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PUNTA STILO: LA BATTAGLIA CHE NON CI FU UN IRRISOLTO ENIGMA DEL SECONDO CONFLITTO MONDIALE

 

L’energica reazione delle navi italiane bloccò l’iniziativa degli inglesi che disponevano della potente “Mediterranean Fleet”, ma furono costretti ad interrompere lo scontro malgrado la loro superiorità numerica.

 

            “La guerra è un’impresa a livello nazionale che deve essere coordinata a partire dai più alti vertici della politica sino ai livelli base di esecuzione. La strategia militare, l’abilità operativa e le tattiche sono le parti essenziali dell’attività di preparazione e di conduzione della guerra. Una strategia di successo è capace di realizzare gli obiettivi nazionali e dell’alleanza politica al costo più basso in termini di perdite umane e materiali. L’abilità operativa trasforma tali obiettivi in campagne ed operazioni militari efficaci. Le tattiche servono a vincere le battaglie ed i combattimenti che a loro volta producono campagne ed operazioni militari di successo”.

            Questa citazione dal manuale fondamentale della guerra, dell’esercito degli Stati Uniti è qui riportata perché contiene gli elementi idonei ad inquadrare un episodio della seconda guerra mondiale classificato dalle fonti ufficiali della Marina Militare come “La battaglia di Punta Stilo” () luglio 1940), tuttora oggetto di studi e di ricerche per i suoi retroscena, le sue conseguenze e per l’ambiguo atteggiamento della Marina in merito al complesso dei significati dell’episodio, delle ripercussioni e delle influenze esercitate sul prosieguo delle operazioni belliche nel Mediterraneo. Un evento, quella di Punta Stilo, ad un mese dall’entrata in guerra, che non ha avuto l’attenzione che meritava sia mentre i fatti e le fasi operative si andavano delineando e verificando, sia, in seguito, da parte dei critici militari.

            Il movente di queste note è un “supplemento” alla Rivista Marittima (febbraio 1998), sponsorizzato dallo Stato Maggiore della Marina. L’autorevole storico navale Enrico Cernuschi, autore di altre ricerche sempre per il medesimo “editore”affronta in un’ottica estremamente professionale, con un taglio tecnico-scientifico di tutto rispetto e di notevole autorevolezza, quelli che egli definisce (nel titolo) “I sette minuti di Punta Stilo” (sottotitolo: “Analisi comparata di una battaglia navale”). L’autore si propone di dimostrare che il 9 luglio 1940 le navi inglesi della Mediterranean Fleet uscite da Alessandria d’Egitto e spintesi sin nelle acque della Calabria orientale (da cui “Battle of Calabria” secondo i britannici e “Action of Calabria” per la Royal Navy) non condussero a fondo l’azione contro la squadra navale italiana imperniata sulle corazzate “Giulio Cesare” e “Conte di Cavour” nonostante la loro superiorità numerica e di armamento (tre navi di linea britanniche con cannoni da 381 mm. Contro due italiane con pezzi da 320 mm.) e questo perché sorpresi dalla reazione efficace, e per nulla condizionatala soggezione, delle navi italiane. Al colpo da 381 piazzato dalla corazzata Warspite sul “Cesare” (con danni limitati), la medesima nave da battaglia italiana ne piazzò uno da 320 sulla nave di bandiera dell’ammiraglio Cunningham, comandante in capo della flotta inglese. Un colpo a bersaglio mai ammesso dai britannici.

            L’autore citato scrive: “nonostante la situazione apparentemente favorevole, l’ammiraglio Andrew Brown Cunningham, comandante in capo della Mediterranean Fleet, rinunciò inspiegabilmente ai propri propositi aggressivi e a spingersi oltre la propria azione”. I britannici, quindi, osserva l’autore rinunciarono all’obiettivo dell’operazione: infliggere una dura sconfitta alla flotta italiana pochi giorni dopo l’entrata in guerra per mantenere il totale controllo del Mediterraneo ed allontanare eventuali minacce al Medio Oriente. Era questo l’obiettivo strategico dell’operazione.

            Il governo di Londra, l’ammiragliato, la pubblica opinione del Regno Unito e dell’Impero non nascosero la loro delusione a seguito dell’insuccesso. Quali le vere ragioni dello sganciamento britannico dopo sette minuti di scambi di colpi di grosso calibro tra le corazzate e circa un’ora e mezzo di manovre e combattimenti tra le due formazioni navali comprendenti incrociatori pesanti e leggeri, cacciatorpediniere e, da parte britannica, una portaerei? Perché gli inglesi, notoriamente grandi combattenti in mare, dominatori di tutti i mari da almeno due secoli, rinunciarono ad attaccare a fondo quando potevano contare su 24 cannoni da 382 mm. Contro 20 da 320 mm.? Temevano la maggiore velocità delle due corazzate italiane? La loro inferiorità in fatto di incrociatori pesanti? Paventavano un agguato di sommergibili (non predisposto da Supermarina, l’alto comando navale italiano)? Oppure gli attacchi aerei? L’ammiraglio Cunningham volle evitare “a qualsiasi costo” danni in seguito a “enemy gunnery good” il valido fuoco dell’artiglieria nemica. L’autore quale risultato di una paziente quanto tenace ricerca tra i documenti inglesi, non sempre di completo accesso e consultazione, rivela che “dopo una lenta fase di aggiustamento protratta tra le 1552 e le 1558, il Cesare aveva trovato, infine, la distanza tirando di conseguenza quella salva particolarmente chiusa (closely bunched salvo) di cui parla l’ammiraglio inglese” (nella sua relazione, n.d.r.).

 

 

La delusione del Regno Unito

 

            “A questo punto –scrive ancora l’autore- il pericolo di eventuali, ulteriori danni spinse la nave britannica (la corazzata Warspite) a manovrare d’urgenza anche a costo di compromettere pesantemente il proprio tiro. Neppure il constatato colpo a segno sulla corazzata italiana indusse poi gli inglesi a correre rinnovati rischi. Il proseguimento, centrato, del fuoco da parte del Cesare e del Cavour dopo le 1600 indusse infine la Warspite a non impegnarsi e ed allontanarsi sotto la copertura della Malaya, senza cercare di riprendere il contatto con il nemico”.

            Dopo ben 58 anni è stato dimostrato, sulla base di documenti britannici, che a Punta Stilo anche gli italiani misero a segno almeno un colpo di grosso calibro sul bersaglio. La “battaglia”, pertanto, ebbe un andamento diverso da quello accreditato dagli inglesi, maestri nell’occultare i danni inferti loro dagli italiani. Un nemico considerato con malcelata insofferenza e sostanziale disprezzo. L’elenco delle unità danneggiate più o meno gravemente e perfino affondate dalla regia marina e dalla regia aeronautica italiana è più lungo di quanto non risulti dai testi ufficiali. Per i britannici era quanto mai disdicevole , se non disonorevole, ammettere di essere stati colpiti dagli italiani e questo al di là del segreto militare, della censura, e della propaganda.

            Quanto precede rientra nella sfera delle considerazioni accademiche ristrette a quanti attribuiscono una qualche importanza al dibattito storico. In ogni caso è compito del ricercatore colmare le lacune documentali e dare configurazione corretta agli episodi controversi ed a quelli punteggiati da interrogativi se non da versioni contrastanti o incomplete. Enrico Cernuschi ha compiuto un buon tragitto. Tuttavia si è mantenuto su una rotta accorta e dichiarata. Non si è spinto oltre il limite del confronto balistico, limitando ad alcuni cenni e a delle note persino troppo elaborate sui numerosi elementi non secondari di quell’episodio, il primo contatto in assoluto tra le navi da guerra italiane ed inglesi.

            Ci si riferisce a quanto segue:

L’intercettazione e la decrittazione del radiomessaggio dell’ammiraglio Cunningham ai comandi dipendenti, relativo all’obiettivo ed al giorno dell’operazione;

Il mancato sfruttamento dei cinque giorni di “preavviso” forniti a Supermarina dai decrittatori;

L’assenza di uno sbarramento di sommergibili lungo le probabili rotte di avvicinamento del nemico;

L’assenza di una coordinazione tra marina ed aeronautica;

Il mancato intervento delle corazzate Vittorio Veneto e Littorio con i loro 18 cannoni da 381 mm.

La dimostrazione palese dell’utilità degli aerosiluranti (impiegati, per fortuna senza successo, in quella occasione…dagli inglesi) e, quindi, la clamorosa sconfessione di tutta la precedente “dottrina” italiana sulla “scarsa fiducia nella specialità, considerata meno efficace e di minor rendimento delle Bombe” (generale Pericolo capo di stato maggiore della regia aeronautica, in un rapporto segreto dell’aprile 1941 (!) presentato a Mussolini), e sulla “desolante impressione” suscitata dal lancio sperimentale di un siluro da aereo, impressione quest’ultima espressa dal generale della regia aeronautica Aimonte Cat, comandante dell’aviazione in Africa Settentrionale durante il conflitto.

Sarà sufficiente qui ricordare che i vecchi, lenti, goffi aerosiluranti biplani Swordfish ed i sempre obsoleti Albacore misero fuori combattimento 3 corazzate italiane su 6 a Taranto (11 novembre 1940), ne silurarono una quarta nel Mediterraneo orientale (28 marzo 1941) e, sempre in quella tragica e dolorosa giornata, silurarono anche l’incrociatore pesante Pola (affondato poi dagli inglesi, unitamente agli incrociatori pesanti Zara e Fiume ed ai cacciatorpediniere Alfieri e Carducci che stavano raggiungendo il Pola per rimorchiarlo). Inoltre gli Swordfish azzopparono la corazzata Bismark nel maggio 1941 in pieno Atlantico, consentendo alla Home Fleet di colare a picco, non senza difficoltà e con la perdita dell’incrociatore da battaglia Hood ed il gravissimo danneggiamento della nave da battaglia Prince of Wales*, quella che è stata considerata da Winston Churchill la più grave minaccia tedesca dopo gli U-Boot.

 

 

Il vero enigma

 

            Il sottotitolo del lavoro di Enrico Cernuschi, “Analisi comparata di una battaglia navale”, proprio per l’imprimatur apposto dalla Marina Militare preconfigurava una radiografia incentrata sugli aspetti tattici dell’azione, sulle fasi e sugli sviluppi dello scontro, sui contenuti tecnici e balistici, prescindendo dal quadro più ampio (quello strategico), estrapolando l’azione in senso stretto da ogni altro fattore afferente lo scenario entro cui l’azione si venne delineando, configurando e concretizzando nello scambio breve, ma intenso, di cannonate. Un limite angusto, fortemente riduttivo, tale da attribuire la connotazione di “scontro navale” non di “battaglia” all’evento. Battaglia che si sarebbe potuta verificare. Se non si ebbe non fu certo per la decisione dell’ammiraglio Cunningham di allontanarsi, preceduto per la verità da quello italiano, Inigo Campioni.

            Quale fu il motivo della mancata battaglia aeronavale di Punta Stilo? E’ questo il vero enigma. A tanti anni da quel pomeriggio del 9 luglio 1940la Marina Militare è ancora reticente. Tramite lavori tecnicamente ineccepibili, ma circoscritti a determinate fasi dell’azione, indirizza il lettore verso obiettivi secondari, sostanzialmente irrilevanti se non collocati nello scenario complessivo, trascurando il vero nocciolo della vicenda, quasi che l’incontro tra le due flotte sia stato se non casuale, imprevisto.

            La guerra non è un insieme di episodi casuali. E’ una logica concatenazione di scelte ed iniziative. Le conseguenze dipendono sempre dalle decisioni operative e dalla conduzione tattica, oppure dalle omissioni, prima ancora che dai fattori tecnici. E’ l’espressione più spinta del confronto intellettuale, scientifico, tecnologico. Punta Stilo, in senso assoluto, è la dimostrazione dell’assunto. Sorprende la riluttanza e l’inesistenza degli studiosi della scuderia ufficiale e del suo supporto nel rifiutare di cogliere un tale significato. Semmai vi sono zone di fitta nebbia da scandagliare e da dissolvere, queste riguardano esclusivamente Supermarina ed i suoi eredi.

            La prima area da perlustrare riguarda il messaggio dell’ammiraglio Cunningham decrittato dai criptoanalisti e dai crittografi della regia marina e, soprattutto, la data in cui tale informazione venne acquisita e comunicata ai massimi livelli. Il comandante Mario De Monte, direttore dell’Ufficio delle intercettazioni estere (Ufficio B-Servizio B) scrive (Uomini ombra, pag. 30 e seg.) che il 4 luglio il Servizio B aveva messo in chiaro numerosi gruppi di cifre di un radiomessaggio trasmesso dal nemico. “Dei 30 o 40 gruppi di cifre che componevano il messaggio, solo una dozzina erano stati interpretati”. “Dal Comando in Capo della Mediterranean Fleet al Comando Warspite – Comando gruppo Incrociatori (…)-(…)-(…) – Stop ore (…) del 9 luglio Forza “A” miglia… da Capo Spartivento stop Forza “B”…stop…” “L’ordine per una operazione che la flotta inglese deve eseguire fra 5 giorni”, ha scritto il comandante Mario De Monte.

 

 

La riunione a Supermarina

 

            Enrico Cernuschi nel lavoro più volte citato, dedica una qualche attenzione al messaggio inglese parzialmente decrittato e conferma la data del 4 luglio, nel primo pomeriggio, e precisa: “La notizia comunicata personalmente pochi minuti dopo dall’ammiraglio Giuseppe Lombardi, capo del Servizio Informazioni, al Capo di Stato Maggiore della Marina …” E ancora: “Per le prime ore del pomeriggio del 5 il messaggio inglese assunse una forma sufficientemente chiara, venendo altresì confermato il 7 luglio da un’analoga decrittazione effettuata dal B-Dienst tedesco della Kriegsmarine, che, sin dal 1939, era in quotidiano contatto con l’equivalente Servizio della Regia Marina”.

            Nel libro “La battaglia di Punta Stilo” edito dall’Ufficio Storico della Marina non si precisa che la decrittazione avvenne il 4 luglio. Tanto meno si parla del giorno 5 e di una importante riunione tenuta quel giorno a Supermarina, sotto la presidenza del Capo di Stato Maggiore, ammiraglio Cavagnari. Si fa solo un generico, vago riferimento: “L’Ufficio informazioni estere della marina decrittò parzialmente un messaggio della Mediterranean Fleet…” Nessun cenno alla data del 9 luglio e Capo Spartivento. Informazioni, queste, di enorme importanza e che non lasciavano adito a dubbi.

            L’autore del testo, Francesco Mattesini, si sofferma, invece, sulle inesattezze relative all’organico delle forze britanniche desunto dall’Ufficio informazioni estere, ma deve ammettere l’esattezza dell’indicazione della presenza di tre corazzate e dell’unica portaerei. Bontà sua, scrive poi che “tuttavia l’informazione era egualmente della massima importanza…”. Il fatto di venire a conoscenza con cinque giorni di anticipo dei movimenti disposti dal nemico (e quale nemico), di dove sarebbe giunto con le sue navi il 9 luglio, di quale sarebbe stata la consistenza della sua forza da battaglia non erano sufficienti per predisporre ogni contromisura possibile al fine di sorprendere l’avversario e chiuderlo in una morsa mortale?

            Durante una tavola rotonda, il professor Mariano Gabriele, assiduo collaboratore della Rivista Marittima ed autore di numerose opere di storia e critica navale, disse che a Punta Stilo si sarebbe dovuto mandare tutto, anche i tram, i taxi, tutto…Invece…Un’amara constatazione, una paradossale, drammatica metafora entro cui si racchiude la rabbia per la grande occasione sprecata, gettata via. Un giudizio che non si scorge nei lavori sponsorizzati dalla Marina. Certo l’alto comando navale italiano –Supermarina- non poteva sapere che i depositi dei proiettili da 152 mm. Degli incrociatori (leggeri) britannici erano pieni soltanto a metà per gravi carenze di munizionamento. E neppure che da anni l’ammiraglio britannico dava per certo che se la flotta italiana avesse accettato il combattimento sarebbe stata annientata in mezz’ora. Era questo l’obiettivo di Cunningham quel 9 luglio 1940.

 

           

Tre domande imbarazzanti

 

            La seconda area d’indagine riguarda il mancato intervento delle due nuove, modernissime, potenti navi di linea Vittorio Veneto e Littorio, ciascuna armata con 9 cannoni da 381 mm. Ben superiori come gittata, peso ed efficacia del proietto, rispetto ai cannoni da 320 delle corazzate classe “Cesare”. Littorio e Vittorio Veneto allo scoppio del conflitto (10 giugno 1940) erano già state consegnate alla regia marina e si trovavano a Taranto per il completamento della messa a punto e l’addestramento degli equipaggi. Le due corazzate formavano la 9° Divisione al comando dell’ammiraglio Carlo Bergamini. Il Vittorio Veneto era entrato a far parte della Divisione il 15 maggio 1940, il Littorio il 24 maggio. Dislocamento 35.000 tonnellate, in realtà oltre 43.000 a pieno carico. Le due unità all’epoca erano le maggiori e più potenti del mondo.

            L’ammiraglio Bergamini la sera dell’8 luglio sollecitò presso Supermarina l’autorizzazione a prendere il mare onde partecipare all’azione contro la squadra britannica. Azione, scrive Enrico Cernuschi in un’ampia nota, “attesa per il giorno dopo nelle acque dello Ionio”. Il giorno dopo era il 9 luglio, così come risultava dalla decrittazione del messaggio inglese fatta il 4 luglio. Ciò conferma che Bergamini non aveva dubbi sul giorno e sull’obiettivo. Quali le ragioni che “sconsigliarono” l’uscita in battaglia delle due corazzate e dall’ammiraglio?

            B) Il 7 luglio un incendio (più probabilmente un corto circuito) danneggiò l’impianto elettrico di una delle torri prodiere di grosso calibro del Littorio, rendendola inutilizzabile per un mese circa.

            Osservazione: al Littorio rimanevano sempre due torri trinate, se cannoni da 382.

 

 

Cooperazione aeronavale

 

            Domanda: se la nave, dopo l’incendio del 7 luglio, (come affermano le fonti ufficiali) non fosse stata idonea ad un combattimento, l’ammiraglio Bergamini avrebbe sollecitato più volte la sera dell8 luglio l’autorizzazione ad affrontare il nemico? E avrebbe fatto accendere i fuochi?

            Domanda: il mancato impiego delle due corazzate che avrebbero fatto pendere il piatto della bilancia in numero e potenza di fuoco a favore nettissimo degli italiani e che avrebbero potuto tagliare la ritirata verso levante della squadra inglese, non configura un clamoroso errore di apprezzamento della situazione (offerta dal magistrale colpo dei decrittatori) da parte del capo di stato maggiore ammiraglio Cavagnari e di Supermarina? Quanti cacciatorpediniere si sarebbero potuti concentrare nelle acque del Golfo di Taranto per scortare le due grandi corazzate, dal 5 luglio al pomeriggio dell’8 luglio, considerando che a quella data la regia marina ne schierava la bellezza di 59? Quanti degli oltre cento sommergibili, sempre della regia marina, si sarebbero potuti schierare in agguato sulle presunte rotte di avvicinamento del nemico?

            C) L’addestramento delle due corazzate era ancora in corso, l’efficienza del servizio di tiro non era completa, la presenza di operai a bordo per alcuni “residui problemi agli impianti delle artiglierie principali…”. Queste e quelle precedenti ai punti A e B le giustificazioni del “no” di Supermarina alle richieste dell’ammiraglio Bergamini.

            Nella nota citata, Enrico Cernuschi osserva con elegante anche se contorta stoccata, che tutto ciò “posto”, “il miglior giudice della situazione non poteva non essere che lo stesso comandante la nuova sezione di NB che da quasi sette mesi nella sua duplice veste di Comandante della Divisione e di Capo di Stato Maggiore della prima Squadra, era la vera e propria “bonne” delle due nuove navi da lui stesso fortemente volute, tanto più che lo Stato Maggiore della Marina dispose in quella stessa occasione che, comunque, le due 35.000 avrebbero concorso alla difesa di Taranto se il nemico l’avesse bombardata dal mare dopo la deprecata, ma pur sempre possibile, eventualità di una sconfitta italiana per il 9 luglio”. La citazione conferma che anche Supermarina dava per certo il combattimento per il 9 luglio.

            Terza area d’indagine: la cooperazione aeronavale. Lo spazio impone una stretta sintesi. Mancarono, come già indicato, il coordinamento e la concomitanza degli interventi tra le unità di superficie ed i bombardieri. Mancavano gli aerosiluranti osteggiati dall’aeronautica che temeva potessero diventare un’arma della marina. Guerra tra le due forze armate, in buona sostanza, a tutto vantaggio del nemico. Come noto, gli aerei italiani bombardarono anche le navi italiane. Senza danni. Fortunatamente. 

            Una dimostrazione dell’insufficienza, se non dell’assenza totale, dell’integrazione operativa, di collaborazione, di simbiosi. Per non  parlare delle comunicazioni e dell’addestramento congiunto. I bombardieri lanciarono poco meno di duemila bombe. Con scarsissimi risultati sulle navi inglesi. Un solo colpo diretto su un incrociatore, numerosi colpi esplosi vicino agli scafi nemici. Danni ancora oggi non ammessi dagli inglesi.

            Gli alti comandi della marina e dell’aeronautica si resero conto solo in quel frangente della superiorità degli aerosiluranti. Con vent’anni di ritardo.

 

 

Un colpo del “Cesare”

 

            A Punta Stilo la battaglia aeronavale non si verificò per le scelte e le decisioni di Supermarina. Precisamente degli ammiragli Cavagnari (capo di stato maggiore), Fioravanzo, De Courten, Ferreri e Brenta. L’unico che voleva battersi era l’ammiraglio Carlo Bergamini. Gli ordinarono di starsene tranquillo, chiuso dentro il porto di Taranto con le sue due poderose corazzate che avrebbero potuto aprire il fuoco sul nemico almeno cinque miglia prima che questo potesse rispondere.

            Se un colpo da 320 mm. Del “Cesare” andato a segno sulla corazzata Warspite, nave di bandiera dell’ammiraglio inglese, consigliò a Cunningham di lasciar perdere, di rinunciare al disegno strategico caldeggiato dall’Ammiraglio britannico e lo indusse ad accostare verso levante rompendo il contatto senza spingere a fondo l’azione pur in una condizione complessiva di netta superiorità, quale sarebbe potuto essere l’esito della battaglia se Supermarina avesse voluto imporla ed avesse voluto combatterla facendo intervenire anche le due corazzate Vittorio Veneto e Littorio, sfruttando fino in fondo il successo tattico ottenuto dai suoi decrittatori, trasformandolo in una vittoria strategica?

            Le guerre si vincono osando. Anche con i tram ed i taxi.

 

Di PIERO BARONI

 

*)          La “Prince of Wales” aveva a bordo numerosi operai perché non era ancora “a punto”. Eppure venne impiegata in battaglia e gli operai non si tirarono indietro.

           

Ultimo aggiornamento: domenica 27 marzo 2005