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ORDINE DA STALIN: VIETATO INSORGERE

 

STRAORDINARIE RIVELAZIONI NEI DOCUMENTI SEGRETI DEL CREMLINO

 

Fu il capo sovietico a ideare e imporre a Togliatti la risolutiva “svolta di Salerno”, fu sempre lui a impedire un’insurrezione comunista in Italia, a finanziare la campagna elettorale del PCI nel 1948

 

 

            Giuseppe Stalin era georgiano e non romano, e quindi non chiese “che te serve?”, come –a quanto si seppe- si usò a lungo nei rapporti tra imprenditori e politici italiani, ma nella sostanza e nel tono non parlò in modo diverso. Del resto, che Pietro Secchia, alto esponente del PCI e autorevole membro dell’Assemblea Costituente, fosse venuto a Mosca con la precisa intenzione di assestargli una buona stoccata, Stalin lo aveva già saputo da Zdanov, che aveva ricevuto il visitatore due giorni prima. Fece quindi buon viso, non accusò il colpo, e disse senza troppi preamboli che se i compagni italiani avevano proprio bisogno di 600.000 dollari per finanziare la campagna elettorale, da parte sua non c’erano difficoltà: Secchia stesso poteva prelevarli e portarli via di persona, tanto si trattava grosso modo di due sacchi da 40-50 chili. E quando Secchia osservò che il problema non era il peso ( per il bene del proletariato, evidentemente, poteva sopportare lo sforzo) ma il pericolo di essere scoperto e bloccato alla frontiera italiana, e propose quindi di spedire il tutto per via diplomatica, Stalin virtuosamente sconsigliò: qualcuno avrebbe potuto parlare, e che avrebbe detto il mondo se avesse saputo che il PCI si faceva dare dei soldi dall’ambasciatore sovietico? Secchia si prendesse dunque il suo mezzo quintale di contante, e andasse a scaricarlo a Belgrado: avrebbero pensato poi i compagni jugoslavi a farlo arrivare in Italia.

            Se una storia del genere fosse stata pubblicata qualche anno fa, non solo la stampa comunista ma anche quella progressista e in genere di sinistra l’avrebbe bollata come una sporca calunnia della propaganda capitalista e –inutile dirlo- fascista. Ma la faccenda è venuta fuori da poco, e con tutti i dettagli, in uno degli innumerevoli fascicoli che ormai straripano dagli spalancati armadi del Cremino, e che stanno mettendo in piazza i più gelosi segreti dei comunisti di ogni paese. Gruppi di ricercatori frugano in quelle carte, e malgrado la difficoltà di orientarsi –sembra che gli scaffali dell’URSS e del PCUS occupino in misura lineare alcuni chilometri- cominciano già a mettere a disposizione del pubblico i primi risultati. In Italia sono apparse recentemente due opere (Togliatti e Stalin, di Elena Aga Rossi e Victor Zaslavsky, Il Mulino, e Dagli archivi di Mosca, a cura fi Francesca Gori e Silvio Pons, Carocci) fondate su documenti che in parte offrono precise conferme su annose questioni, e in parte aprono spiragli nuovi e sorprendenti su scenari inediti di cui non si era avuto nemmeno il sospetto.

            Il Verbale del colloquio tra Stalin e Secchia, debitamente archiviato in data 14 dicembre 1947, appartiene alla prima categoria. Che i comunisti italiani fossero finanziati da Mosca si è sempre saputo o almeno capito, malgrado le loro scandalizzate proteste. Ma che il loro numero due (poi, al suo rientro in Italia, nominato vice-segretario accanto a Luigi Longo) avesse battuto cassa direttamente a Stalin, e fosse uscito dalle sale del Cremino con il suo malloppo in spalla, nemmeno il più viscerale degli anticomunisti aveva mai supposto. E così, in un ritmo da commedia all’italiana (ma con buona partecipazione sovietica)ogni controversia sulle fonti finanziarie del PCI è ormai chiusa. Sempre alla stessa categoria appartengono altri documenti che forniscono prove definitive sul contegno dei comunisti italiani in momenti difficili (il rifiuto del Piano Marshall, l’appoggio dato alla Jugoslavia durante e subito dopo la guerra per la questione di Trieste, il pronto allineamento alla scomunica cominformistadi quella stessa Jugoslavia) e cancellano ogni dubbio sulla loro totale dipendenza dalle direttive sovietiche.

            Diverso è il caso, quando le carte d’archivio rovesciano la prospettiva in cui si vedevano finora i fatti, e richiedono quindi il riesame e la riscrittura di intere fasi della storia italiana e non solo italiana. Tra queste, in primo piano, la rivelazione davvero sconvolgente del modo in cui maturò la cosiddetta “svolta di Salerno”, che nel marzo-aprile 1944 modificò interamente i termini della guerra civile allora in corso in Italia

 

 

L’errore di Togliatti

 

Per cogliere l’importanza di questa autentica scoperta storica, bisogna tener presente che fino a quel momento i partiti antifascisti, PCI compreso, non avevano influito quasi per nulla sulla scena politica e bellica: non loro avevano rovesciato il fascismo il 25 luglio, non loro avevano stipulato l’armistizio l’8 settembre, non loro avevano in mano le redini del governo del Sud, e la durissima, intransigente richiesta dell’abdicazione di Vittorio Emanuele e delle dimissioni di Badoglio, da loro avanzata, li tagliava fuori da ogni possibilità di partecipazione reale e di concreto intervento. Tutto cambiò quando Togliatti tornò in Italia e, ritirate tutte le pregiudiziali, accettò di entrare nel governo Badoglio a nome del PCI, trascinando con sé la docile coda degli altri partiti. Di colpo, il CLN si impadronì del potere, si aprì la strada anche per conquistare la presidenza del Consiglio (come in effetti avvenne in giugno, subito dopo l’ingresso degli angloamericani a Roma, con la nascita del governo Bonomi) e divenne il protagonista della lotta antifascista, mettendo da parte i militari e la Cortecce le avevano dato l’avvio e ne avevano tenuto la guida.

            Fu un autentico capolavoro di realismo e di strategia politica, e Togliatti lo attribuì a stesso, levando alle stelle il suo personale prestigio, e riscuotendo poi per mezzo secolo le lodi degli amici e persino l’ammirazione dei nemici. Ora però dagli scaffali del PCUS emerge la prova che non fu Togliatti a ideare la “svolta”, ma Stalin in persona. Il 3 marzo 1944 infatti, prima di partire per l’Italia, Togliatti si incontrò segretamente con Stalin, e gli sottopose il testo “Sui compiti attuali dei comunisti italiani” che aveva elaborato insieme a Dimitrov, e che confermava la linea di assoluta opposizione alla monarchia e al governo Badoglio fino a quel momento seguita dai partiti antifascisti in genere e dal PCI in particolare. In poche battute, Stalin dimostrò a Togliatti il suo errore, spiegandogli che “l’esistenza di due campi, Badoglio e il re da un lato e i partiti antifascisti dall’altro” era un fattore di debolezza. Che se il re era contro i tedeschi non c’era motivo di esigere la sua abdicazione immediata, che i comunisti potevano “entrare nel governo Badoglio allo scopo di premere per l’intensificazione della lotta contro i tedeschi, di procedere alla democratizzazione del paese e pervenire all’unità del popolo italiano”Come risultato, la frase che chiedeva l’abdicazione del re e le dimissioni di Badoglio venne cancellata dal testo, e sostituita con un’altra che accettava senza pregiudiziali la partecipazione al governo.

            Naturalmente non possiamo sapere quel che sarebbe accaduto se Togliatti –per assurda ipotesi- avesse fatto di testa sua senza rimettersi al parere di Stalin. Conosciamo però, per diretta esperienza, quello che l’impulso dato da Stalin ha realmente prodotto: il sopravvento dei partiti ciellenisti sulle forze monarchico-militari che avevano rovesciato il regime, il segno storico-ideologico impresso alla lotta contro il fascismo, il carattere di spietata e fratricida violenza assunto da quella lotta, l’immagine di un antifascismo vittorioso che s’impone e assume il compito di guidare il futuro. In definitiva, l’Italia “nata dalla resistenza” venne modellata dalle mani di Stalin. E poiché quell’Italia sopravvive ancora dopo l’abortito tentativo (si veda nello scorso numero l’editoriale a pagina 1) di dar vita a una “seconda repubblica”, dobbiamo riconoscere in Stalin il punto d’origine non solo del cinquantennio trascorso, ma anche delle nostre attuali vicende.

            Non è facile intuire come, nel dettare queste direttive di partecipazione al potere di “unità antifascista”, Stalin avesse in vista lo scenario ancora relativamente elastico e problematico del 1944. La conferenza di Yalta, che avrebbe diviso rigidamente il mondo in due, si sarebbe tenuta solo nel febbraio dell’anno seguente, ma c’era già stato nel novembre 1943 quella di Tehran, dove le “sfere d’influenza” erano già state abbozzate. La sorte dell’Italia, insomma, era prevedibile mo non ancora irrevocabilmente decisa, e occorreva dunque una tattica buona per tutte le ipotesi. Non a torto, Stalin la individuò nella partecipazione al governo, che poteva portare a esiti bulgari o ungheresi (se l’Armata Rossa fosse giunta fino alle rive del Po), ma poteva anche consentirgli di piazzare un robusto piede in Occidente nel caso contrario. Questo si vede bene nelle direttive del tutto simili che –in un altro colloquio emerso solo ora dagli archivi moscoviti- egli diede a Maurice Thorez quando la Francia era quasi tutta in mano agli angloamericani, e quindi fuori dalla sua portata. E si vide anche nel processo che subito dopo la guerra, nel settembre 1947, il Cominform (l’internazionale comunista che aveva sostituito il disciolto Comintern) intentò al PCI e al PCF, rei di essersi fatti cacciare dal governo: l’ordine di stare e restare al potere, impartito tre anni prima, era ancora valido e non ammetteva scuse.

 

 

La rottura tra Stalin e Tito

 

            La nuova documentazione d’archivio getta una insolita luce su quello che avvenne in quella sessione del Cominform. Le critiche mosse da Zdanov ai comunisti italiani e francesi, si tennero infatti sul terreno politico e propagandistico, rilevarono errori di tattica e scarsa capacità di “mobilitazione delle masse”. Ben diversi furono invece gli attacchi degli jugoslavi, che accusarono i due partiti, ma soprattutto il PCI di non aver fatto la rivoluzione, come ancora in quei mesi stavano tentando di fare, con un’accanita guerriglia, i comunisti greci. I rappresentanti di Tito si spinsero anche oltre e biasimarono –sia pure con un linguaggio ancora relativamente cauto- lo scarso o nullo appoggio dato alla rivoluzione greca, e fecero capire che la via insurrezionale era, per loro, il modello da seguire. Ora, se si tiene presente che Tito, caso unico tra i leader comunisti dell’Europa Orientale, era al potere grazie al suo esercito e non all’Armata Rossa, non è difficile vedere che la sua pressione rivoluzionaria verso Sud (la Grecia) e verso Ovest (l’Italia) configurava già un abbozzo di polo meridionale del comunismo europeo, a fronte se non ancora opposto a quello di Mosca. Questo spiega sia il pronto rientro del PCI nelle grazie di Mosca (testimoniato anche dalla benevola elargizione di cui si è detto all’inizio) sia le cause più profonde della rottura tra Stalin e Tito, e quindi della ormai imminente scomunica del comunismo jugoslavo che lo stesso Cominform avrebbe poi pronunciato nel giugno del 1948.

            A guerra finita, Stalin seguiva una condotta di pieno adeguamento agli accordi di Yalta, e la linea su cui si erano fermati gli eserciti segnava per lui il confine tra due comportamenti diversi: a oriente di quella linea il territorio era suo, e lo incorporava il più rapidamente possibile, a occidente era patrimonio altrui, e non poteva impadronirsene, anche se non doveva per questo rinunciarvi in eterno. Il compito dei partiti comunisti d’Occidente rientrava dunque in una delle due possibilità che Stalin si era tenute aperte nella sera ormai lontana in cui aveva ribaltato il senso del testo che Togliatti gli aveva presentato: tenere e rafforzare la posizione d’avanguardia, anche se probabilmente per lungo tempo non sarebbe stato possibile un assalto decisivo e finale.

            Per Stalin queste conclusioni erano abbastanza logiche e semplici, ma non lo erano altrettanto per Togliatti, per i comunisti italiani e per quanti erano rimasti oltre la linea di Yalta. Il PCI era forte, e insieme al PSI suo alleato dominava il campo. I partigiani si erano sciolti ed avevano consegnato le armi, ma solo pro forma (si veda alla pagina seguente) e l’Italia del centro e del nord pullulava di depositi piccoli e grandi. Le forze militari e di polizia che lo Stato avrebbe potuto mettere in campo erano irrisorie, e non sarebbe stato difficile travolgerle. E allora, perché non si doveva insorgere? Perché i comunisti polacchi, tedesco-orientali, rumeni, ungheresi, bulgari, cecoslovacchi, albanesi, dovevano governare i loro popoli, e quelli italiani no? Certo, fino a quando gli angloamericani stavano in Italia la ragione c’era e si vedeva benissimo, ma nel settembre 1947 i loro ultimi reparti si imbarcarono definitivamente. In caso di insurrezione potevano tornare, ma era proprio certo che lo avrebbero fatto?

            Togliatti certamente conosceva la logica di Yalta, ma della documentazione raccolta nei due volumi citati si vede bene che persino intorno a lui non tutti la seguivano. Secchia, per esempio, durante la sua missione a Mosca aveva parlato chiaramente –come si vede dai verbali dei suoi colloqui e dei suoi interventi- di una possibile svolta rivoluzionaria e delle sue prospettive, e dopo, in un incontro con l’ambasciatore sovietico a Roma, Kostylev, aveva sostenuto che in caso di scontro armato il PCI si sarebbe potuto impadronire dell’Italia del centro e del nord, ma in caso di intervento americano il conflitto sarebbe divenuto internazionale. Da parte della Jugoslavia e degli altri paesi dell’est giungevano segni di interesse e di disponibilità verso la prospettiva di uno sbocco rivoluzionario,e  ancora nel marzo 1948 (a poche settimane dalle elezioni politiche che poi si tennero il 18 aprile) il leader comunista ungherese Rakosi comunicò per lettera a Mosca che il suo partito e quello jugoslavo erano pronti a intervenire per aiutar il PCI a prendere il potere. Lo scenario che veniva discusso, almeno per iscritto, era quello di un’aggressione armata o di una “provocazione reazionaria”, ma è appena il caso di ricordare che in tutti i paesi dell’est europeo i comunisti erano stati “provocati” e “aggrediti”e quindi costretti a reagire prendendo il potere. Non sarebbe stato difficile, quindi, farsi “provocare” e “aggredire” anche in Italia.

 

 

L’ambasciatore nel bosco

 

         Alla vigilia delle elezioni la tensione giunse al punto che Togliatti non si sentì di escludere da solo l’ipotesi insurrezionale, e pose il problema a chi di dovere. Il 23 marzo si incontrò segretamente con Kostylev in un bosco presso Roma, e gli chiese formalmente se, “in caso di una o più provocazioni da parte dei democristiani e di altri reazionari” doveva iniziare l’insurrezione per prendere il potere. L’ambasciatore, a sua volta, girò la domanda a Mosca, e aggiunse –probabilmente anche in seguito a quel che gli aveva detto Secchia- che il PCI era in grado di impadronirsi con le proprie forze dell’Italia del nord, ma in caso di intervento americano sarebbe stato necessario “un aiuto militare esterno, in primo luogo degli jugoslavi”.

            La risposta del Cremino, comunicata telegraficamente a Kostylev da Molotov, tagliò la testa al toro: “per quanto riguarda la presa del potere attraverso una insurrezione armata, consideriamo che il PCI in questo momento non può attuarla in nessun modo”. Naturalmente, da questi documenti –su cui entrambi i volumi concordano- e facile dedurre che Stalin aveva tutti i motivi per frenare i comunisti italiani sulla via della rivoluzione. In primo luogo c’era la logica di Yalta, in base alla quale nel mese di febbraio si era impadronito della Cecoslovacchia con un colpo di stato, senza che gli americani reagissero: ora non poteva mettere le mani in casa d’altri, visto che gli altri non le avevano messe in casa sua. In secondo luogo, era abbastanza evidente che una guerra civile in Italia, come il suo stesso ambasciatore gli diceva, vi avrebbe attirato gli jugoslavi, e avrebbe favorito quindi i propositi di espansione rivoluzionaria nutriti da Tito. Doveva fermare tutto: e fermò tutto, come sempre senza riguardi e senza perdere tempo.

            Così, per due volte in quattro anni, Giuseppe Stalin dirottò con mano ferma il corso delle cose italiane: nel primo caso determinò la condotta della lotta antifascista e il carattere del regime che stava per nascerne; nel secondo impedì che a pochi mesi dalla fine della prima esplodesse una nuova guerra civile. L’importanza dei documenti che escono dal Cremino e che questi due volumi hanno fornito alla nostra conoscenza e riflessione, non è tanto nella conferma della stretta dipendenza operativa e finanziaria del PCI dalla casa madre sovietica, quanto nell’immagine finora inedita e sconosciuta di uno Stalin che, senza uscire dal lontano Cremino, muove i fili delle nostre vicende e domina la nostra sorte. Si credeva finora che l’Italia d’oggi avesse molti padri. Ora possiamo cominciare a capire che forse ne ha avuto uno solo.

 

Di ENZO ERRA

 

Ultimo aggiornamento: lunedì 22 maggio 2006