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Il Grandammiraglio Karl Dönitz: l’ultimo presidente della Germania unita

 

di Harm Wulf

 

Großadmiral Karl Dönitz

 

La successione, il Governo, il procedimento a Norimberga, le conseguenze. Alcune esperienze ed osservazioni personali.

di H. Keith Thompson

 

Nel pomeriggio del 30 aprile 1945, con Berlino inghiottita dalle fiamme e assediata dai Russi, l’Eroe della Seconda Guerra mondiale 2 si tolse la vita nel bunker di cemento al di sotto del complesso della Cancelleria. Questo atto coraggioso, forse il supremo atto di coraggio, rappresentò la fine dell’ultima eroica resistenza della Civiltà europea, una civiltà e una cultura allevate e sviluppate in Europa durante i secoli precedenti. La tragica morte di questa ultima guida 3 naturale d’Europa rappresentò la vittoria militare e politica delle forze del comunismo asiatico e del nazionalismo russo da un lato, e del bolscevismo giudaico dall’altro (come esemplificato dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla moltitudine dei loro vassalli e parassiti dell’ultimo istante). I cosiddetti “vincitori” della Seconda Guerra mondiale si stavano già scannando, e avrebbero iniziato una battaglia politico-militare che, iniziata nel 1945, continua inesorabile anche oggi. 4 Ma in quel momento, nell’aprile del 1945, i cosiddetti Alleati, trionfanti per la propria vittoria economico-militare, non si preoccupavano molto del futuro e commisero il loro primo errore politico non comportandosi con magnanimità nei confronti delle sconfitte forze dell’Asse. Lo spirito di vendetta giudaico, inutile e auto frustrante, avrebbe motivato ogni loro atto nei giorni e negli anni a venire, uno spirito già efficacemente mostrato nella dottrina della “resa senza condizioni”, che costò la vita a centinaia di migliaia di civili e militari, sia degli Stati dell’Asse che di quelli Alleati. Per poche, brevi settimane dalla fine di aprile al maggio del 1945, andò al potere un altro leader d’Europa, un uomo d’onore, rispettato anche nei circoli militari alleati. Questo uomo fu il Grandammiraglio Karl Dönitz, comandante in capo della Marina tedesca, capo supremo delle forze tedesche del nord, che in quel terribile momento era impegnato nell’organizzazione dei trasporti, navali e non, per la marea di rifugiati che fuggivano dalle zone orientali. 5 Con suo immenso stupore, Dönitz era stato designato da Hitler suo successore e Capo dello Stato. Nel proprio testamento politico, redatto alle quattro di mattina del 29 aprile 1945, con il dottor Joseph Goebbels, il Reichsleiter Martin Bormann, e i Generali Wilhelm Burgdorf e Hans Krebs 6 come testimoni, Adolf Hitler nominò il Grandammiraglio Dönitz “Presidente del Reich e Comandante supremo delle Forze Armate…in forza della mia dichiarazione 7 al Reichstag del 1° settembre 1939…”. 8 Per catturare lo spirito del testamento politico di Hitler, ne cito il passaggio seguente: 9

“…Muoio con la gioia nel cuore nella consapevolezza degli infiniti atti di coraggio e delle gesta, unici nella storia, dei nostri contadini e dei nostri operai, e del contributo della nostra gioventù che porta il mio nome…In virtù del sacrificio dei nostri soldati e della mia comunione con loro fino alla morte, è stato piantato un seme, nella storia della Germania, che un giorno germoglierà per annunciare la rinascita del movimento Nazionalsocialista in una nazione veramente unita…Io chiedo ai comandanti dell'Esercito, della Marina e dell'Aviazione di rafforzare, con ogni mezzo possibile, lo spirito nazionalsocialista di resistenza dei nostri soldati… Infine, dovranno rammentare che il nostro compito, il rafforzamento di uno Stato Nazionalsocialista, è il lavoro dei secoli futuri e pertanto ognuno deve subordinare i suoi stessi interessi al bene comune…Io chiedo a tutti i tedeschi, a tutti i nazionalsocialisti, uomini e donne, e a tutti i soldati della Wehrmacht che rimangano fedeli e obbedienti al nuovo governo e al suo Presidente, fino alla morte…”. 10

Nella serata del 30 aprile 1945, a Plön 11, Dönitz ricevette soltanto questo messaggio: “Il Führer ha nominato voi, Herr Admiral, suo successore al posto del Reichsmarschall Göring. Seguirà conferma scritta. Con la presente siete autorizzato a prendere qualsiasi misura richiesta dalla situazione. Bormann”. 12 Dönitz descrive la propria reazione nelle sue Memorie:

“…Ciò mi prese completamente di sorpresa. Non avevo parlato con Hitler dal 20 luglio del 1944, fatta eccezione per la partecipazione a qualche grande raduno. … Non avevo ricevuto alcun accenno della cosa da nessuno… Supposi che Hitler avesse nominato me in quanto desiderava eliminare gli ostacoli 13 per consentire ad un ufficiale delle Forze Armate di porre fine alla guerra. Scoprii che questa ipotesi era sbagliata solo nell’inverno fra il ’45 e il ’46 a Norimberga, quando, per la prima volta sentii le sue disposizioni…Quando lessi il messaggio non ebbi alcun dubbio che fosse mio preciso dovere accettare quel compito…il mio timore costante era stato che l’assenza di ogni autorità centrale avrebbe portato al caos e all’inutile 14 sacrificio di centinaia di migliaia di vite…Mi resi conto che era giunto il momento più cupo della vita di un combattente, il momento in cui si deve arrendere senza condizioni. Realizzai anche che il mio nome sarebbe rimasto associato per sempre a quell’atto e che l’odio e il travisamento dei fatti avrebbero tentato di infangare il mio onore. Ma il mio dovere esigeva che io non prestassi attenzione a queste considerazioni. La mia linea di condotta fu semplice: cercare di salvare quante più vite potevo…15 Dönitz si mosse con energia. Incontrò Heinrich Himmler a Plön e declinò cortesemente la sua offerta di divenire il suo vice 16 nel nuovo Governo. Poi Dönitz ordinò al Feldmaresciallo Keitel e al Generale Jodl 17 di raggiungerlo a Plön per valutare la situazione militare. 18 La mattina del 1° maggio, Dönitz ricevette il seguente messaggio radio, classificato “Segreto e Personale”, da Bormann, alla Cancelleria: “La sua nomina è effettiva. 19 La raggiungo il più rapidamente possibile. In attesa del mio arrivo, a mio avviso, dovrebbe astenersi dal fare dichiarazioni pubbliche”. 20 Dönitz, dal testo del messaggio, fu portato a supporre che Hitler fosse morto ma non era ancora a conoscenza delle circostanze. Occorrevano alcune prese di posizione pubbliche immediate. Nelle sue Memorie racconta d’aver pensato che l’annuncio della morte di Hitler avrebbe dovuto essere espresso in termini rispettosi: “…Denigrarlo…come, percepivo, molti intorno a me avrebbero voluto che io facessi sarebbe stata, a mio avviso, la cosa più meschina e conveniente da fare…Ritenni che la decenza richiedesse che l’annuncio venisse formulato nel modo in cui, in effetti, fu espresso. Neppure oggi mi comporterei altrimenti…”. 21 Dunque, il 1° maggio del 1945, Dönitz fece il seguente annuncio alla Radio tedesca del Nord: “Il Führer mi ha nominato suo successore. Quindi, con piena consapevolezza delle mie responsabilità, assumo la guida del popolo tedesco in questa ora fatidica. Il mio primo compito è quello di salvare gli uomini e le donne tedesche dalla distruzione per l’avanzata del nemico bolscevico. E’ solo per questo che prosegue lo sforzo bellico. Fino a quando inglesi e americani continueranno ad impedirci di realizzare questo scopo, noi dobbiamo continuare a combattere e difenderci anche da loro. In quel caso inglesi e americani non combatteranno per l’interesse dei propri popoli, ma unicamente per l’espansione del bolscevismo in Europa”. 22 Dönitz, il 1° maggio, emise anche l’Ordine del Giorno alle Forze armate, con gli stessi contenuti ma con un linguaggio lievemente diverso. E, per contrastare eventuali episodi di indisciplina nelle forze armate, dichiarò 23: “Mi aspetto disciplina ed obbedienza. Il caos e la distruzione potranno essere impediti soltanto eseguendo i miei ordini rapidamente e senza riserve. In questo frangente, chiunque sfugga al proprio dovere e condanni donne e bambini tedeschi alla schiavitù e alla morte è un traditore ed un codardo. Il giuramento di fedeltà che avete prestato al Führer adesso lega ognuno di voi a me, che lui stesso ha nominato suo successore”. 24 Fece effetto. Come Dönitz stesso racconta: “I pochi giorni seguenti dimostrarono che le Forze armate tedesche avevano accettato la mia autorità; e questo era tutto ciò che importava”. 25 Il 1° maggio del 1945, Dönitz ricevette anche il terzo ed ultimo messaggio dalla Cancelleria, a Berlino, con la stessa classificazione “Personale e Segreto” ma

stavolta firmato da Goebbels e Bormann:

“Il Führer è morto ieri, alle 15 e 30. Nel suo testamento datato 29 aprile egli nomina voi Presidente del Reich, Goebbels Cancelliere, Bormann Parteiminister 26, Seyss-Inquart Ministro degli Esteri. Il testamento, per ordine del Führer, è stato spedito a lei e al Feldmaresciallo Schoerner 27, fuori da Berlino per sicurezza. Bormann cercherà di raggiungerla oggi per spiegarle la situazione. I modi e i tempi per l’annuncio alle Forze armate e al popolo restano

a sua discrezione”. 28

Nel drammatico susseguirsi degli eventi, Martin Bormann fu ucciso a Berlino mentre tentava di raggiungere Dönitz, anche altri alti ufficiali non riuscirono ad arrivare e Dönitz non ebbe mai copia del documento. A quanto pare a nessuno degli ufficiali, nella Cancelleria assediata, venne in mente di comunicare per radio a Dönitz il testo completo del testamento. A questo punto, egli non seppe neppure del successivo suicidio di Goebbels, avvenuto anch’esso il 1° maggio. Giustamente Dönitz ritenne di dover formare il proprio governo nominando chi aveva in mente e renderlo immediatamente operativo. 29 Logicamente non poteva nominare ufficiali o funzionari che non sapeva dove si trovassero (non aveva neppure idea se fossero ancora vivi o già morti), o altri la cui importanza nel precedente Governo di Hitler potessero pregiudicare i negoziati con gli alleati. Dönitz, nelle proprie Memorie, riassume così la situazione di questo giorno fatidico, il 1° maggio 1945: “…mentre in mare, le navi cariche di feriti, rifugiati e truppe si affrettavano verso ovest, colonne di profughi, incalzate dai russi 30, fuggivano via terra verso la salvezza, l’esercito, in Pomerania, in Brandeburgo e in Slesia continuava a ritirarsi in direzione della linea di demarcazione anglo-americana”. 31 Il piano dell’ammiraglio Dönitz era di ottenere la resa ad ovest. A questo scopo, il 3 maggio, ordinò al comandante militare di Amburgo di inviare un ufficiale dai britannici con un’offerta di tregua e d’informarli che l’ammiraglio von Friedeburg 32 era in viaggio per consultarsi con loro. 33 Nel frattempo, a causa dell’avanzata britannica, Dönitz spostò il proprio quartier generale e la sede del governo a Muerwik, vicino a Flensburg. 34 Qui si consultò coi rappresentanti delle Forze armate ancora operanti e li consigliò di fare in modo di arrendersi alle forze americane piuttosto che a quelle sovietiche. Dönitz aveva rispetto per la Marina statunitense ed era ricambiato. Ma le forze di terra erano qualcosa di diverso, il loro corpo ufficiali era in larga parte costituito da ebrei, rifiuti bianchi e negri. E Dönitz non aveva ancora incontrato generali politici dello stampo di Eisenhower.  Vi furono molti atti eroici in quei momenti difficili. Ne cito uno per tutti. Come riferisce Dönitz nelle proprie Memorie, il dottor Karl Hermann Frank, 35 Reichsprotektor di Boemia e Moravia, 36 condividendo i timori dei Cechi che la propria nazione cadesse in mani russe, tentò di accordarsi con Dönitz per un’offerta di resa agli americani. Dönitz ritenne che la cosa avesse poche probabilità di successo ma tentò comunque e così la commenta: “…Che Frank, incurante della propria sicurezza personale e con una minima possibilità di riuscita, sia voluto tornare in un paese che sapeva essere sull’orlo della rivolta solo per ottenerne un trattamento più umano 37, deve essere rilevato a suo onore”. 38 Il 4 maggio Dönitz diede all’ammiraglio von Friedeburg la piena autorizzazione di accettare le varie condizioni di resa offerte dal Maresciallo Bernard L. Montgomery, e von Friedeburg si recò in aereo al quartier generale britannico con la direttiva di proseguire, in seguito, per incontrare il generale Eisenhower a Rheims ed offrirgli la resa tedesca nel settore americano. Come puntualizza Dönitz, “Il primo passo verso una resa separata in occidente era stato compiuto senza essere stati costretti ad abbandonare soldati e civili tedeschi alla mercé dei russi”. 39 Eisenhower si dimostrò polemico e difficile da convincere. Il 6 maggio Dönitz inviò il Generaloberst Alfred Jodl per negoziare col rigido americano, che però rifiutò qualsiasi ipotesi di resa separata ed informò lo stesso Jodl che alle truppe statunitensi era stato ordinato di sparare a vista su quelle tedesche che si fossero avvicinate alle linee americane anche con l’intenzione di arrendersi e perfino se disarmate. Questa, naturalmente, era un’aperta violazione della Convenzione di Ginevra ma la cosa non preoccupava affatto Eisenhower, che prendeva i suoi ordini politici direttamente dal regime di Washington. Il 7 maggio Eisenhower chiese la resa senza condizioni, ma Jodl riuscì ad ottenere che le ostilità terminassero solo il 9 maggio, per consentire a Dönitz di continuare a ritirare truppe e salvare i civili fuggiaschi dalle zone orientali. La storia della firma ufficiale della resa a Rheims, il 7 maggio, è ben nota. Jodl e von Friedeburg firmarono per parte tedesca il primo protocollo di capitolazione. Dönitz autorizzò i delegati tedeschi –il Feldmaresciallo Keitel, l’ammiraglio von Friedeburg e il generale Stumpff- 40 a firmare per le Forze armate. Su richiesta dei russi la “cerimonia” fu ripetuta l’8 maggio a Berlino-Karlhorst. Risulta dalle cronache che nel corso dei negoziati i rappresentanti tedeschi furono trattati cortesemente dai britannici e dai russi, mentre gli americani furono ostili e sprezzanti in modo quasi infantile. Questa linea di condotta fu esemplificata dallo stesso Eisenhower che successivamente censurò e perseguitò un Brigadier Generale americano, Robert J. Stack, che aveva trattato Göring con cortesia al momento dell’arresto, e rimproverò aspramente il generale Patch, 41 comandante della 7° Armata statunitense, per aver trattato decentemente i prigionieri di guerra tedeschi. In proposito si veda il libro di Leonard Mosley, The Reich Marshal, alle pagine 320-322. L’ordine finale alle Forze armate tedesche, emesso il 9 maggio 1945, fra l’altro disponeva:

“…Per ordine dell’ammiraglio Dönitz le Forze armate hanno cessato una lotta senza speranza. Una battaglia eroica durata per quasi sei anni giunge così alla fine…le Forze armate tedesche soccombono ad una forza preponderante ed irresistibile…Ciascun soldato, marinaio o aviere tedesco può quindi lasciare le proprie armi con giustificato orgoglio ed assumersi il compito di garantire la vita eterna della nostra nazione…Il sacro dovere che i nostri morti c’impongono è quello di mostrare obbedienza, disciplina e fedeltà assoluta alla nostra Patria, dissanguata da innumerevoli ferite”. 42 Dönitz ribadisce nelle proprie Memorie: “Pensavo allora, e lo penso ancora, che quelle parole fossero giuste e appropriate”. 43 Portata a termine la resa, ed avendo assicurato la cessazione delle ostilità anche nei luoghi 44 più lontani, Dönitz dedicò i propri sforzi alle attività del Governo che guidava, e che aveva ottenuto il riconoscimento de facto degli alleati durante le trattative. 45 Della complessità giuridica della successione si occupa W. Luedde-Neurath nella sua opera Regierung Dönitz, 46 pubblicata nel 1950, ma anche questo lavoro deve essere letto alla luce delle condizioni politiche repressive della Germania occidentale del 1950. L’autore considera indiscutibilmente valida la nomina di Dönitz a Capo dello Stato fatta da Hitler ed aggiunge che sulla sua legalità non incideva affatto la perdita di sovranità tedesca dovuta all’occupazione alleata. Per la legge tedesca, le dimissioni del Capo dello Stato possono avvenire solo quando, allo stesso tempo, ne viene nominato il successore. Ciò, naturalmente, si applica anche nel caso di suicidio del Capo dello Stato. Quando la nomina del successore non avviene, l’incarico viene assunto dal presidente della Suprema Corte del Reich (articolo 51 della Costituzione di Weimar). Pertanto è giuridicamente esclusa l’estinzione della funzione di Capo dello Stato. La Legge del 1° agosto 1934 aveva unificato gli incarichi di Presidente e Cancelliere nella persona di Adolf Hitler, e il popolo tedesco aveva dato la propria approvazione nel plebiscito del 18 agosto dello stesso anno. 47 In seguito, Hitler ottenne generali riconoscimenti come Capo dello Stato sia nei rapporti interni che in quelli internazionali. Per di più, la stessa legge concedeva a Hitler il diritto di nominare il proprio successore. E ciò fece, senza alcuna opposizione, nella dichiarazione al Reichstag del 1° settembre 1939, nominando Göring e Hess, in quest’ordine. Gli eventi successivi eliminarono Hess (dopo il suo volo in Gran Bretagna) e Göring (a causa dell’interpretazione che Hitler diede al tentativo di Göring di rilevare la direzione di Hitler verso la fine dell’aprile del 1945). Pertanto, il testamento politico di Hitler del 29 aprile 1945 (che nominava Dönitz Presidente e Goebbels Cancelliere) aveva priorità giuridica e rappresentava la legittimazione del Governo di Dönitz. 48 Rammento il gesto di Eamon de Valera, Primo Ministro ed ex-Presidente irlandese, che va a suo eterno onore: egli chiamò personalmente l’ambasciatore tedesco per offrirgli le condoglianze per la morte di Hitler e il riconoscimento del Governo guidato da Dönitz. 49 Non vi è alcun dubbio che, tempo permettendo, il Governo Dönitz avrebbe potuto stabilire rapporti diplomatici con le nazioni neutrali. 50 Dönitz guidava quello che lui sentiva, ed avrebbe dovuto, essere un nuovo Governo tedesco in tutti i sensi che ha questo termine. Scrive infatti: “…era essenziale che creassimo gli uffici statali necessari per dar vita alla struttura di un governo centrale. Era però altrettanto indispensabile che radunassimo i nostri migliori esperti nei vari settori, per essere in grado di offrire la nostra cooperazione alle forze occupanti. Il nostro primo compito era di assicurare al popolo tedesco l’essenziale per la mera sopravvivenza…”. 51 Il Governo Dönitz si occupò quindi di prevenire la carestia, di ristabilire le comunicazioni, di ripristinare le industrie e far ripartire l’attività lavorativa, di ricostruire alloggi e trovarne di provvisori per i senzatetto, tentò anche di impedire la svalutazione monetaria e ristabilire il sistema del credito, di aiutare i rifugiati e di assorbire i milioni di tedeschi e non che continuavano a fuggire dalle zone occupate dai russi. Il Governo Dönitz comprendeva: Graf 52 Lutz von Schwerin-Krosigk 53 (Ministro degli Esteri e delle Finanze e presidente del Gabinetto), il dottor Wilhelm Stuckart 54 (Ministro degli Interni e della Cultura), Albert Speer (Ministro dell’Industria e della Produzione), il dottor Herbert Backe 55 (Ministro dell’Alimentazione dell’Agricoltura e delle Foreste), il dottor Franz Seldte 56 (Ministro del Lavoro e degli Affari Sociali), e il dottor Dorpmueller (Ministro delle Poste e Telecomunicazioni). 57 Tutti loro avevano avuto posizioni secondarie nel Governo del Führer e, più che altro, erano personaggi apolitici con notevole esperienza della burocrazia e conoscenze tecniche nei propri settori. 58 Speer iniziò subito una campagna interna per convincere il governo Dönitz a dimettersi. E’ Dönitz stesso a dirlo: “Speer era categorico nella sua opinione che ci dovevamo dimettere. Ma egli riteneva che, per quanto lo riguardava, gli americani avrebbero continuato a collaborare con lui”. 59 Schwerin-Krosigk invece assunse una posizione di maggiore buon senso: a suo avviso solo le Forze armate tedesche si erano arrese, mentre lo Stato Tedesco continuava ad esistere con Dönitz come suo rappresentante legale. 60 Come puntualizza Dönitz stesso: “…Gli stessi nemici avevano riconosciuto il fatto insistendo nel conferirmi la piena autorità sui comandanti delle tre armi, 61 quando firmammo la resa…Io ed il mio Governo non potevamo dimetterci spontaneamente. Se lo avessimo fatto, i vincitori avrebbero potuto sostenere, giustificatamene, che, dal momento che il Governo legittimo…si era dimesso non avevano altra scelta che costituire dei governi indipendenti nelle varie zone e consentire alla loro autorità militare di governare su tutti questi…Dovevo rimanere finché non fossi stato rimosso con la forza. Se non lo avessi fatto, allora…avrei fornito il pretesto politico per la divisione della Germania che esiste oggi…”. 62 Poco dopo la capitolazione apparve sulla scena la Commissione Alleata di Controllo, guidata dal Maggior Generale Lowell W. Rooks, americano, e dal Brigadier Generale R.L.S. Foord, britannico, ai quali si aggiunse più tardi il sovietico Maggior Generale Nikolai Trusov. La commissione ebbe colloqui col governo Dönitz dando però scarse risposte alle proposte fatte ed ancor meno ai tentativi di cooperazione. Osserva Dönitz: “L’atteggiamento dei rappresentanti alleati a queste riunioni era riservato ma corretto. Venivano osservate le normali formule di cortesia delle riunioni internazionali, e il fatto che io e i membri del mio governo mostrassimo riservatezza e dubbi 63 era naturale”. 64 Nel frattempo, a dispetto della mancata cooperazione dei rappresentanti alleati, furono fatti alcuni progressi, in particolare riguardo all’approvvigionamento di generi alimentari ed alle comunicazioni. Il Gabinetto si riuniva con regolarità e lavorava duramente. E’ interessante notare che alcuni uffici amministrativi del Governo del Führer e parte della burocrazia –quella ancora esistente- si trasferirono nella zona del Governo Dönitz e continuarono a lavorare. Un gruppo di esperti della SS, occupato a stendere relazioni sulla politica internazionale, continuò a funzionare fino all’agosto del 1945, ed alcune operazioni di intelligence nazionalsocialiste furono rilevate così com’erano dai servizi d’informazione alleati, in particolare la rete del Generale Reinhardt Gehlen, specializzata nella raccolta d’informazioni riguardanti i russi. 65 A questo punto fra gli alleati fu organizzata una campagna contro il Governo Dönitz, un segnale minaccioso. Come osserva Dönitz: “La stampa nemica ed in particolare la radio russa iniziarono ad occuparsi con sempre maggior frequenza del “governo Dönitz”…La collaborazione fra governo provvisorio e britannici ed americani a Muerwik aveva risvegliato la loro invidia…Churchill dapprima si oppose alla mia rimozione. Voleva usarmi come “utile strumento”…se dimostravo di fargli comodo, avrebbe potuto tenerne conto nelle accuse per le “mie atrocità di guerra al comando dei sottomarini” [W. Churchill, Memorie, vol. 1, pagina 646]. Questo era l’esempio dell’atteggiamento freddamente calcolatore che mi attendevo dalla politica britannica…Poi…il 15 maggio Eisenhower richiese la mia rimozione nell’interesse delle relazioni amichevoli con la Russia…”. 66 L’arresto dell’intero Governo Dönitz è descritto in un cinico articolo di un certo caporale Howard Katzander, corrispondente di guerra, apparso su Yank,The Army Weekly, e che definisce il governo Dönitz “un grandioso bluff per convincere il comando alleato a permettere a Dönitz di occuparsi della riorganizzazione interna dell’economia nazionale”, associato al disarmo delle forze tedesche sotto l’effettiva direzione dell’ Oberkommando der Wehrmacht (OKW), per “mantenere intatto il nucleo di una nuova Wehrmacht e di un nuovo governo orientato verso la guerra”. 67 Il 23 maggio del 1945, Dönitz, Jodl, von Friedeburg e altri furono convocati a bordo del piroscafo Patria, dove il generale Rooks, senza perder tempo in questioni protocollo e cortesie, comunicò loro la decisione di Eisenhower, ovvero che “…d’accordo con l’Alto Comando Sovietico…il governo provvisorio e l’alto comando tedeschi, e i suoi diversi membri sarebbero stati messi in stato di detenzione come prigionieri di guerra. Con ciò, il governo provvisorio 68 è sciolto…Truppe della 21° Armata ne prendono in custodia vari membri, civili e militari, ed alcuni documenti…”. 69 Alla richiesta di Rooks se avesse commenti da fare, Dönitz rispose: “Qualsiasi parola sarebbe superflua”. 70 I membri del governo Dönitz e dell’alto comando furono radunati e, con le mani sulla testa e sotto la minaccia dei mitra, furono fatti sfilare fino alla gabbia dei prigionieri di guerra. L’ammiraglio von Friedeburg preferì il suicidio alla galera alleata. Ho messo in evidenza la breve durata del governo Dönitz a causa del suo peso storico. L’opposizione dell’Unione Sovietica era da prevedere. Tuttavia se gli alleati occidentali avessero dimostrato un po’ di previdenza, la storia d’Europa avrebbe potuto seguire un corso del tutto diverso. 71 Un governo legittimo non può essere “sciolto” da un ordine militare di un nemico esterno, e tanto meno i suoi membri possono essere arrestati con la forza. Avendo assunto il potere in maniera legale, ed essendo stato riconosciuto proprio dalle potenze che ne ordinarono lo “scioglimento”, il Governo Dönitz rimane, per la storia, l’ultimo governo della Germania unita, de jure e de facto. La costituzione, da parte degli alleati, dei loro regimi fantoccio nella Germania occidentale (la cosiddetta Repubblica Federale) e nella Germania centrale (la cosiddetta Repubblica Democratica Tedesca) sottolinea soltanto la prosecuzione dell’occupazione e della divisione della nazione tedesca per quasi quarant’anni dalla conclusione militare della II Guerra mondiale. 72 Ciò è palesemente dimostrato dal mantenimento della prigione di Spandau di Berlino Ovest, per detenere un unico prigioniero novantenne (Rudolf Hess), prigione amministrata a rotazione dai governi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia e dell’Unione Sovietica. Nonostante qualche sporadica opposizione dimostrata dal governo tedesco occidentale verso i propri padroni, qualsiasi richiesta di reale indipendenza sia del regime fantoccio occidentale che di quello orientale rimane assurda visto il permanere della presenza militare in ambedue i paesi delle forze degli

ex-alleati. Il 23 maggio 1945 il Grandammiraglio Dönitz divenne un altro prigioniero di guerra, e lo sbalorditivo carico delle responsabilità per il futuro della nazione tedesca gli fu tolto 73 dai suoi carcerieri. Trattato all’inizio con correttezza nel primo centro di detenzione, a Bad Mondorf, in Lussemburgo, 74 Dönitz ebbe tempo per riflettere sulla sua lunga carriera e sugli eventi che lo avevano condotto nella situazione che si trovava ad affrontare. Dönitz che non era nato da una famiglia 75 di tradizioni militari, si arruolò nella Marina Imperiale tedesca e prestò servizio sull’incrociatore leggero Breslau nel Vicino Oriente, nel periodo 1914-1916. In seguitò entrò nel corpo dei sommergibili, prima come sottotenente 76 sull’U-39 ed in seguito al comando dell’U-68. Dopo l’affondamento del suo sottomarino a Malta, fu preso prigioniero dagli inglesi e rilasciato solo nel 1919. Continuò a prestare servizio nella Marina della Repubblica di Weimar e proseguì la propria carriera come ufficiale di superficie. Incatenata dal Trattato di Versailles, la Germania non potette avere sottomarini fino al 1935. Döinitz comandò un cacciatorpediniere, una flottiglia di cacciatorpediniere, prestò servizio nello Stato maggiore delle forze navali del Baltico, e comandò l’incrociatore Emden nell’Atlantico del Sud (1934) e nell’Oceano Indiano. Nel 1935 fu scelto per ricostruire il nuovo servizio sommergibili.

 

1917: il giovanissimo Oberleutnant zur See Karl Dönitz sull’U-39

 

Divenne l’ufficiale di grado più elevato fra i sommergibilisti, fu un esperto di strategia e sviluppò le tattiche impiegate dagli U-Boat nella II Guerra mondiale, in particolare il sistema del “branco di lupi” 77 che devastò il naviglio alleato nei primi tempi della guerra. Dönitz compì una brillante carriera, da Commodoro, a Contrammiraglio, Vice Ammiraglio e, nel 1942, Ammiraglio. Il 30 luglio 1943 Dönitz fu promosso Grandammiraglio 78 e divenne Comandante in Capo della Marina, prendendo il posto del Grandammiraglio Erich Raeder. 79 Quello che precede è soltanto un brevissimo riepilogo della carriera di ufficiale di Marina di Dönitz. Sufficiente però per sostenere, senza alcun dubbio, che fu il più brillante stratega della guerra sottomarina di tutti i tempi. 80 I sottomarini non hanno mai più giocato il ruolo preminente nelle battaglie navali che ebbero durante la II Guerra mondiale. L’ammiraglio americano Thomas C. Hart (comandante della flotta degli Stati Uniti in Asia allo scoppio della II G.M. ed in seguito senatore) scrive in proposito:

“Valuto l’ammiraglio Dönitz il migliore di tutti loro, sulla terra e sul mare. Egli fu unico nell’occuparsi dei sottomarini tedeschi ed essi furono i nostri più pericolosi avversari. I risultati ottenuti –e molti furono suoi personali successi - furono i migliori delle forze dell’Asse durante la guerra. Poi riuscì ad ottenere il comando delle Forze Navali tedesche. Era troppo tardi per un buon risultato, ma egli non commise errori e nessun altro avrebbe potuto far meglio. Quindi successe a Führer stesso, e la sua riuscita a me sembra essere perfetta. Per questo ritengo che Dönitz fosse il migliore”. 81 Karl Dönitz non fu un politico, e si occupò poco delle estenuanti battaglie fra i partiti nel periodo di Weimar. Ma era un anticomunista, un conservatore, 82 un nazionalista e, soprattutto, un patriota. I principi del Nazionalsocialismo lo attrassero e lo affascinarono. Secondo la sua biografia, contenuta nell’Encyclopedia of The Third Reich, “Dönitz fu uno dei pochi convinti Nazionalsocialisti fra gli alti ufficiali della Marina. Elogiava spesso Hitler nei discorsi che teneva ai suoi uomini: Il cielo ci ha concesso la guida del Führer! A Berlino, una volta, di fronte ad una folla plaudente affermò che Hitler era in grado di prevedere qualsiasi cosa e che non commetteva errori di giudizio…Hitler, da parte sua, aveva estrema fiducia in Dönitz…”. 83

 

 

Agosto 1940: l’allora Konteradmiral Karl Dönitz con uno dei suoi “lupi”, il Kapitänleutnant

Fritz-Julius Lemp, comandante dell’U-30, appena decorato

 

Dönitz scrive che le sue relazioni con Hitler furono sempre formali e cortesi: “Io stesso non pensai mai di ricevere regali o danaro da Hitler…lui mi chiamava sempre Herr Grossadmiral e mai usando altri titoli. I suoi modi mi piacevano”. 84 Nelle sue Memorie, Dönitz parla dell’influenza di Hitler su altre persone, e dei pro e contro. “Io stesso sono stato sovente consapevole di questa influenza, e dopo aver trascorso anche pochi giorni al suo Quartier generale, generalmente avevo la sensazione che sarei sfuggito alla suggestiva influenza di Hitler se avessi voluto liberarmene. Inoltre, per me egli non era soltanto il legittimo Capo dello Stato, legalmente nominato, l’uomo al quale avevo giurato di obbedire, lo statista diverso dal rivoluzionario, ma anche un uomo di intelligenza superiore e di grande energia…”. 85 Com’era il Grandammiraglio Dönitz come uomo? Gentiluomo della vecchia scuola, egli era estremamente riservato, un uomo di poche parole. Rispondeva alle domande in modo diretto ma brevemente, e raramente esprimeva i propri sentimenti. Aveva un senso dell’umorismo beffardo, ma assai lontano dallo scherzo. Possedeva la capacità di vedere immediatamente il nocciolo di ogni problema e di occuparsene, senza alcun preliminare. Aveva la naturale tendenza a dire degli altri solo le cose positive e, quando non ce n’erano, di non dire nulla. Dönitz era un uomo legato alla propria famiglia e non amava la mondanità. Manifestava spesso la propria predilezione per gli animali ed i bambini. I suoi sommergibilisti, ufficiali e marinai, erano la pupilla dei suoi occhi ed era loro profondamente legato. Voleva conoscerne personalmente quanti più gli fosse possibile, in particolare i suoi comandanti di U-Boat. Tutto il personale della Marina, senza eccezioni, lo rispettava e lo chiamava Der Loewe 86. L’ammiraglio britannico Sir George E. Greasy di lui a scritto: “…Sapevo che come comandante di sottomarini godeva della più profonda ammirazione e rispetto da parte degli ufficiali e degli uomini degli U-Boat; ed io stesso avevo stima dell’ammiraglio Dönitz. Non v’è dubbio che si sia occupato degli U-Boat con magistrale efficienza e abilità. In cambio poté contare sulla grande lealtà dei propri uomini”. 87

 

 

26 maggio 1941: l’allora Vizeadmiral Karl Dönitz con un altro dei “lupi”, il Kapitänleutnant

Herbert Wohlfahrt, comandante dell’U-556

 

Dönitz, con i membri del governo e altri esponenti d’alto livello del regime Nazionalsocialista, venne tenuto a Bad Mondorf fino alla metà di agosto del 1945. Le condizioni non erano certo lussuose, ma comunque accettabili. Come rileva lo storico tedesco Werner Maser nel suo libro Nuremberg: A Nation On Trial molti dei più importanti prigionieri di guerra di Bad Mondorf erano caduti nell’equivoco che qualsiasi processo per “crimini di guerra” sarebbe stato insignificante o comunque di poco conto e che gli imputati sarebbero stati protetti dal fatto di aver eseguito le direttive di superiori appartenenti ad una gerarchia perfettamente legale. Solo dopo il loro trasferimento nella prigione del cosiddetto “Palazzo di Giustizia” di Norimberga appresero che il Capitolo VIII della Carta 88 stabiliva che “Il fatto che l’imputato agisse in conseguenza degli ordini del proprio governo o di un superiore non lo scioglie dalla responsabilità ma può essere considerato una attenuante della pena se il Tribunale decide che la giustizia lo esiga”. 89 Inutile dire che il tribunale non decise mai in tal senso. Venne formulata un’imputazione onnicomprensiva che in pratica accusava, come criminale, non solo ogni esponente di qualsiasi livello del governo Nazionalsocialista, militare o civile, ma conseguentemente qualsiasi organizzazione militare o del Partito, compreso il Governo, il Reichsleitung der NSDAP, 90 la SA, la SS, l’SD, e perfino l’Alto Comando delle Forze Armate. Con la presentazione delle accuse individuali, lo status dei prigionieri di guerra divenne quello di criminali accusati ed essi furono sottoposti a condizioni severe, senza alcuna cauzione, sebbene ancora non dichiarati colpevoli, e senza alcun riguardo per il proprio grado. Prima di accennare al caso Dönitz a Norimberga, è necessaria una valutazione generale sul procedimento. A questo scopo cito da un’analisi dei processi in generale, scritta da un eminente giurista americano, William L. Hart, presidente della Corte Suprema dell’Ohio dal

1939 al 1957 e docente di diritto internazionale:

“…Il tribunale impegnato venne creato…da ciò che è noto come London Charter 91 concluso l’8 agosto 1945 da quattro nazioni –gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica, la Gran Bretagna e la Francia- uscite vittoriose dalla II Guerra mondiale, allo scopo di indicare e definire come crimini determinate azioni compiute durante la guerra e l’azione giudiziaria contro certi ufficiali della Germania invasa accusati di aver commesso tali azioni. Il Charter designava e definiva tre categorie di crimini. Il tipo A, di cui fu accusata e perciò sottoposta a giudizio la maggior parte degli imputati, era definito come: “La pianificazione, preparazione, l’inizio di una guerra di aggressione, o di una guerra in violazione dei trattati, degli accordi o delle garanzie internazionali, o la partecipazione ad un comune piano cospirativo per compiere uno degli atti precedentemente descritti”. … Sotto il titolo di “Aggressor Nations”, il Chicago Tribune del 2 ottobre 1946…riportava un editoriale che diceva: “La verità della questione è che nessuno dei vincitori è libero dalle colpe che i propri giudici attribuiscono ai vinti”. Dal punto di vista del Codice e dei principi applicati in questi processi, è sconvolgente pensare come gli ufficiali delle forze armate americane avrebbero potuto essere giudicati per la propria condotta nella devastazione che praticamente cancellò Hiroshima il 6 agosto e Nagasaki il 9 agosto 1945, rispettivamente due giorni prima ed il giorno successivo a quello dell’adozione del London Charter, di cui gli Stati Uniti facevano parte. A mio giudizio, il procedimento col quale fu creato il Tribunale di Norimberga e i processi lì celebrati, furono profondamente intrisi di illegalità…Le autorità americane hanno invariabilmente sostenuto la posizione secondo la quale un individuo che faccia parte di un legittimo esercito nazionale o della marina ed agisca agli ordini del proprio governo, non può essere ritenuto responsabile come trasgressore individuale o essere considerato un criminale per le azioni compiute agli ordini del proprio governo. Tali azioni sono da ritenere atti dello stato e non quelli di un individuo…”. 92 Poi, il giudice Hart entra nel dettaglio dei precedenti legali, in particolare la causa Dow v. Johnson 93, nella quale la Corte Suprema statunitense stabilì che un ufficiale dell’esercito americano in servizio in un paese nemico non è responsabile dei danni fisici conseguenza delle azioni da lui ordinate nella sua qualità di militare. Ed anche il famoso caso McLeod (1840), nel quale Daniel Webster (in seguito Segretario di Stato) affermò che un individuo che agisca in virtù dell’autorità conferitagli dal proprio governo non può essere ritenuto personalmente responsabile per le azioni eseguite nella sua veste di agente governativo, essendo quest’ultimo “un principio di diritto pubblico sancito da tutte le nazioni civili, e che il governo degli Stati Uniti non ha alcuna propensione a mettere in discussione”. 94 Il giudice Hart tratta a lungo anche dei tentativi compiuti, dopo la I Guerra mondiale, di giudicare il Kaiser Guglielmo II per presunti “crimini di guerra”, e dell’opposizione dell’allora segretario di Stato Robert Lansing e del dottor James Brown Scott, un eminente esperto americano di diritto internazionale. Anche Charles Cherry Hyde nella sua opera di diritto internazionale ritiene che non si possa pretendere la consegna di individui “da punire come criminali a motivo di azioni commesse quando non erano ritenute internazionalmente illegali”. 95 Il giudice Hart prosegue:

“Inoltre, queste quattro potenze che hanno iniziato i Processi di Norimberga non possedevano, separatamente o congiuntamente, alcun potere sovrano per creare un tribunale speciale in cui giudicare i presunti reati compiuti al di fuori della giurisdizione territoriale di ciascuna di esse; una sovranità necessaria secondo tutti i sistemi giuridici per esercitare l’autorità sulla vita e sulla libertà degli imputati all’interno della giurisdizione territoriale. E neppure detenevano il potere sovrano di giudicare colpevoli degli ufficiali delle forze armate tedesche per i cosiddetti reati criminali non commessi entro tale giurisdizione. E’ vero che si è sostenuto che nel diritto internazionale esistono certi crimini di “diritto comune”, non esplicitamente previsti dalle leggi, e che tali crimini esistevano e furono quelli ad essere accertati e perseguiti dal tribunale di Norimberga. Ma tale posizione venne smentita dal fatto che le potenze in questione ritennero necessario definire esplicitamente tali crimini nello stesso accordo comune che diede vita al tribunale. 96 Il London Charter definì i reati per i quali gli imputati vennero giudicati nello specifico linguaggio finora citato. Viene generalmente accettato che non vi è riconoscimento di potere sovrano che sia la creazione o operi entro la giurisdizione del diritto internazionale. Che esso non esista lo si deduce dalle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite, il cui articolo 13 prevede che l’Assemblea Generale possa “intraprendere studi e dare consigli –allo scopo, tra e altre cose di incoraggiare il progressivo sviluppo del diritto internazionale e la sua codifica”. La formulazione della disposizione chiarisce che l’Assemblea stessa non ha l’autorità di creare o codificare il diritto internazionale, ma solo di favorire lo sviluppo e la codifica di tali norme negli stati membri e nei tribunali ancora da costituire. In questo paese vi furono molte valide  critiche espresse al tempo dei processi e in seguito, come conseguenza del fatto che le nazioni coinvolte nelle azioni giudiziarie avevano concordato di sottoporre la questione della colpevolezza e della punizione a un tribunale improvvisato dalle nazioni accusatrici per quell’unico scopo particolare e che cessò di esistere immediatamente dopo aver assicurato le condanne per le quali era stato istituito. Da un punto di vista legale non vi è risposta a questa critica. Essa era del tutto giustificata. Il fatto è che non esiste né mai era esistito un tribunale internazionale che avesse giurisdizione per giudicare reati come quelli previsti nel London Charter. L’indicazione e la definizione fatta dal London Charter dei cosiddetti crimini di cui furono accusati gli imputati, dopo che tali supposti reati erano stati commessi, violava chiaramente la norma contraria ben definita nelle vicende criminali dalla legislazione ex post facto. 97 La dottrina generalmente accettata è espressa nell’adagio: Nullum Crimen Sine Lege, 98 ovvero una persona non può essere condannata per un crimine a meno che abbia infranto una legge in vigore al momento in cui ha commesso il reato e a meno che quella legge non prevedesse la sanzione penale. I tribunali, approvando questa proposizione, hanno dichiarato che: “Si deve osservare che tale massima non è una limitazione della sovranità, ma è un principio generale della giustizia seguito da tutte le nazioni civili”. A mio avviso, non vi era alcuna giustificazione legale per il processo, la sentenza o la condanna dei cosiddetti “criminali di guerra”, da parte del Tribunale di Norimberga. Abbiamo stabilito un pessimo precedente. In futuro non dovrebbe essere seguito”. 99 Vi sono molte altre valide ragioni, non toccate dal giudice Hart, per cui i “processi” in generale furono tanto illegali quanto scorretti. Ne elenco solo alcune: il quotidiano cambiamento delle “regole della prova”, così da negare di fatto agli accusati il diritto di interrogatorio in contraddittorio a loro garantito nel Charter; la costruzione della prova da parte dell’accusa attraverso l’uso di documenti falsificati e/o non verificabili; l’ammissione come prova d’accusa di testimoni noti all’accusa stessa come spergiuri; impedire agli imputati la consultazione coi propri avvocati per mezzo di ritardi e cavilli; maltrattamenti fisici e psicologici degli accusati, e demoralizzazione degli stessi attraverso il saccheggio sistematico dei loro effetti personali, esteso perfino al dentifricio; rifiuto di un atto difensivo lecito come quello di citare atti simili a quelli di cui erano accusati compiuti dagli Alleati, eccetera. 100 Gli storici revisionisti hanno compiuto dei passi avanti con argomenti che, speriamo, possano condurre ad una sconfessione generale dell’intero processo di Norimberga. Ma si tratta, tutto al più, di una battaglia a monte contro un istituto radicato, resa particolarmente manifesta dall’occupazione delle università da parte di ebrei di sinistra predatori e shabbosgoyim, 101 e del filone principale dell’industria editoriale fatta funzionare dalla testa ai piedi dal nemico. Fa perciò particolarmente piacere vedere uno storico appartenente all’establishment che ritrova la ragione su quest’argomento e la insinua in un libro. 102 Leonard Mosley, giornalista e storico britannico, ostile alla Germania e al Nazionalsocialismo, ha pubblicato 21 libri, in gran parte sulla II Guerra mondiale. Nella sua biografia di Hermann Göring, scrive:

“Quello del Tribunale militare internazionale di Norimberga non fu un processo nel senso normalmente accettato dai paesi civili. Era stato annunciato ufficialmente prima che il procedimento iniziasse che esso avrebbe generalmente seguito le regole dei tribunali britannici ed americani, dando agli imputati il diritto di parlare e di interrogare in contraddittorio. Ma sebbene il presidente, il giudice Lawrence, fosse un venerabile giurista britannico rinomato per l’imparzialità dei propri giudizi, 103 sia lui che i suoi colleghi americani, francesi e russi sapevano cosa ci si aspettasse da loro, e che l’assoluzione dei principali accusati era fuori questione. La difesa degli imputati era destinata a fallire prima che il processo iniziasse, qualsiasi cosa fosse accaduta in tribunale…E’ vero che tre su venti furono effettivamente assolti. Ma la maggior parte dei giornalisti presenti al processo avrebbero potuto indovinare quanti e quali di loro dall’inizio [nota dell’autore: erano anti- Nazionalsocialisti]…104 Lo scopo del tribunale non era quello di concedere agli accusati un giusto processo al punto da avere la possibilità di presentare qualsiasi tipo di prova pertinente a giustificazione dei propri atti. Ciò sarebbe stato imbarazzante…i loro avvocati vennero avvisati che tutti i tentativi di coinvolgere l’Unione Sovietica sarebbero stato respinti…Ci sono alcuni giuristi che ancora sostengono che quello di Norimberga fu un processo perfettamente valido e legale…Ma in realtà si trattò di un processo politico tanto quanto lo furono quelli che avevano avuto luogo in Russia…”. 105

Negli Stati Uniti, alcuni “liberali” proseguono nel tentativo di giustificare il processo di Norimberga, supponendo in tal modo di difendere e sostenere i cosiddetti “diritti dell’umanità”. Ma i “processi” di Norimberga, come gli sforzi per giustificarli, un giorno o l’altro verranno guardati dagli storici e dagli elementi più colti dell’opinione pubblica col disprezzo che ampiamente meritano. 106 Norimberga giungerà ad essere considerato un errore mostruoso, in una certa misura simile al fatidico intervento degli Stati Uniti dalla parte sbagliata nelle due guerre mondiali. Quello nella I Guerra mondiale fu apparentemente per “rendere il mondo sicuro per la democrazia” e per far “terminare tutte le guerre”. La prima premessa era sgradita, la seconda impossibile. L’intervento nella II Guerra mondiale, egualmente maligno, fu una capitolazione alle agitazioni dei britannici, degli ebrei, e degli “intellettuali internazionalisti”, in questo ordine; iniziò col “lend and lease”, 107 il “Bundles for Britain”, 108 gli aiuti economico-militari a prezzi stracciati molto prima di ogni formale dichiarazione di guerra. Anche questo lo si ottenne con falsi slogan sulla difesa dei diritti dell’umanità, sulla salvezza degli oppressi, e robaccia 109 del genere. Dopo tutta questa salvezza e questa crociata, si immaginava sarebbe seguita una nuova alba di pace universale e fratellanza. Datevi un’occhiata intorno. I “processi” di Norimberga furono essenzialmente il risultato di un’isteria nevrotica, dell’odio e dell’ipocrisia. C’era ancora un piccolo elemento secondario che contribuì alla pretesa che tali processi in qualche modo sarebbero, generosamente e idealisticamente, serviti all’“umanità”. Uno studio dei recenti rapporti del governo statunitense e di Amnesty International sugli omicidi politici dovrebbe dare a questi “umanisti” qualcosa su cui riflettere. Mezzo milione di persone sono state sterminate dai Khmer rossi in Cambogia, un altro mezzo milione in Indonesia, e molti altri milioni nei vari “stati” africani. In nome dell’idealismo religioso, in Iran si moltiplicano le esecuzioni. E in nome del giudaismo, del Cristianesimo, e dell’Islam - la bestia dalle tre teste - gli assassini proseguono in quelle terre sacrileghe, che i pazzi ancora chiamano Terra “Santa”. Nel frattempo, sul fronte legale statunitense, i liberali, gli “umanitari” e i cosiddetti amanti della democrazia proseguono nei loro sforzi per proteggere i “diritti” dei veri criminali, assassini, stupratori e ladri. Questi stessi elementi liberal si agitano senza posa per ulteriori “processi per i crimini di guerra”, per altre persecuzioni e ricerche 110 di presunti Nazionalsocialisti in questo paese e nel resto del mondo, molti dei quali sono solo profughi dalla tirannia comunista nei paesi dell’Europa orientale. Questi stessi liberal “anti-Fascisti”, ansiosi di inseguire e punire i “Nazionalsocialisti”, scordano di mostrare il medesimo zelo per i criminali di casa nostra, i veri criminali, coloro che commettono crimini violenti. Al contrario, si oppongono alla pena capitale e sono ossessionati dai diritti dei criminali. Perché questo divario? Qualcosa nella psiche degli ebrei esige che i loro media possano cucinare 111 racconti costantemente rinnovati con un numero sempre maggiore di “Nazionalsocialisti” ricercati e condotti davanti alla “giustizia”. La mania di persecuzione giudaica necessita di nutrimento costante per conservarsi fiorente. Un processo Eichmann, un linciaggio tipo Norimberga, o un procedimento Barbie ogni anno servono ampiamente gli scopi dei professionisti ebrei addetti alla raccolta dei fondi. I “processi” di Norimberga e i numerosi “crimini di guerra”, la “de- Nazificazione”, e i procedimenti simili che seguirono, sono ideologicamente tanto assurdi e meritevoli di disprezzo quanto gli interventi americani nelle due guerre mondiali per “rendere il mondo sicuro per la democrazia” e per “salvare l’umanità oppressa”. Ciò che non è assurdo, tuttavia, sono le enormi sofferenze umane causate dalla perniciosa interferenza degli Stati Uniti d‘America negli affari di chi era migliore di loro. Quali furono le reali origini dei procedimenti di Norimberga? Come fu che gli U.S.A. caddero in questo pantano d’ipocrisia e prestarono i propri enti e il proprio personale a un tribunale dei vincitori a torto rappresentato come una sorta di nobile esperimento di diritto internazionale? Un po’ del sinistro sottofondo è rivelato assai bene nel libro The Road to Nuremberg del professor Bradley F. Smith. Il professor Smith, certamente ostile alla Germania e al revisionismo (che attacca), consapevolmente o no rivela le origini ebraiche dei “processi” e dimostra come questi furono essenzialmente una messa in scena americana. Nel libro di Smith, fra gli attori scritturati 112 troviamo Henry Morgenthau Jr. 113, Murray C. Bernays 114, Sidney Alderman 115, Bernard Bernstein 116, Felix Frankfurter 117, Sheldon Gluck 118, Hersch Lauterpacht 119, William Malkin 120, Sam I. Rosenman (il consigliere di F.D. Roosevelt) 121, Herbert Wechsler 122, Frederick Bernays Weiner, e Harry Dexter White (Weiss, l’agente russo) 123, insieme all’American Jewish Conference 124, per citarne solo alcuni. La lotta di Henry L. Stimson 125 contro la malevola influenza di Henry Morgenthau Jr. è documentata in modo interessante dallo stesso Stimson; scrive Smith “…Stimson era un antisemita sociale…Le annotazioni del suo diario comprendono riferimenti alla razza di Morgenthau ed alle sue caratteristiche semitiche…Stimson deplora il fatto che Morgenthau abbia preso la guida dei sostenitori delle condizioni di pace più dure. Egli pensava esplicitamente che ciò avrebbe avuto ripercussioni ed avrebbe fornito argomenti 126 a coloro che avrebbero attribuito tutti quei controlli rigorosi sulla Germania ad un mero desiderio ebraico di vendetta”. 127 Dibattendo dei processi alle organizzazioni nazionalsocialiste, Smith nota: “Per come era progettato il modo di procedere, l’accusa doveva convincere un tribunale, che stava cercando di apparire legalmente rispettabile, che avrebbe dovuto trascurare l’incertezza delle prove, come pure i propri scrupoli, e condannare milioni di membri di quelle organizzazioni sulla base del principio della colpa collettiva…”. 128 Come indizio dell’americanizzazione dell’intero processo di Norimberga Smith scrive: “Dopo aver cavillato sulla pianificazione americana – riempiendo i corridoi di osservazioni maligne – perfino la maggior parte degli ufficiali britannici ammisero alla fine che l’energia e la determinazione americane avevano abbattuto le differenze e trasformato Norimberga nell’impresa di maggior successo che fosse stato possibile concepire”. 129 L’influenza di Morgenthau e della sua stirpe nel promuovere le dottrine sbagliate 130 della resa senza condizioni, le dure condizioni di occupazione, e i processi alla dirigenza tedesca sconfitta, di fatto prolungarono la guerra. Il Grandammiraglio Dönitz ne era ben conscio:

“Sapevamo del piano del Segretario al Tesoro americano, Morgenthau, che, dopo la vittoria, avrebbe distrutto la Germania per farne terra di pascoli e ridurla a nazione agricola. Se il suo piano fosse riuscito, milioni di tedeschi sarebbero morti di fame. Per motivi decisi alla Conferenza di Casablanca 131, gli Alleati avrebbero stipulato la pace con la Germania soltanto a condizione che noi ci fossimo arresi senza condizioni. Ciò avrebbe significato che le truppe tedesche dovevano rimanere dov’erano, mettere giù le armi, e consegnarsi prigioniere al nemico. Avremmo così avuto tre milioni e mezzo di soldati sul Fronte orientale che, nel 1944 e nel 1945, resistevano nella parte più remota della Russia, e sarebbe stato impossibile fornire vettovagliamenti e ripari a queste truppe, perfino con l’organizzazione migliore…Queste furono le ragioni per cui non ci arrendemmo. La decisione di Casablanca, di pretendere una resa incondizionata fu un errore politico”. 132

 

 

 Il Capitano Otto Kranzbühler Flottenrichter della Kriegsmarine e difensore di Dönitz

 

Dönitz fu difeso magnificamente dal Flottenrichter Capitano Otto Kranzbuehler, un magistrato della marina militare. Nel suo libro su Norimberga, nel capitolo su Dönitz, Werner Maser fornisce un resoconto molto lungo della difesa di Dönitz, che raccomando a coloro che sono interessati ai dettagli. Nonostante una notevole difesa sostenuta perfino dall’ammiraglio americano Chester W. Nimitz 133, Dönitz venne condannato a dieci anni, una sentenza dibattuta se confrontata con le altre, ma non certo lieve per un innocente che la deve scontare giorno per giorno, ed anche dopo. Di cosa sia stato effettivamente ritenuto colpevole il Grandammiraglio non lo sapremo mai. Una autorità in campo giuridico, H.A. Smith, professore di Diritto internazionale all’Università di Londra, sostenne che “…la goffaggine e l’oscurità del linguaggio [della sentenza del caso Dönitz] forse indicano l’imbarazzo in cui si trovarono i membri del Tribunale nel trattare il caso di Dönitz, e non è semplice accertare dal resto del giudizio i fatti precisi in base ai quali egli fu condannato”. 134 L’onorevole S.A. Rahman, Capo della Corte Suprema del Pakistan, ha scritto: “…a parte la questione della validità o dei vantaggi dei processi di Norimberga, la colpevolezza di Dönitz…si può sostenere che non sia stata provata oltre ogni ragionevole dubbio sulla base dei materiali raccolti dal Tribunale Speciale”. 135 Il contrammiraglio Dan V. Gallery 136, della marina statunitense, riassunse la cosa nel modo seguente: “L’esempio più rilevante di sfacciata ipocrisia a Norimberga fu il processo all’Ammiraglio Dönitz. Lo giudicammo per tre accuse: 1) Di aver cospirato al fine di preparare una guerra d’aggressione; 2) Di aver condotto una guerra d’aggressione; e 3) Di aver violato leggi di guerra sul mare. Perfino il capzioso tribunale di Norimberga lo assolse dalla prima accusa, ma lo dichiarò colpevole delle altre due. Ma in nome del buon senso, come può un ufficiale fare qualunque tipo di guerra all’infuori di una aggressiva, senza essere considerato un traditore del proprio paese, questo proprio non lo so…la condanna di Dönitz per la terza accusa…fu un insulto ai nostri stessi sommergibilisti…L’unico crimine che egli commise fu che riuscì quasi a batterci in una lotta sanguinosa ma “legale”…I processi di Norimberga posero un solenne marchio d’approvazione su un codice di guerra del mare che non soltanto noi stessi non seguimmo nella II Guerra mondiale ma che ci creerà serio imbarazzo in futuro…”. 137 Qui si dovrebbe notare che l’ammiraglio Gallery ha impiegato la definizione comune di “aggressiva” piuttosto che quella dei giuristi internazionali, cosa del tutto ammissibile perché il Tribunale di Norimberga non ha mai fornito una qualsiasi definizione di “guerra aggressiva”. Dönitz stesso tornò su questa questione legale in una intervista concessa a William Buchanan, apparsa su The Boston Sunday Globe l’8 dicembre del 1963. “…Il principio giuridico creato di recente non definisce chiaramente cosa sia una guerra d’aggressione. Perché se una guerra sia d’aggressione oppure no è una questione squisitamente politica. La politica di ogni paese tenterà di provare che l’altro è l’aggressore oppure che il proprio paese è a tal punto minacciato da essere costretto ad un atto di autodifesa. Così se…la partecipazione di ogni soldato in una guerra d’aggressione sarà in futuro punita con la proposizione legale di Norimberga, ad ogni singolo soldato di ogni nazione dovrebbe essere concesso il diritto, allo scoppio delle ostilità, di chiedere al proprio governo di giustificare le proprie azioni e garantirgli l’accesso a tutti i documenti politici cosicché egli possa formarsi un proprio convincimento in relazione al fatto che stia per prendere parte ad una guerra d’aggressione oppure no”. 138 Dopo la condanna del 1° ottobre 1942, l’ammiraglio Dönitz scontò la pena, coraggiosamente e senza proteste, nella vecchia prigione di Spandau a Berlino Ovest. Secondo ogni sistema giuridico occidentale le condizioni carcerarie sarebbero state ritenute una “punizione crudele ed eccezionale”, e sarebbero state migliorate dai tribunali. La leadership tedesca fu maltrattata, mal nutrita e peggio vestita, sottoposta a condizioni mostruose, ad ogni sorta di torture meschine e trattamenti indegni nei confronti degli anziani prigionieri. Essi sapevano poco dei fatti del mondo esterno, con le proprie famiglie avevano soltanto contatti assai limitati e altrettanto controllati e quasi nessun rapporto con altre persone. Dönitz mantenne la propria dignità grazie alla propria forza interiore, e non scrisse mai delle sue esperienze di prigioniero in libri o articoli, a differenza del piccolo roditore, Albert Speer, che deformò i fatti e alterò le “memorie” allo scopo di ottenere lucrosi contratti dalle case editrici dell’establishment per le proprie confessioni. 139 Speer, ansioso di “confessare” qualsiasi cosa i procuratori suggerissero, a Norimberga cercò di assumere la “responsabilità morale” per ogni cosa fosse accaduta nella Germania hitleriana, perfino le cose più banali. 140 Egli calunniava quegli imputati che tenevano testa alla corte, compreso Dönitz. Nei suoi diari di Spandau, tuttavia, Speer annotava il 18 marzo 1948: “…Dönitz, brusco e aggressivo, mi dice che il verdetto di Norimberga rende ridicola tutta la giustizia…Non posso negare che Dönitz ha in parte ragione nel suo rifiuto dei verdetti di Norimberga”, 141 e il 10 dicembre 1947 Speer registrava, “…Per la sua personale integrità e lealtà sul piano umano, Dönitz non ha mutato il proprio punto di vista su Hitler. Ad oggi, Hitler è ancora il suo comandante in capo” 142. In una annotazione del 3 febbraio 1949, Speer si lamentava: “Schirach, Raeder e Dönitz sono chiaramente freddi nei miei confronti…Essi disapprovano il mio costante ed elementare rifiuto del III Reich”. 143 Di particolare interesse è l’annotazione di Speer nel proprio diario, il 20 gennaio del 1953, in cui cita la reazione di Dönitz all’elezione di Theodor Heuss presidente dello stato fantoccio della Germania occidentale: “…Egli [Heuss] è stato insediato per la pressione delle potenze occupanti. Fino a quando non sarà consentita l’attività di tutti i partiti politici, compresi i Nazionalsocialisti, e finché essi non eleggeranno qualcun altro, la mia legittimità rimarrà intatta. Nessuno può mutarla di una virgola. 144 Perfino se fossi io a volerla cambiare…Anche se io rinunciassi al mandato rimarrei Capo dello Stato, poiché non posso rinunciare senza aver prima nominato un successore…”. 145 Negli anni 1952-1953 nella Germania occidentale venne sviluppato un piano eccezionale ed affascinante, con ramificazioni in Spagna, Argentina e perfino negli Stati Uniti, per la liberazione dei prigionieri di Spandau con una azione militare tipo commando e la costituzione in un altro luogo del Governo Dönitz come legittimo governo in esilio. Nonostante fossero disponibili i finanziamenti e vi fossero coinvolti molti specialisti, in Germania vi fu una falla nella sicurezza e la questione divenne una manna per i giornalisti Alleati, col risultato di un certo numero di arresti. I fatti non vennero completamente alla luce e mai lo verranno, anche se oggi la maggior parte delle persone coinvolte sono decedute. Giusto pochi anni or sono, io stesso ho avuto il piacere di bruciare dei documenti su questo argomento che erano stati attentamente cercati per molti anni da almeno quattro agenzie di spionaggio. Piuttosto furono compiuti molti tentativi legali per ottenere il rilascio del Grandammiraglio Dönitz. Il 19 maggio 1955, il dottor Kranzbühler chiese l’intervento del regime tedesco occidentale presso i propri padroni, gli Alleati, perché dalla condanna di Dönitz fossero cancellati i 16 mesi trascorsi in carcere prima e durante il processo. 146 In molti sistemi giurisprudenziali occidentali questa è una procedura di routine. Il 27 maggio gli Alleati respinsero questa richiesta. 147 Volevano che Dönitz scontasse ogni giorno della condanna di Norimberga. Gli Alleati non lo consideravano pentito e temevano ripercussioni politiche se Dönitz avesse tentato di riassumere la propria funzione di Capo dello Stato, per cui da allora, nella Germania occidentale non vi fu più alcun sostegno, né economico né politico ai gruppi di destra radicale, alle organizzazioni patriottiche e alle grandi associazioni di veterani della II Guerra mondiale. Dönitz fu rilasciato il 1° ottobre 1956 e l’evento ebbe larga eco sulla stampa mondiale. Nel luogo del rilascio avvennero alterchi fra poliziotti e giornalisti. Vari cronisti furono malmenati 148 mentre venivano portati via. “La Polizia disse di aver agito per ordine degli Alleati. Quest’ultimi, come prima reazione, o smentirono di essere a conoscenza degli incidenti o tentarono di sviare altrove le colpe”. 149 Il New York Herald Tribune, definendo Dönitz come “The Least Repentant War Criminal” 150, sostenne che il regime di Bonn aveva “esercitato pressioni dietro le quinte per scoraggiare dimostrazioni a suo favore”, e citò allarmato non soltanto la popolarità politica di Dönitz fra i “gruppi dell’estrema destra”, ma sostenne che la moglie “si dice abbia mantenuto contatti in anni recenti con attivi elementi neo-Nazionalsocialisti”. 151 Il Grandammiraglio commentò saggiamente: “Dovete rammentare che sono stato isolato e tagliato fuori dal mondo per undici anni e mezzo. Perciò non sono nella posizione di dare alcun giudizio né avere opinioni…Il mio solo compito è rimanere in silenzio. Devo sentire 152 di nuovo la mia strada nel mondo”. 153 La rivista Time, il 24 settembre 1956, in un articolo intitolato The Lion is Out, 154 ripeteva le vecchie calunnie su Dönitz, attribuendogli osservazioni che non aveva mai fatto. Il 22 ottobre 1956, Time pubblicò la mia risposta. Definendo il loro articolo “un mucchio di stupidaggini”, affermavo che “Dönitz, un capace ufficiale di carriera in marina, è stato dichiarato colpevole dall’illegale tribunale di Norimberga esattamente per le stesse azioni spietate commesse dagli ammiragli statunitensi e britannici. L’unica differenza è che la Germania ha perso la guerra”. 155 Ci furono molte altre voci in merito. The Chicago Tribune, nel suo editoriale del 6 ottobre 1956, riassunse abilmente:

“Il Grandammiraglio Dönitz…ha terminato la propria condanna a 10 anni come “criminale di guerra” ed è stato rilasciato dalla prigione di Spandau a Berlino. Era stato condannato da un tribunale internazionale a Norimberga, che agiva sulla base di “leggi” ex post facto inventate per l’occasione. 156 Nessun legislatore aveva mai fissato quelle sanzioni penali, ma era stati i rappresentanti dei paesi vincitori a prendere il controllo dell’accusa. La presenza dell’ammiraglio Dönitz fra gli imputati fu per i vincitori un imbarazzante imprevisto. Egli fu accusato di aver condotto una guerra sottomarina senza limitazioni. Il tribunale, valutando questa accusa, ammise con riluttanza che non poteva essere trascurato un ordine esplicito dell’Ammiragliato britannico dell’8 maggio 1940, secondo il quale tutte le navi dello Skagerrak 157 dovevano essere affondate senza preavviso. Il tribunale fu altresì obbligato ad ammettere il fatto incontestabile che gli Stati Uniti, dal primo giorno di guerra, avevano condotto anch’essi una guerra sottomarina senza limitazioni…Ciò nonostante le accuse globali contro gli imputati di aver pianificato, preparato, iniziato e condotto una guerra d’aggressione furono sufficienti a fornire la conclusione che l’ammiraglio Dönitz era colpevole di qualcosa – probabilmente il crimine di aver combattuto, come ufficiale di carriera, al servizio del proprio paese. Prese 10 anni, un verdetto che prova ancora una volta che chi ha la forza ha anche ragione, e che l’ipocrisia supera tutti gli ostacoli”. 158 Il mio coinvolgimento personale con l’ammiraglio Dönitz fu continuo e considerevole. Durante la sua carcerazione mantenei i contatti con la signora Inga Döinitz, una magnifica patriota che aveva visto cadere i due figli, ambedue in marina, nella II Guerra mondiale. 159 Fra i miei obiettivi vi era quello dell’annullamento del verdetto di Norimberga in merito al caso Dönitz –e per tutti gli altri- e di restituire la reputazione al Grandammiraglio di fronte all’opinione pubblica mondiale. Assai prima del rilascio di Dönitz, sotto la direzione mia e del professor Henry Strutz negli Stati Uniti era stato costituito un comitato ad hoc, che si valeva dell’attiva assistenza di un gruppo di ex-ammiragli della marina statunitense con alti incarichi durante la II Guerra mondiale, compresi T.C. Hart e Charles A. Lockwood; il comitato aveva lo scopo di raccogliere testimonianze di stima per l’ammiraglio Dönitz da parte di leader militari e politici di tutto il mondo. Nonostante la ferma ostilità del governo statunitense, dell’intelligence, delle agenzie segrete, dei gruppi di pressione ebraici, della cosiddetta American Legion, del governo fantoccio di Bonn e di altri ancora, il progetto ebbe un successo notevole. La raccolta delle adesioni a favore di Dönitz consentì ai suoi legali di strappare al regime di Bonn la corresponsione di una pensione commisurata al suo grado, mentre avevano tentato di pensionarlo come un ufficiale subalterno, dichiarando che doveva le proprie promozioni ad Hitler. A Dönitz furono inviati i volumi rilegati con le lettere e i documenti raccolti ed egli li utilizzo in vari modi. Anche The Encyclopedia of the Third Reich, riporta che “egli [Doenitz] portava sempre con se una cartella di lettere inviategli da ufficiali di marina alleati che gli avevano scritto per esprimergli la loro simpatia e comprensione”. 160 La campagna di pubbliche relazioni a favore di Dönitz fece gradualmente presa. Il 28 agosto 1958, in un articolo del New York Times sottotitolato "Doenitz Gaining in Public Prestige" 161, si rilevava che appena 22 mesi dopo il proprio rilascio da Spandau, “il Grandammiraglio Dönitz emerge in Germania Ovest come una figura pubblica e nostalgica…il fantasma benevolo della vecchia tradizione navale spartana della Germania. Questo ruolo, interpretato decorosamente, ha ristabilito il prestigio di Dönitz nei circoli navali tedeschi…”. 162 Anche se non rientrava nel progetto iniziale, una parte della collezione di testimonianze a favore di Dönitz furono pubblicate in un libro, Dönitz at Nuremberg: A Re-Appraisal 163, la cui prima edizione apparve nel 1976 e la seconda, ampliata, nel 1983 sotto la sigla editoriale dell’Institute For Historical Review. Vorrei citare semplicemente due contributi al libro che considero particolarmente significativi. Il Maresciallo Lord Henry Maitland Wilson of Libya 164 , comandante supremo alleato nel Mediterraneo, scrisse: “Durante il mio periodo di comando in Medio Oriente e nel Mediterraneo, non mi furono segnalati abusi alla Legge Marittima Internazionale da parte delle forze dell’Asse…i processi di Norimberga furono messi in scena come esibizione politica 165”. 166 E Tom C. Clark, giudice della Corte Suprema statunitense (dal 1949 al ’67) e Ministro della Giustizia al tempo del procedimento di Norimberga, scrisse del libro: “…La serie di opinioni espresse da uomini dell’esecutivo, legislatori, giuristi, militari, scrittori, diplomatici e membri di famiglie reali rappresenta una vasta gamma di leader interessati del nostro tempo. Tutte queste persone colte non soltanto isolano il “principio” di Norimberga, ponendolo nella giusta prospettiva, ma allo stesso tempo citano il devoto e capace ammiraglio come una vittima di questa norma. Saluto questa antologia come una lettura obbligatoria per tutti coloro che sono interessati all’uguaglianza di fronte alla legge per gli sconfitti come per i vincitori”. 167 Successivamente al proprio rilascio da Spandau, l’ammiraglio Dönitz iniziò puntualmente a lavorare alle proprie memorie, la cui edizione tedesca (10 Jahre und 21 Tage) 168 apparve nel 1958, seguita da quella inglese e quindi da quella americana (vedi la bibliografia). Far pubblicare le memorie di Doenitz in Germania nel 1958 fu il problema più grosso. Sarebbe stato meglio attendere qualche anno, ma naturalmente il Grandammiraglio non sapeva quanti anni sarebbe vissuto. Fu indispensabile fare delle concessioni sgradite. Per questo motivo le memorie in gran parte si occupano della guerra navale e della strategia dei sottomarini. Non vi è alcuna discussione sugli anni di Spandau (che, in ogni caso, Dönitz non avrebbe discusso), le critiche nei confronti degli alleati sono limitate, e qualsiasi rilievo sul procedimento di Norimberga è confinato a questioni precise, in larga parte riconducibili alla condotta della guerra navale. C’è qualche critica del Nazionalsocialismo, largamente ristretta al Fuehrerprinzip, con una porta aperta sulla “democrazia” 169, e una certa critica ai campi di concentramento, cui Dönitz si oppone a livello di principio. Dönitz rileva che l’idea dei campi di concentramento era stata sviluppata per la prima volta dagli inglesi in Sud Africa contro i Boeri 170, e fu divertito di apprendere dal sottoscritto che i “campi di concentramento” provenivano dal patriarca americano, il generale Gorge Washington, allo scopo di occuparsi dei “fastidiosi” Quaccheri durante la rivoluzione americana. A causa della loro opposizione alla guerra, Washington ne fece delle retate e li ammassò nei campi lasciandoli a morire di fame finché non ricevettero aiuti da altri Quaccheri. Il concetto dei campi fiorì di nuovo nella mente sinistra di Franklin D. Roosevelt, che radunò gli americani di origine giapponese in campi del genere durante il periodo della II Guerra mondiale. Tutte le nazioni hanno avuto la propria parte di campi di detenzione e di lavoro, anche i Nazi(onalsociali)sti, ma l’idea era puramente e semplicemente americana. Le Memoirs di Dönitz, nelle loro varie edizioni, furono generalmente ben accolte. H.R.G. Whates, recensendo l’edizione inglese in un articolo dal titolo “A Formidable Antagonist of Britain” 171, apparso su The Birmingham Post il 9 maggio 1959, scrisse: “…Da esso emerge l’immagine di un ufficiale di marina onesto, non politico, dotato di idee brillanti e originali sull’impiego degli U-Boat per la distruzione del naviglio nemico. Un uomo che avrebbe potuto vincere la guerra per la Germania se avesse ottenuto i tremila U-Boat che aveva richiesto…Dönitz cita malinconicamente Nelson: “Solo i numeri ci possono annientare”. Ed egli non ebbe mai i numeri”. 172 Nel 1962, a 69 anni, morì la signora Doenitz, e il Grandammiraglio si trasferì in un piccolo appartamento da scapolo a Aumuehle, alla periferia di Amburgo dove, circondato dalle sue stampe di soggetto navale e dalle sue monete, continuò a scrivere libri e articoli specialistici, a ricevere vecchi camerati e a corrispondere con gli storici che chiedevano la sua opinione. La marina dei fantocci di Bonn nel complesso lo ignorò, ma Dönitz teneva volentieri conferenze ad ex-militari, che lo ricevevano sempre con grande entusiasmo. Seguendo una antica tradizione marinara, gli ufficiali comandanti delle navi straniere in visita nel porto di Amburgo passavano da Dönitz a rendergli omaggio in quanto ufficiale di grado più elevato presente in città, con grande costernazione e imbarazzo del governo di Bonn. Dönitz restò attivo anche a favore della causa dei cosiddetti “criminali di guerra” ancora nelle prigioni alleate. Io rimasi in stretto contatto col Grandammiraglio, assistendolo dovunque e ogni volta potessi. Il 27 luglio del 1980 ricevetti una sua calorosa lettera, firmata con mano tremante per l’età, nella quale Dönitz esprimeva la propria speranza di incontrarsi di nuovo. Non doveva accadere. Morì il 24 dicembre 1980, a 89 anni. Gli sciacalli si misero rapidamente al lavoro. Il regime di Bonn gli negò gli onori militari ed ordinò agli ufficiali di non presenziare in divisa al funerale, che vide comunque una folla di ex-militari di tutti i gradi a rendergli l’ultimo omaggio. I necrologi furono diversi, in genere favorevoli in Germania (con alcune notevoli eccezioni), rispettosi in Inghilterra, mentre negli Stati Uniti si distinsero per cattiveria, banalità e disinformazione. 173.Com’era da prevedere, le agenzie giornalistiche tirarono fuori i vecchi archivi propagandistici della II Guerra mondiale e la spazzatura di Norimberga, senza neppure tentare di aggiornarla. Fra tutti il peggiore fu il New York Times, cosa che non mi sorprese affatto. Mi ero sempre riferito a quel cosiddetto quotidiano definendolo “lo straccio sionista”. Credo sia stato H.L. Mencken a definirlo “un foglio pomposamente sterile”. In ogni caso, la storia era finita. Karl Doenitz era entrato nella storia. Con la morte del Grandammiraglio, la controversia a proposito della sua legittimità come Capo dello Stato finì nel limbo. Nell’ultimo scorcio degli anni ’70 la questione era stata riesumata in maniera infelice. Un esponente della destra radicale tedesca, Manfred Roeder, tentò di autoproclamarsi “Reggente del Reich” e rese pubblico, attraverso un collaboratore di Buffalo, un documento formale recante la firma contraffatta dell’ammiraglio Doenitz, che suggeriva come egli fosse d’accordo con questa ridicola proposta. Il 22 settembre del 1978, un editoriale della Deutsche National Zeitung, un quotidiano tedesco di estrema destra dichiarò: “Di recente degli spiriti erranti che si spacciano per radicali di destra hanno cercato di dare l’impressione di agire a nome del Grandammiraglio Dönitz rivendicando la funzione della “Reggenza del Reich”. Il Grandammiraglio si è espresso così sull’argomento…”. 174 Seguiva una dichiarazione molto lunga datata 2 luglio 1975, da Aumuehle, nella quale Dönitz faceva notare che, trascorsi quasi trent’anni, la possibilità di una sua seria rivendicazione del ruolo di Presidente del Reich era perlomeno esclusa. E così proseguiva: “Nel mio comunicato del 1° maggio 1945, mi definii volutamente non come Presidente del Reich ma come Capo dello Stato. Feci questo per non rendere più difficile il processo puramente fattuale dell’esercizio del potere supremo di governo complicandolo con problemi legali e costituzionali. E’ più che certo che questo esercizio de facto del potere supremo è finito decenni fa. Lascio agli storici il compito di determinare il momento preciso in cui si è concluso. Dopo il mio rilascio dalla prigione di Spandau, nel 1956, quando, teoricamente, avrei potuto farlo, non ho mai affermato che continuavo a considerarmi Presidente del Reich tedesco. A causa delle circostanze politiche da allora manifestatisi, una dichiarazione del genere non soltanto non avrebbe avuto alcun significato legale, ma sarebbe stata anche politicamente avventata…ed avrebbe potuto avere solo un effetto negativo sulla volontà di riunificazione dell’intero popolo tedesco”. 175 C'era disaccordo fra coloro che consigliarono Dönitz come sull’opportunità della sua asserzione. Per quanto mi riguarda, avrei voluto che venisse nominato un successore, ma, come sosteneva Dönitz, sarebbe stato appropriato? (Il mio suggerimento era di nominare il Generalmajor Otto Ernst Remer, l’esemplare patriota che aveva sventato il vile colpo di stato del 20 luglio del 1944). Il radicale tedesco che intrappolò Dönitz è ora rinchiuso in una prigione della Germania Ovest per altri motivi: i burattini di Bonn hanno le mani lunghe e nessun senso né della legge né dei diritti individuali. 176 Una cosa appare certa: nessun governo futuro della Germania riunificata potrà entrare in carica senza una rivendicazione di continuità dal Governo Dönitz, l’ultimo del Reich. 177 Quando l’ammiraglio Dönitz emerse dalla prigione di Spandau nel 1956, si trovò in un mondo estraneo, poiché gli eventi degli ultimi dieci anni e più nel complesso gli erano stati nascosti. Pensava che il popolo tedesco fosse lo stesso che aveva conosciuto negli anni ’30 e ’40. Ma non era così. Già nel ’60 la gioventù tedesca era stata quasi completamente americanizzata. La cultura della Coca-Cola aveva fatto presa, coi suoi hippies, la sua musica negroide, i suoi sindacati politicizzati, la soppressione del patriottismo, il rifiuto della razza, della famiglia e dei valori culturali. In Germania si vedevano i frutti della politica americana di “rieducazione”. Come gli americani, i tedeschi non desideravano più il lavoro ma semplicemente ricevere un salario. Scomparse la qualità e l’abilità, insieme all’energia ed alla creatività tedesche. La donna tedesca era divenuta “troppo brava” per occuparsi delle questioni domestiche, per le quali erano state importate donne dall’Europa orientale, asiatiche e africane. Gli esperti di statistica ci dicono che entro pochi decenni la Germania cesserà d’essere tedesca e sarà dominata da razze straniere, controllate dai sindacati di sinistra. L’ammiraglio Dönitz visse per vedere questi cambiamenti. E giunse a rimpiangere ogni singola parola scritta a sostegno della “democrazia”, e, alla fine, trovò conforto nella solidità del proprio spirito Nazionalsocialista. Concludendo, desidero richiamare un passo dell’ultimo testamento politico di Adolf Hitler nel quale egli invoca la fede di “tutti i Tedeschi, tutti i Nazionalsocialisti”. C’è ben poco da aspettarsi dalla Germania o dai tedeschi negli anni futuri. Ma Hitler sapeva bene che non tutti i Nazionalsocialisti erano tedeschi. Le idee sopravviveranno e il movimento farà presa, crescerà e fiorirà fra le generazioni non ancora nate, nelle nazioni più inaspettate. Ciò avrebbe fatto piacere ad un uomo come l’ammiraglio Doenitz. Criticandolo, un necrologio ostile apparso in Germania Ovest citava una sua recente dichiarazione in cui egli sosteneva di non aver nulla di cui chiedere scusa e che, se avesse avuto l’opportunità di vivere di nuovo la propria esistenza, avrebbe fatto di nuovo le stesse cose. Uomini del genere sono rari nella storia. Al suo rilascio nel 1956, mi unii a George Sylvester Viereck, scrittore e storico, in un telegramma al Grandammiraglio:

“Nel giorno del trionfo della vostra ferrea volontà sui piani dei vostri vendicativi persecutori, i vostri amici americani si congratulano con voi e vi augurano di vivere a lungo e in buona salute. Durante tutto l’intero disprezzabile procedimento di Norimberga – causato dalla criminale corresponsabilità degli U.S.A. e dell’ebraismo mondiale- il vostro onore di soldato ha brillato come l’unica speranza per coloro che volevano ricostruire il mondo occidentale dopo il crollo. Col vostro coraggio personale, avete trionfato sui calcoli dei distruttori della cultura occidentale, e oggi rappresentate la personificazione dell’Onore, della Lealtà e della Fede. Non permettete che alcuna considerazione vi distolga dalla vostra posizione. Voi siete unico nella storia!”. 178

 

 

23 maggio 1945: membri dell’ultimo Governo tedesco dopo l’arresto da parte degli inglesi

(Da sinistra il Reichsminister Speer, il Großadmiral Dönitz e il Generaloberst Jodl)

 

Breve biografia di Karl Dönitz (a cura del Traduttore).

 

Karl Dönitz nacque a Grünau, vicino a Berlino, il 16 settembre 1891, da Emil Dönitz e Anna Beyer (che morì il 6 marzo 1895). Suo padre era ingegnere. Karl aveva un fratello maggiore, Friedrich. Nel 1910 si arruolò nella Kaiserliche Marine, la Marina Imperiale, divenendo Seekadett (Cadetto) il 1° aprile dello stesso anno. Il 15 aprile dell’anno successivo fu promosso Fähnrich zur See (Aspirante di Marina), il grado che ottenevano i Cadetti dopo un anno di servizio. Il 27 settembre del 1913 Dönitz fu nominato ufficiale (Leutnant zur See) ed ebbe un comando. Allo scoppio della I Guerra mondiale prestò servizio sull’incrociatore leggero Breslau nel mar Mediterraneo. Nell’agosto del 1914 il Breslau iniziò le operazioni al largo di Costantinopoli (Instanbul), allora parte dell’Impero Ottomano, impegnando le forse russe sul Mar Nero. Il 22 marzo del 1916 Dönitz fu promosso Oberleutnant zur See; nell’ottobre dello stesso anno venne trasferito sul piccolo sottomarino U-68. Il 4 ottobre del 1918 fu catturato dagli inglesi e rimase prigioniero di guerra fino al luglio del 1919. Riuscì a ritornare in Germania solo nel 1920. Proseguì il proprio servizio come ufficiale di Marina e fu promosso Kapitänleutnant (Primo Tenente) il 10 gennaio del 1921. Fino al 1928 comandò delle motosiluranti. Il 1° novembre di quell’anno fu promosso Capitano di Corvetta (Korvettenkapitän). Divenuto Capitano di Fregata (Fregattenkapitän) il 1° ottobre del 1933, l’anno successivo –1934- ottenne il comando dell’incrociatore Emden, la nave scuola per cadetti ed aspiranti che compiva una crociera annuale d’addestramento. L’Emden rientrò in porto, a Wilhelmshaven, nel luglio del 1935, e il 1° settembre Dönitz ottenne la promozione a Kapitän zur See ed il comando della 1° Flottiglia di U-Boat, la Wediggen, che comprendeva tre sottomarini: l’U-7, l’U-8 e l’U-9. Dal 1° gennaio del 1936 divenne Führer der Unterseeboote (FdU), Comandante del Corpo dei Sottomarini. Prima della guerra Dönitz si batté caparbiamente per la conversione della marina tedesca in una flotta composta in maggioranza di sottomarini. Era sua convinzione che l’attacco e l’affondamento delle petroliere che rifornivano la Royal Navy, sarebbe stato efficace quanto e più che distruggere le navi da guerra britanniche. Il suo progetto prevedeva l’utilizzo di 300 U-Boat del nuovo tipo (VII), con questi avrebbe messo fuori gioco l’Inghilterra. Dönitz ebbe contrasti anche con l’allora Comandante in Capo della Marina, il Grandammiraglio Raeder, un uomo valoroso ma legato alle strategie ed alle tecniche della I Guerra mondiale. Per Raeder la cosa più importante per un ufficiale di Marina era “morire valorosamente”. Dönitz, altrettanto coraggioso, era molto meno fatalista e ben più pragmatico. Quando iniziò la guerra, Dönitz era stato appena promosso Kommodore –il 28 gennaio del 1939- e comandante del nuovo corpo dei sottomarini (Befehlshaber der Unterseeboote/B. d. U.). Purtroppo la situazione dei sommergibili era piuttosto precaria, dal punto di vista numerico: Dönitz all’inizio ne aveva a disposizione solo 50, molti dei quali non potevano essere utilizzati sulle rotte oceaniche. Ma Dönitz non si perse d’animo e riuscì ad ottenere grandi risultati seppur con scarsi mezzi. Il 1° settembre del 1939 fu promosso Contrammiraglio (Konteradmiral) ed esattamente un anno dopo (1° settembre 1940), Vice Ammiraglio (Vizeadmiral). Dal 1941, con la consegna dei nuovi U-Boat del tipo VII, i successi di Dönitz aumentarono ancora. Dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti Dönitz progettò immediatamente l’Operazione Drumbeat contro il naviglio delle coste orientali, operazione che ebbe notevole successo. Nel febbraio del 1942 Dönitz creò ulteriori problemi agli alleati ordinando ai propri U-Boat di utilizzare una versione sperimentale del codificatore di messaggi (il noto Enigma) denominato Triton dai tedeschi e Shark dagli alleati. Fu una scelta vincente: gli analisti alleati impiegarono 11 mesi per decifrare il nuovo codice. Nel frattempo, il 14 marzo 1942, Dönitz era stato promosso Ammiraglio (Admiral) e per la fine di quell’anno la produzione di U-Boat del tipo VII aveva raggiunto un livello tale che Dönitz riuscì finalmente a sviluppare appieno la sua strategia Rudel, il “branco dei lupi” secondo gli alleati (vedi nota 77). Le perdite di naviglio inglesi raggiunsero livelli impressionanti e per la prima volta per la Gran Bretagna ci fu il rischio di rimanere senza rifornimenti di carburante. Il 30 gennaio del 1943 –si noti la data- il Führer promosse Dönitz Grossadmiral e lo nominò Comandante in Capo della Marina (Oberbefehlshaber der Kriegsmarine) al posto di Raeder, pur mantenendo anche l’incarico di B.d.U. Nonostante che nel 1943 la guerra nell’Atlantico cominciasse a pendere a favore degli alleati, Dönitz continuò a premere per la costruzione di nuovi U-Boat e per continue innovazioni tecnologiche, al punto che, alla fine della guerra, la flotta sottomarina del III Reich era la più avanzata al mondo e gli ultimi modelli di U-Boat (il tipo XXI) servirono da modello per la costruzione dei nuovi sommergibili sovietici ed americani. Tralasciamo le vicende che lo videro Reichspräsident per volontà del Führer, ampiamente trattate nell’articolo. Arrestato dagli inglesi il 23 maggio del 1945, fu processato a Norimberga e condannato a 10 anni. Uscì dalla prigione di Spandau il 1° ottobre del 1956 e si ritirò nel villaggio di Aumühle nello Schleswig-Holstein, vicino ad Amburgo, dopo la morte della moglie. Dedicò gli anni seguenti a stendere le proprie memorie (Zehn Jahre, Zwanzig Tage, ovvero Dieci anni e Venti Giorni) che apparve nel 1958 e che deve il titolo ai 20 anni trascorsi dal Grandammiraglio come comandante di U-Boat ed i 20 giorni come Presidente del Reich. Scrisse anche un secondo libro, Mein wechselvolles Leben, la sua autobiografia fino al 1934, pubblicato nel 1968 ed in seguito ristampato in una versione rivista col nuovo titolo Mein soldatisches Leben, nel 1998. Il Grandammiraglio Dönitz morì il 24 dicembre del 1980 a Aumühle. Nonostante il divieto formale, al suo funerale, celebrato il 6 gennaio dell’81, parteciparono migliaia di ex-camerati che avevano combattuto ai suoi ordini, fra questi centinaia di Croci di Ferro, non solo della Marina. La Bundesmarine della Germania occidentale, dopo aver “chiesto” di ritardare il funerale, dovette vietare agli ufficiali di presenziare in divisa alla cerimonia. Centinaia di loro lo fecero vestendo abiti civili. Karl Dönitz non era iscritto alla NSDAP. Dönitz pagò un duro tributo anche negli affetti familiari. Il figlio più giovane, Peter, ufficiale sull’U-Boat 954, fu ucciso nell’Atlantico del Nord il 19 maggio del 1943 insieme a tutto l’equipaggio. Il figlio maggiore, Klaus, aspirante ufficiale medico della Marina cadde il 13 maggio del 1944 durante un attacco della motosilurante sulla quale era imbarcato, la S-141, al largo di Selsey, sulla costa inglese. Aveva 24 anni.

 

Decorazioni:

 

7 novembre 1914: Eisernes Kreuz II Klasse (Croce di Ferro di II Classe);

5 maggio 1916: Eisernes Kreuz I Klasse (Croce di Ferro di I Classe);

1918: U-Bootabzeichen;

Ehrenkreuz für Frontkämpfer;

Wehrmacht-Dienstauszeichnungen;

Goldenes Parteiabzeichen;

14 marzo 1942 e 5 maggio 1945: Wehrmachtbericht;

18 settembre 1939: Spange 1939 zum EK II 1914;

20 dicembre 1939: Spange 1939 zum EK I 1914;

27 febbraio 1940: U-Boot-Kriegsabzeichen mit Brillanten;

21 aprile 1940: Ritterkreuz des Eisernes Kreuz (Croce di Cavaliere) come Befehlshaber der UBoote (B.d.U.);

6 aprile 1943: Ritterkreuz des Eisernes Kreuz mit Eichenlaub (n. 223) (Croce di Cavaliere con Fronde di Quercia) come Oberbefehlshaber der Kriegsmarine und Befehlshaber der U-Boote;

maggio 1945: Deutscher Orden;

Ritengo valga la pena di riportare una frase del Grandammiraglio, da un suo discorso del 12 marzo 1944.

“Cosa sarebbe divenuta oggi la nostra patria se il Führer non ci avesse uniti nel Nazionalsocialismo! Divisa dai partiti, assalita dalla diffusione del veleno giudaico e ad esso vulnerabile, perché ci mancava la difesa della nostra attuale irriducibile idea, da tempo saremmo stati schiacciati sotto il fardello di questa guerra, e ci saremmo consegnati al nemico che ci avrebbe sterminato senza misericordia”. E, tanto per comprenderne la tempra, una sua dichiarazione al processo di Norimberga: “Ero dell’opinione che la resistenza, il potere di resistenza di un popolo, lo si sarebbe potuto preservare assai meglio se non vi fossero stati ebrei all’interno della Nazione”.

 

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Veale, F.J.P. War Crimes Discreetly Veiled, Cooper Book Co., Londra, 1958; Torrance,

California, Institute for Historical Review, 1979.

 

Tratto da The Journal of Historical Review www.ihr.otg , volume 5, numeri 2-3-4, Inverno 1984, pagina 405. (Si tratta della recensione del libro Dönitz: The Last Führer di Peter Padfield, Weidenfeld & Nicholson military, 545 pagine, edizione attuale: ottobre 2001, ISBN: 0304358703)

 

 

La copertina del libro

 

Il Grandammiraglio coi suoi “lupi”.

 

Le note del traduttore riportano la sigla NdT. Tutte le altre sono dell’Autore. Le foto sono a cura del traduttore.

1 NdT. Il grado di Grandammiraglio (Großadmiral) era quello più elevato nella Kriegsmarine. Prima e durante la

Seconda guerra mondiale, vennero nominati Grandammiragli della Kriegsmarine soltanto Erich Raeder, il 1°

aprile 1939, e Karl Dönitz, il 30 gennaio 1943.

2 Ulick Varange [Francis Parker Yockey], Imperium (Westropa Press, Londra, 1948), dedica.