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LA RISCOSSA DEL SOLSTIZIO

 

L’USCITA DALLA CRISI E LA PREPARAZIONE DELLA VITTORIA

 

Come e dove la battaglia difensiva-offensiva dell’estate del 1918 costrinse le forze nemiche a ritirarsi e preparò l’attacco finale. Un’ardita e vittoriosa manovra, troppo spesso sottovalutata.

 

            I drammatici avvenimenti militari della fine del 1917 avevano imposto, con il mutamento dei vertici militari, un capillare lavoro di ricostruzione delle grandi unità provate dagli eventi e complesse operazioni di approvvigionamento di materiali per ripianare le gravi perdite. Il nuovo Comando Supremo, con alle spalle una nazione finalmente compatta e desiderosa di rivincita, diede maggior coesione all’esercito, migliorò il funzionamento degli stati maggiori e si occupò come non mai del morale delle truppe mediante la felice istituzione, civile e patriottica, della “Propaganda”. A tergo del combattente la nazione si prodigò in uno sforzo industriale e bellico davvero eccezionale.

            La battaglia di arresto sul Piave e la prima difesa del Grappa furono una “coda” tutt’altro che trascurabile della ritirata di Caporetto; il 30 dicembre la difesa italiana aveva rischiato di crollare nuovamente sotto i colpi nemici se l’azione sul monte Tomba, in gran parte ad opera dei francesi, non avesse evitato la catastrofe. La sosta invernale, comunque, se da un lato consentì l’opera di ricostruzione dell’esercito, permise nel contempo al nemico di preparare un grandioso piano offensivo diretto a far crollare definitivamente le nostre difese. Dopo i primi mesi di difensiva degli alleati su tutti i fronti, il 21 marzo si scatenò su quello occidentale l’offensiva tedesca che sarebbe continuata fino a luglio, con successi germanici. In quei mesi, sul nostro fronte, i due eserciti si controllavano reciprocamente apprestandosi a giocare al meglio le proprie carte. Il nostro Comando, con un eccezionale servizio informazioni ed in assoluta segretezza, vigilava sulle predisposizioni offensive nemiche delle cui forze veniva a conoscere dati, entità, dislocazione; tale segretezza creò inconsapevolmente dissapori con il Generale Foch il quale, pur essendo comandante in capo dell’esercito francese, coordinava in prima persona gli eventi militari sul fronte italiano. Egli, tenuto all’oscuro su quanto avveniva, continuava ad incitare Diaz all’offensiva sull’altopiano di Asiago con una insistenza che andava ben oltre lo spirito di collaborazione. L’ultimo suo intervento in tal senso si ebbe il 12 giugno, subito dopo l’irruzione dei tedeschi a Noyon, ma il nostro Comandante non ebbe nemmeno l’opportunità di dare riscontro alla richiesta: il giorno dopo il 13, aveva inizio l’azione diversiva nemica al passo Tonale (operazione “Valanga”) e, con essa, la splendida “battaglia del solstizio”, brillante vittoria difensiva che fu la necessaria premessa per l’avanzata finale di Vittorio Veneto.

            Alle ore 3,30 di quel giorno due divisioni della 10° Armata austriaca attaccarono al passo Tonale, nell’intento di spostare l’attenzione degli italiani su quel settore, per poi raggiungere Edolo e sfociare addirittura in Lombardia; l’azione, ambiziosa, non ebbe successo. Il vero piano operativo  nemico, come sempre caldeggiato dal Maresciallo Conrad, prevedeva una ben più vasta offensiva da realizzarsi mediante due attacchi che favorissero una grande manovra accerchiante, suggerita anche dall’andamento convesso della linea italiana: azione dimostrativa sugli altipiani fin dal primo giorno per sfociare in pianura e muovere alla volta di Vicenza e contemporaneo, principale sforzo di rottura nella zona di Montello, impegnando anche il basso Piave, al fine di avvolgere la più grande massa possibile dell’esercito italiano, fra Treviso e Vicenza. Nel settore montano, retto dalla VI Armata del Generale  Giardino, la nostra difesa aveva una certa profondità soltanto nella parte centrale; ai due lati essa era alquanto fragile e consentiva un agevole superamento in particolare ad est, verso il Grappa, dove era più facile scendere in pianura. Lungo il Piave, la nostra linea coincideva con la riva destra del fiume ed era difesa dall’VIII Armata in corrispondenza del Montello e fino al mare dalla III del Duca d’Aosta.

            Il fronte nemico era suddiviso in due “Gruppi”, quello del Generale Conrad nel tratto montano, quello del Piave affidato a Boroevic. Nel settore dell’attacco principale si fronteggiavano otto divisioni austriache e sette italiane.

 

 

Seimila cannoni

 

         L’azione nemica  avrebbe dovuto iniziare (come effettivamente iniziò) alle ore 3 del 15 giugno con un poderoso tiro di preparazione di oltre cinquemila bocche da fuoco. Il nostro Comando Supremo, già a conoscenza dei piani avversari, il pomeriggio precedente intercettò un messaggio in cui tale ora veniva precisata: le primitive disposizioni, che ordinavano a tutte le artiglierie di dare inizio alla “contropreparazione” con assoluta immediatezza non appena il fuoco nemico sarebbe iniziato, anticiparono alle 2,30 l’apertura del fuoco. Circa seimila cannoni, dall’Astico al mare, colsero di sorpresa il nemico nel suo momento più critico, quello che precede l’attacco. Basi di partenza, postazioni, schieramenti di artiglieri, truppe allo scoperto e vie di comunicazione furono sottoposti a fuoco improvviso ed inatteso e questo spettacolo terribile, soprattutto allorquando le due masse di artiglieria si sommarono, illuminò a giorno il campo di battaglia (molto opportunamente l’artiglieria italiana celebra tuttora tale giorno come festa dell’Arma). I danni maggiori furono subiti dagli austriaci, perché allo scoperto, mentre i nostri agivano riparati nelle trincee e nei ricoveri. Ciò malgrado, alle ore 7 scattò l’attacco del nemico che operò con slancio, mettendo in evidenza coraggio e spirito combattivo; sull’altopiano gli austriaci superarono le prime linee ma, su quelle di resistenza, furono arrestati e nella stessa serata ricacciati sulle linee di partenza. Anche sul Grappa l’avanzata fu ricacciata con irruenza dai reparti della IV Armata; fu perso Col Moschin ma l’indomani il IX Reparto d’Assalto del giovane maggiore Giovanni Messe (che si distinguerà nel secondo conflitto mondiale) riuscì a riconquistarlo.

            In pianura, al Montello, nel settore dell’VIII Armata il nemico superava il Piave alle Greve di Papadopoli verso Nervesa,  spingendosi fino a Maserada. Le truppe d’assalto nemiche, alle prime luci, erano riuscite a forzare il fiume su barconi senza gravi perdite, protette da cortine fumogene alte fino a venti metri e seguite subito dopo dalle unità di fanteria, anch’esse traghettate, mentre venivano gettati ponti e passerelle. Nel pomeriggio il forzamento completato, le due linee conquistate ma davanti alla terza le nostre truppe, specialmente a Nervosa, reagirono con violenti contrassalti che arrestarono l’avanzata.

            Nel basso Piave, dove operava la III Armata, battaglioni nemici irruppero conquistando una fascia di circa un chilometro verso l’ansa di Zenzon e nelle zone più a sud ma, nel pomeriggi, le unità nemiche furono sottoposte a violenti contrattacchi che sarebbero continuati anche il giorno successivo.

            La sera del 15 il consuntivo del settore montano era più che lusinghiero per gli italiani, tanto che Conrad fu costretto a comunicare a Re Carlo, in ansiosa attesa a Bolzano sul treno imperiale, che le loro truppe erano state rigettate sulle posizioni di partenza. In pianura l’avanzata, pericolosa e profonda sul Montello, era stata arrestata e l’offensiva era potenzialmente fallita anche se la lotta sarebbe continuata ancora per tre giorni (per insistenza dello stesso imperatore, che chiedeva di “conservare le posizioni in nome della monarchia”). Il giorno 16, funestato da piogge torrenziali, con l’afflusso delle riserve divisionali iniziarono i contrattacchi italiani che si protrassero anche il giorno successivo, in particolare sul Montello e nel basso Piave, dove peraltro il traghettamento delle truppe nemiche continuava malgrado la piena del 17; gli austriaci riuscivano a collegare le teste di ponte di Ponte di Piave, San Donà e Meolo. Dal pomeriggio di quel giorno e fino al 19 si ebbe una sosta durante la quale il nemico fece affluire sul Montello le riserve disponibili; ebbe quindi inizio la controffensiva italiana. Il Comando Supremo, ormai ben orientato sull’entità e sulla direzione dello sforzo nemico, imbastì la sua controffensiva affidando la reazione principale alla VII Armata, mentre nel basso Piave si sarebbe attuata un’azione di logoramento.

              Alle ore 14 (del 19) iniziò il nostro tiro di preparazione e un’ora dopo l’attacco sul Montello e contro Nervosa che, a sera, venne parzialmente riconquistata. La lotta riprese l’indomani e proseguì per tutta la giornata. Dopo l’ultimo contrattacco austriaco, che riuscì ad arrestare la nostra avanzata fino a notte, ebbe inizio il ripiegamento nemico sulla sinistra del fiume, che si sarebbe ultimata il 23 giugno. A sera del 20 Diaz poté annunciare: “Dal Montello al mare il nemico, sconfitto ed incalzato dalle nostre valorose truppe, ripassa in disordine il Piave”.

            Le perdite nemiche furono di 149.000 uomini, quelle italiane di 84.600 (di cui 1.759 inglesi e 592 francesi).

 

 

Vittoria difensiva

 

         La seconda battaglia del Piave, chiamata “del solstizio” perché avvenne a cavallo della congiunzione solare del 21 giugno, fu e rimane un classico esempio di vittoria difensiva la cui portata non va sminuita anche perché ottenuta contro un esercito affatto in sfacelo, bensì animato da spirito combattivo, desideroso di rivalsa e sicuro di vincere. Il successo italiano fu anche il primo ottenuto in campo alleato ad iniziare da marzo, allorquando fu intrapreso il ciclo delle offensive nemiche su tutti i fronti; ciò malgrado, il Comando Supremo fu subito sottoposto a critiche da parte alleata, per il fatto che non era stata disposta una immediata controffensiva. Critiche ingiuste in quanto l’affermazione vittoriosa del nostro esercito era stata ottenuta grazie ad una intelligente condotta prettamente difensiva, come già detto, e basata su conseguenti schieramenti; cambiare assetto non era né semplice, ne fattibile anche perché, alla fine di giugno, non si era ben sicuri delle reali condizioni dei reparti, sia nostri che austroungarici. Una controffensiva immediata sarebbe stata colma di incognite e non era da escludere un possibile, clamoroso insuccesso. Il nostro Comando, ben guidato da Diaz, mostrò invece grande saggezza e prudenza e, soprattutto, si adoperò con scrupolo per predisporre la grande, successiva offensiva ancora una volta in assoluta segretezza, tanto che né gli alleati né i nostri organi di governo erano a conoscenza di quanto si stava preparando. Sul fronte occidentale, dopo le fallite offensive, i tedeschi preconizzavano lo scontro finale, ma non nell’immediato; essi prevedevano che la sfida si sarebbe conclusa nella primavera dell’anno successivo (1919).

            Il 25 settembre il Comando Supremo diramò le prime disposizioni alle unità, che venivano completate in uomini e mezzi per poter passare dalla guerra di posizione a quella di movimento. Il momento favorevole si ebbe il 30 settembre, allorquando le operazioni sul fronte balcanico, sfavorevoli agli austriaci, consigliarono l’azione. La manovra ideata dagli italiani prevedeva due azioni coordinate: una dimostrativa, sul fronte montano, e una decisiva sul Piave. Ci si proponeva di separare, in pianura, il punto di congiunzione della 6° e 5° Armate austriache intercettando la principale via di comunicazione, dopo che Conegliano si biforca per Sacile e Vittorio, al fine di rendere impossibile la difesa ed impedire un’eventuale ritirata. Da tale breccia si sarebbero dovute isolare verso nord le truppe nemiche del Trentino e, ad est, tagliare la ritirata della massa di pianura. Lo schieramento nemico, infatti, era diviso in due grandi aliquote: l’Esercito Trentino con la 10° ed 11° Armata (Conrad) e l’Esercito del Piave con la 6° e la 5° (Boroevic); tra di essi, il Gruppo Belluno con funzioni di cerniera, dal Grappa al Piave. In totale, 61 divisioni con una massa di circa un milione di uomini e settemila cannoni.

            L’esercito italiano schierava anch’esso 61 divisioni (di cui due francesi, tre britanniche ed una cecoslovacca), dallo Stelvio al mare nella seguente successione: VII Armata delle Giudicarie (Tassani), I del Trentino (Pecori Girali), VI degli altipiani (montuosi), IV del Grappa (Giardino), XII (Graziani, francese), VIII del Montello (Caviglia), X (R.F. Lambert Earl of Cavan, inglese) e III del Piave (Duca d’Aosta). Complessivamente circa novecentomila uomini e ottomila cannoni.

            Le operazioni ebbero inizio il 24 ottobre, ad un anno esatto dall’inizio della battaglia di Caporetto. L’azione doveva impegnarsi su tutto il fronte. Pioveva a dirotto e le acque del Piave crescevano paurosamente; all’alba quattro battaglioni della X Armata (due italiani e due inglesi) riuscirono a traghettare su un isolotto alle Greve di Papadopoli, ma le condizioni della corrente impedirono, nel settore dell’VIII Armata di Caviglia cui era affidato il compito della rottura il gettamento dei ponti; le operazioni di tale Armata si dovettero rinviare alla notte del 27, di ben due giorni.

 

 

Giardino riprende l’azione

 

         Sul Grappa, dove la IV Armata iniziò la sua azione contro il Gruppo Belluno, il Generale Giardino aveva così delineato la sua azione, due giorni prima: rottura della prima linea difensiva nemica e sbocco verso Feltre e Primolano per interrompere le linee di comunicazione del nemico schierato a tergo. Azione rapida e travolgente che, sulla destra, doveva essere protetta ed appoggiata dalla XII Armata. La preparazione di artiglieria, scandita ad ore diverse nei settori di corpo d’armata, ebbe inizio alle ore 3 e terminò alle 5,30. Il primo assalto delle fanterie scattò alle ore 6 (6° Corpo) e dopo un’ora e mezzo quello degli altri corpi d’armata. Dopo la conquista dei primi tre obiettivi (m. Asolone, Pertica, Valderoa) a sera, dopo i contrattacchi nemici, rimaneva in nostro possesso solo la cima del Valderoa e l’imbocco della valle di S: Lorenzo. Nei due giorni successivi di lotta accanita la situazione, a parte lievi vantaggi, non cambiò molto. Il nemico tuttavia fu costretto a richiamare da Belluno le quattro divisioni di riserva: obiettivo della massima importanza, che consentiva di dare così inizio allo sforzo principale in pianura, mentre la IV Armata si apprestava a mantenersi sulla difensiva, pur con atteggiamento aggressivo tipico delle azioni dimostrative. Il teatro del Grappa diventava secondario e si esauriva in attacchi e contrattacchi fino al 31 ottobre allorquando, rotto il fronte del Piave, l’Armata di Giardino riprese l’azione, non più dimostrativa bensì decisiva, partecipando allo sfruttamento del successo con la conquista di Cismon e di Feltre. La IV Armata, tra morti, feriti e dispersi aveva perduto nella lotta, in pochi giorni, 24.507 uomini.

            L’azione decisiva era stata precisata nei dettagli dal Generale Caviglia con le direttive del 13 ottobre: mentre a destra la X Armata avrebbe costituito fianco difensivo e la XII, a sinistra, vigile appoggio, la massa d’urto sarebbe stata assicurata dall’8° e dal 12° Corpo della VII Armata rinforzati dal Corpo d’Armata d’Assalto e fiancheggiati, a sinistra ed in seconda schiera, dal 27°. Obiettivo: la città di Vittorio (all’epoca, privata dell’appellativo “Veneto”). Il primo balzo avrebbe dovuto assicurare il possesso delle colline di Conegliano, ove erano concentrati gli schieramenti delle artiglierie da campagna. Date le difficoltà per superare il fiume, che avrebbe potuto impedire il passaggio delle truppe, le unità di punta avrebbero dovuto manovrare (come sulla Bainsizza) anche lateralmente, per allargare la base delle teste di ponte. Il passaggio del Piave ebbe inizio nella notte tra il 26 ed il 27. L’ala destra della XII Armata (a sinistra dell’VIII) riuscì con fatica a gittare un ponte che venne subito sfruttato dai primi battaglioni alpini e da alcuni reparti della 51° Divisione dell’VIII Armata per costituire una prima testa di ponte; ma dopo alcune ore il ponte venne trascinato dalla corrente ed i reparti rimasero isolati, cosa che non impedì la conquista delle colline di Valdobbiadene e di mantenerne il possesso. Al centro, sul fronte dell’VIII, verso le ore 20 la Divisione d’Assalto riusciva a traghettare i primi reparti di arditi ed il 22° Corpo (che, si rammenta, costituiva insieme all’8° la massa d’urto dell’VIII Armata) a gittare due ponti su cui transitarono, dapprima indisturbati e poi sotto fuoco nemico, le sue due divisioni, una brigata nonché reparti del 27° Corpo. All’alba del 27 la corrente continuava a minacciare seriamente i ponti messi in opera ed impediva il gittamento di altri; verso le 9 l’artiglieria nemica veniva a cessare avendo assolto il compito della distruzione di tutti i ponti nel tratto Valdobbiadene-Nervesa; non rimaneva che attendere le ore notturne, per ritentare le operazioni. Intanto, l’avanzata dei primi reparti, che avevano preso piede nella piana di Sernaia, si faceva ardua; la Divisione d’Assalto veniva arrestata in mattinata davanti a Mariano ma l’arrivo di rinforzi vanificava un pericoloso aggiramento nemico. La reazione austriaca, nel pomeriggio, diventò più decisa ed alle 17 si riuscì  tuttavia a sostenere, grazie all’intervento delle nostre artiglierie, un furioso contrattacco ordinato dalla 6° Armata, che aveva lanciato nella zona le riserve di settore. A sera il nemico era arrestato ma la notte non poneva fine ai combattimenti mentre continuava il martellamento delle artiglierie che impediva ancora una volta la messa in opera dei ponti; si riusciva a ripararne soltanto uno che l’indomani, all’alba del 28, era nuovamente distrutto, così privando dei rifornimenti di viveri e munizioni i reparti isolati. La situazione si fa critica. Più a sud, sul tratto della X Armata (alla destra dell’VIII) la giornata del 27 era stata invece positiva in quanto il 24° Corpo d’Armata britannico ed una divisione italiana erano riusciti senza gravi difficoltà a guadare, anche su passerelle, il braccio orientale del fiume alle Greve di Papadopoli costituendo fin dal mattino una testa di ponte e facendo arretrare il nemico. E’ qui che il Generale Caviglia, con un colpo d’ala escogiterà la soluzione del suo problema tattico. La situazione del fronte italiano, la sera del 27, era tutt’altro che positiva e l’offensiva pareva compromessa: nel settore della XII Armata la testa di ponte di Valdobbiadene teneva ma in quello dell’VIII i reparti rimanevano isolati nella piana di Sernaia a causa del mancato gittamento dei ponti; né i successi della X, data la lontananza, consentivano un’azione di concorso. Il nemico intanto premeva ed operava proprio contro il 22° corpo, nel tratto più pericoloso e sensibile, essendo esso incaricato insieme con l’8° dell’azione di rottura. Il Generale Caviglia, che già il mattino del 27 aveva intuito un possibile insuccesso del forzamento, non esitò a ipotizzare un’ardita manovra, con altre masse. Per sostenere il 22° Corpo d’armata decise di sostituire l’inoperoso 8° Corpo della sua Armata con il 18° della X che aveva avuto invece fortuna nel forzamento del fiume, ordinando a suddetto Corpo (Generale Basso) di passare il Piave alle Greve di Papadopoli già in nostro possesso fin dal primo giorno. Decisione saggia, brillante e tempestiva che avrebbe poi consentito all’intera VIII Armata di transitare sulla sponda sinistra, nel mentre avrebbe fatto avanzare verso il fiume anche le unità di seconda schiera. Il movimento del Corpo d’Armata del Generale Basso veniva attuato nella notte piegando a nord verso Susegana e Conegliano, occupando i ponti della Priula e unendosi alla divisione britannica che dal giorno precedente aveva oltrepassato il fiume senza gravi difficoltà; le truppe isolate, intanto, resistevano eroicamente.

            Con la minaccia attuata sul fianco sinistro della 6° austroungarica la pressione nemica sul 22° Corpo d’armata veniva neutralizzata e la frattura tra l’VIII e X Armata italiane eliminata. Alle 16,30 del 28 il Generale Caviglia, consapevole del successo, rinviava all’indomani la prosecuzione dell’impresa e reiterava all’VIII Armata il primitivo ordine riferito all’obiettivo da raggiungere: “Vittorio e le alture a nord di Vittorio”. Per gli austriaci non v’era altra prospettiva che la ritirata; gli ordini in tal senso del Comando della 6° Armata, visti i successi italiani, erano già stati dati la mattina alle 8,30 per attuare, dalla sera del 28 al mattino del 29, il movimento retrogrado sulla seconda posizione difensiva (corso del Monticano), con adeguata protezione di retroguardia. Nella stessa notte i nostri pontieri non cessarono di gittare e riattare i ponti sul Piave.

            Questa volta stabilmente e malgrado l’intenso fuoco delle artiglierie, sui quali riuscirono a passare, infine, anche le unità dell’8° Corpo d’armata e quelle ultime del 22°. Il giorno 29 il nemico diede l’impressione di voler rinunciare alla lotta e gli avvenimenti assunsero quindi un ritmo accelerato. Verso nord le truppe della XII Armata incalzavano spedite le retroguardie nemiche sui monti superando la stretta di Quero e puntando su Feltre; al centro l’VIII si incuneava tra la 6° e la 5° Armata austriache, separandole, travolgendo tutto quanto incontrava nella sua avanzata ed oltrepassando il Monticano in direzione di Vittorio; in pianura, la X avanzava speditamente mentre sulle due ali estreme la VI Armata, sui monti, rintuzzava le reazioni nemiche e verso il are la III si apprestava a superare il Piave. Le comunicazioni tra l’esercito austriaco del settore montano e quello della pianura venivano interrotte in quanto facevano tutte capo a Vittorio. La 6° Armata austriaca, ormai isolata, in parte rimase distrutta ed in parte fu fatta prigioniera. La breccia prodotta dal nostro esercito era ormai incolmabile.

 

 

Un grande bottino

 

         Il 30 su tutto il fronte ebbe inizio l’inseguimento. Alle 10 le prime truppe entravano in Vittorio e verso sera veniva occupato il vicino abitato di Serravalle, più a nord. Il giorno 31, il nemico, attaccato di fronte ed aggirato da ovest cedeva, mentre tutte le nostre divisioni impegnate nel tratto centrale valicavano le prealpi per affacciarsi sul Piave, che veniva raggiunto l’1 novembre. L’8° Corpo continuava la sua marcia verso Ponte delle Alpi e Longarone mentre il 27° puntava alla valle del Cordevole, dove sarebbe giunto il 3 novembre. In pianura la X e la III raggiungevano il Livenza; il 2 novembre ripresero la marcia verso il Tagliamento che verrà superato il 4 novembre mentre le retroguardie nemiche venivano aggirate, sorpassate, catturate insieme ad interi stati maggiori, artiglierie, viveri e carriaggi. La ritirata era ormai una fuga. Dallo Stelvio al Piave gli eventi non erano dissimili: il 2 novembre la I Armata occupava Rovereto, il 3 la VII era in vista di Bolzano e la VI in quello stesso giorno raggiungeva Fiera di Primiero mentre venivano conquistate Trento, Trieste e Udine.

            Il bottino di questa grande battaglia fu di 416.116 uomini, 10.658 ufficiali e 6.818 cannoni (bollettino dell’11 novembre ) e di una enorme quantità di materiali di ogni genere. Sul fronte del Piave (del Grappa si è già detto) le nostre perdite furono di oltre 35.000 uomini, di cui 1.400 ufficiali. Piero Pieri ha definito quella di Vittorio Veneto una “magistrale battaglia di rottura”; accumunandola a quella del Solstizio, dalla quale non si può prescindere, egli sottolinea che “…in esse compenetrarono e integrarono saggezza e fermezza dei capi ed eroismo e costanza di gregari…L’importanza decisiva di queste due battaglie nella storia del conflitto mondiale appare anche ai ciechi e non è il caso di insistervi…dopo quindici secoli un esercito italiano ricacciò prima, frantumò poi un esercito tutto straniero, e più numeroso, e di antiche tradizioni, e con uno Stato Maggiore assai buono”.   

             La pace in Italia arrivò con la firma dell’armistizio concesso all’Impero austro-ungarico, il 3 novembre; non va dimenticato che sugli altri fronti questo atto fu concluso solo dopo l’indiscussa vittoria italiana e in data successiva, l’11 novembre, a dimostrazione che soprattutto sulla nostra fronte, prima che altrove, si giocò il destino d’Europa.

 

 

Di PIETRO GRASSI

 

Foto, dall'alto:

- Ardito Flammiere

- Soldato Fanteria

- Ufficiale Battaglione aviatori

- Dragone Piemonte Reale

 

              

Ultimo aggiornamento: sabato 21 maggio 2005