’Italia. In esso si legge il disappunto di dover camminare piano, al ritmo dei cammelli in carovana, poiché essi sono portati per temperamento a preferire l’impeto e la velocitā.
Allāh č grande e puō tutto! Cosa possiamo noi chiedergli? Che il nostro moschetto spari giusto, che gli sciacalli di Sellassié non colpiscano mai il nostro Comandante perché la sua vita č pių preziosa della nostra vita; perché egli ci guida lontano lontano lontano verso la vittoria…2
Non casualmente un manifesto propagandistico dell’epoca ritraeva il volto di un guerriero Dubāt affiancato alla testa di un leone. Il loro coraggio, il loro ardimento ed il loro sprezzo del pericolo e della morte hanno qualcosa di non comune, appartenente alle usanze ed alla stirpe stessa di questi combattenti. Caratteristica principale dei Dubāt č la velocitā, la capacitā di viaggiare per giorni interi o settimane sotto un sole rovente resistendo ad ogni disagio, viaggiano senza scorte di acqua o cibo. “Tutta la lunghissima linea di frontiera, dal Kenia all’Abissinia al Somaliland, era stata sempre vigilata dai ‘Dubāt’, che si spostavano con la rapiditā del baleno da una zona all’altra, coprendo in ventiquattr’ore di marcia distanze per noi inverosimili.”3
Fino all’avvento del governo fascista la Somalia era soggetta a incursioni e razzie compiute da predoni provenienti dal territorio abissino. Le autoritā italiane, per porre fine alle razzie, offrivano doni e rupie ai predoni, i quali perō facevano ritorno una volta terminato il bottino. Nei territori sultaniali di Obbia e Migiurtinia si armarono per ribellarsi all’autoritā italiana sotto la guida del vecchio capo Osman Mahammud. Fino al 1924 le incursioni rimasero all’ordine del giorno ed era nell’aria una rivolta. Il governatore De Vecchi perō non lasciō sfuggirsi di mano la situazione ed incaricō il colonnello Camillo Bechis, da molto tempo in Somalia, di formare delle speciali bande di frontiera esperte ed addestrate nel loro compito, da affiancare alle truppe regolari. La guerra che si annunciava era infatti di movimento e d’imboscata. “Il colonnello Bechis formō in breve numerosi reparti di frontiera e i nuovi militi vennero chiamati ‘Dubāt’, cioč ‘turbanti bianchi’ dal colore del loro caratteristico copricapo (dal somalo ‘dub’, turbante, e ‘āt’, bianco). La scelta fu accuratissima e i risultati ottenuti dall’impiego delle bande, ne furono conferma pių tangibile. Il reclutamento venne fatto esclusivamente fra elementi delle ‘cabile’ di frontiera che potevano dare un sicuro affidamento oltre che per lo spirito combattivo e la straordinaria resistenza, anche pel fatto che conoscevano il terreno e le genti con le quali avrebbero avuto probabilitā di incontrarsi o per fare la guerra o per impedire razzie e sconfinamenti. Lo scopo era quindi duplice: avere a disposizione una truppa sceltissima da impiegarsi come reparto d’assalto e garantire nel contempo le frontiere del Kenia e dell’Abissinia, ma specialmente quest’ultima, dalle invasioni dei predoni che erano considerati invincibili dai nostri sudditi e ciō per il semplice fatto che per il passato avevano sempre avuto la briglia un po’ troppo sciolta. La prima linea di ‘Dubāt’ venne stabilita fra Dolo e Belet-Uén, ossia fra le testate del Giuba e dell’Uebi Scelebi (il fiume dei leopardi) e i primi risultati superarono ogni pių rosea previsione. Al comando delle varie bande vennero assegnati quasi sempre ufficiali provenienti dagli alpini.”4
I Dubāt sono coraggiosi di natura, e le loro mogli rifiutano un marito vile e timoroso di arruolarsi nelle bande di frontiera. Zanon riporta diversi episodi da cui emerge il coraggio di queste genti, ne ricorderemo due. Nella guerra di Migiurtinia le bande hanno avuto un ruolo preponderante, per la loro mobilitā, per il loro coraggio e per la capacitā di combattere col pugnale una volta finite le cartucce, piuttosto che arrendersi. A karųm, venticinque ‘dubāt’ comandati da un ‘buluk-bāsci’ degli zaptié’, resistettero per due giorni senza viveri, asserragliati in una ‘garrisa’, combattendo contro cinquecento armati ribelli e riuscendo alla fine a porsi in salvo senza subire alcuna perdita. Una banda comandata da un caporal maggiore composta di sessantadue uomini, aveva ricevuto l’ordine di tenere a qualunque costo una posizione presso Gardo nell’altipiano di Sool. Dopo un mese di guardia, il graduato mandō cinque Dubāt a rifornirsi di provviste. Fatte poche centinaia di metri i cinque vennero fulminati dalla fucileria del nemico, abilmente nascostosi nelle vicinanze. Il graduato, uscito dal fortino, subė la stessa sorte. Pių di seicento nemici assalirono il fortino, digiuni da giorni i difensori spararono le ultime cartucce e poi, decimati ma non vinti, afferrarono i fucili per le canne e coi pugnali fra i denti si lanciarono in un ultimo disperato assalto. Gli eroici combattenti caddero a pochi passi colpiti dai fucili, i superstiti ingaggiarono una lotta mortale col calcio del fucile e i pugnali. Nessuno dei sessantadue Dubāt rimase in piedi, solamente tre, gravemente feriti, ebbero la forza di camminare decine di chilometri fino al primo posto di guardia italiano e raccontare la vicenda. La posizione venne tenuta e i nemici si ritirarono. “Ma v’č un’altra attivitā che č necessario mettere in evidenza. I ‘Dubāt’ se c’č la guerra sanno sacrificarsi, come abbiamo visto, fino all’ultimo. Se c’č l’ordinario servizio di pattuglia o di portaordini fanno prodigi di resistenza. Quando poi, presso i vari presidi delle bande rimane una certa disponibilitā di uomini, allora questi si trasformano in abilissimi costruttori di strade. Eroi in guerra, i ‘Dubāt’ sono tenaci lavoratori in tempo di pace. Pozzi, cisterne, case, campi di fortuna, tutto ciō che costituisce opera di pubblica utilitā lungo la zona di frontiera, viene eseguito dalle bande. […] Dalla frontiera del Kenia a quella abissina e a quella del Somaliland inglese, v’č ora una rete regolare di strade che permette di transitare comodamente e sicuramente in auto.”5
Note
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Ultimo aggiornamento: sabato 18 giugno 2005