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“CAMERATI” RUSSI NELL’ETA’ SOVIETICA

 

INTERVISTA CON VITTORIO STRADA SU UN’INEDITA PAGINA DI STORIA

 

Le idee della rivoluzione nazionale, dello stato corporativo e della terza via tra capitalismo e comunismo, in un vivace movimento nato tra gli esuli in Manciuria negli anni ’30.

 

Di MARIA PAOLA GIANNI

 

 

            Che la Russia fosse stata dominata dal regime tirannico guidato da Stalin lo sanno tutti. Ma che vi fosse esistito un fascismo russo è una vera novità. Di esso non c’è traccia negli studi storici più ampi sul fascismo in generale. E’ per questo che il libro Il fascismo russo  dei due storici Vittorio Strada e Sergej Kulesov (edito da Marsilio), non solo colma una lacuna della storia, ma rappresenta un testo fondamentale per la migliore comprensione del fenomeno politico, inteso nella sua globalità, approfondendo nuovi aspetti non solo sul comunismo sovietico, ma anche sul nazionalismo tedesco e sul fascismo italiano. Di notevole interesse, all’interno del libro citato, il saggio di Strada Totalitarismo e storia, nonché la parte documentaria con rari testi, alcuni dei quali mai tradotti prima, come L’abbiccì del fascismo (1934) e la lettera del duce fascista russo Konstantin Rodzaevskij a Stalin (1945). Ma come nasce il fascismo russo e come si è sviluppato? Ne abbiamo parlato con Vittorio Strada, in un’ampia intervista, rilasciata in esclusiva per Storia Verità. Strada al riguardo ha esperienza da vendere: insegna lingua e letteratura russa presso l’Università di Venezia. A lui si deve la realizzazione dell’opera Storia della letteratura russa, in corso di pubblicazione in Francia, in Italia (Einaudi) e in Russia. Al suo attivo sono numerosi volumi tra cui Tradizione e rivoluzione nella letteratura russa (Einaudi 1980) e Le veglie della ragione. Miti e figure della letteratura russa da Dostoevskij a Pasternak (Einaudi 1986).

 

Professore, cominciamo dall’inizio: come e quando nasce il fascismo russo?

            Il fascismo russo come movimento nasce verso la metà degli anni Venti tra gli emigrati russi di Harbin, in Manciuria. Nel 1925 fu creata l’Organizzazione fascista russa, dalla quale, nel 1931, si staccò il gruppo guidato da Konstantin Rodzaevskij, in pratica il duce russo, che diede vita al Partito fascista. A questo partito, che fu il principale centro politico e teorico del fascismo russo, si aggiunse, nel 1933, un’altra formazione, nata autonomamente sotto la guida di un altro emigrato russo, Anastasij Vonsjackij, negli Stati Uniti d’America. Col nome di “Organizzazione fascista panrussa”.

 

            Com’erano i rapporti tra questi due gruppi?

            Complessi. Dopo un tentativo di collaborazione e di fusione, tra i due leaders prevalsero non  solo le divergenze personali, ma anche i diversi punti di vista. Basta vedere il loro differente atteggiamento verso gli ebrei: il partito di Rodzaevskij era antisemita, una tesi invece respinta da quello di Vonsjackij che combatteva gli ebrei solo se comunisti o complici dei comunisti.

            Quale dei due fu il vero fascismo russo?

            Il partito di Rodzaevskij, legato al destino catastrofico del fascismo europeo, comprendendo in esso il nazionalsocialismo, pur con la sua relativa specificità rispetto al fascismo italiano, al quale Rodzaevskij s’ispirò. L’”Organizzazione fascista panrussa” svolgeva la sua attività nella democratica america, per di più in assoluta indipendenza economica, poiché il suo leader Vonsjackij, figura colorita e stravagante, non aveva problemi finanziari, avendo sposato una ricca americana. La storia del Partito fascista russo, invece, fu assai tormentata, per la sua dipendenza dalle autorità militari nipponiche, dopo l’occupazione giapponese della Manciuria. L’attività dei fascisti russi di Harbin, come risulta dal materiale pubblicato nel mio libro, costituisce la base di una ricerca sul fascismo russo in quanto fenomeno politico originale rispetto agli altri fascismi europei.

 

            Ma com’è possibile che il Partito fascista russo sia nato tra gli emigrati russi in una cittadina dell’Estremo Oriente?

            Ciò non deve stupire, se si pensa che Harbin, importante nodo della Ferrovia cinese orientale, aveva una popolazione in gran parte russa, fatta sia di cittadini sovietici, che di emigrati politici, e costituiva un notevole centro culturale russo, con tre università, sei scuole medie, due cattedrali ortodosse, tre giornali in lingua russa. Inoltre, manteneva stretti rapporti con la Russia sovietica, in particolare la Siberia orientale.

 

            Quanta influenza ha subìto il fascismo russo dai due fascismi maggiori europeo-occidentali?

            Nell’Istituto giuridico di Harbin insegnava Nikolaj Ustrjalov, un pensatore politico di notevole rilievo, uno dei fondatori del movimento detto smenovechovstvo che, pur essendo anticomunista, vedeva nel bolscevismo un fenomeno nazionale russo che aveva salvato l’impero dalla disgregazione. Ustrjalov dedicò al fascismo italiano e al nazionalsocialismo tedesco due libri, ancor oggi interessanti, in parte tradotti nel Fascismo russo, che costituirono per i fascisti russi una preziosa fonte d’informazione. Fu tra gli studenti dell’istituto giuridico che si formò il primo movimento fascista russo, dal quale poi, come s’è detto, si staccò Rodzaevskij, giunto diciottenne, nel 1925, a Harbin, profugo dalla Russia sovietica, e grande ammiratore di Mussolini che cercava di imitare anche nel campo oratorio, in cui lui stesso eccelleva.

 

            Come ha fatto un simile movimento a svilupparsi in un regime tirannico come quello di Stalin?

            La nascita del fascismo russo non fu casuale, né frutto dell’improvvisazione di un personaggio, tutt’altro che insignificante, come Rodzaevskij. Negli anni Venti il fascismo non aveva ancora accumulato la nomea dei decenni successivi e costituiva un’indubbia novità, tale da richiamare l’interesse, fatto di rifiuto o di adesione, di larghi strati della politica e della cultura europea, compresa l’emigrazione russa antibolscevica. Del resto, un interesse, ovviamente critico, per il fascismo, era manifestato all’interno del comunismo stesso, ancora senza le schematizzazioni ideologiche poi affermatesi, come dimostra la valutazione data sul fascismo da Bucharin che cito in apertura al mio saggio “Totalitarismo e storia” del libro edito da Marsilio. In esso do un quadro delle varie riflessioni, assai interessanti, che sul fascismo furono fatte negli anni Venti nell’ambito della cultura russa in esilio.

 

            Per quale motivo il fascismo russo si definiva postrivoluzionario?

            Esso, al pari di alcune altre tendenze dell’emigrazione russa, si definiva tale, intendendo dire che prendeva atto del radicale sovvertimento provocato dalla rivoluzione bolscevica e come obiettivo non si proponeva una restaurazione del sistema prerivoluzionario. Il fascismo russo nasceva dalla consapevolezza del fallimento della controrivoluzione bianca e dall’esigenza di proporre alla Russia una via nuova, una rivoluzione nazionale che, sconfitto il comunismo, evitasse il capitalismo tradizionale, parlamentare, democratico-liberale, dalla cui crisi era uscito il comunismo. Il fascismo italiano, e in particolare il suo corporativismo, sembrava la via nuova che avrebbe offerto alla Russia postcomunista la possibilità di una rinascita nazionale come quella che, secondo i fascisti russi, Mussolini aveva attuato in Italia.

 

            Quanto del consenso nei confronti del fascismo russo provenì dalla reazione al regime russo?

            Contrariamente a quanto può sembrare, nonostante il regime sovietico indicasse nei fascisti i suoi nuovi nemici, da aggiungere ai liberali ed ai socialdemocratici, ciò non ha costituito un motivo d’attrazione per quelle forze che, all’interno dell’Unione Sovietica, erano su posizioni anticomuniste, come, appunto, i fascisti russi. Infatti, soprattutto dopo l’ascesa al potere di Hitler, il fascismo non poteva costituire un’alternativa al comunismo, tanto più che il carattere antirusso, e non solo antibolscevico, del nazionalsocialismo era esplicito nel razzismo hitleriano e divenne un programma concreto d’azione con l’invasione nazista dell’URSS. E’ curioso che in vista di una edizione russa –emendata- del Mein Kampf  il traduttore nel 1936 discutesse con Rosemberg la possibilità di un’introduzione in cui il Fuhrer spiegasse che le parti antirusse avevano ormai perso il loro valore. Naturalmente, questa “spiegazione” non ci fu e le illusioni dei fascisti russi in un appoggio dei due fascismi maggiori, italiano e tedesco, alla “liberazione” della Russia dall’oppressione comunista e alla sua rinascita nazionale fallirono tragicamente e nella catastrofe bellica finì miseramente anche il fascismo russo.

 

            Perché nell’orizzonte della ricerca storica sul fascismo non c’è traccia di quello russo?

            E’ difficile capire le ragioni della sua assenza, quasi totale. Persino un’opera importante come “I fascisti”, una sorta di enciclopedia del fascismo come “fenomeno europeo” edita dal Ponte alle Grazie, che pur tratta di fascismi “minori” come quello islandese, ignora il fascismo russo. IL quale fu storicamente marginale, ma resta altamente significativo per la comprensione del fascismo come fenomeno globale e dei suoi rapporti di antitesi e di affinità col comunismo. L’unica monografia sull’argomento (J. J. Stephan, The Russian Fascists, New York 1978) è una cronaca vivace di quella che l’autore chiama una “tragedia e farsa” dell’emigrazione russa, ma non rende ragione del significato che il fascismo russo ha in una riflessione critica sul fascismo in generale. Il fascismo russo è, quindi, il primo contributo a una conoscenza di questa parte del fascismo europeo, del quale si offrono i testi principali, compresa la straordinaria lettera che Rodzaevskij scrisse a Stalin nel 1945, prima di ritornare nell’Unione Sovietica, dove venne processato e giustiziato.

 

            Che differenza c’era rispetto al fascismo italiano ed al nazionalsocialismo tedesco?

            Come scrive Rodzaevskij, il fascismo italiano ed il nazionalsocialismo tedesco furono una risposta al caos capitalistico-liberale e alla minaccia di un sopravvento comunista, generato da tale caos, e portarono ad una sorta di centralizzazione economica. Il fascismo russo, invece, voleva essere una reazione alla dittatura bolscevica e si proponeva di decentralizzare l’economia, dando spazio alla proprietà e all’iniziativa privata, sia pure sotto l’egida dei supremi interessi nazionali. Di qui la paradossale difesa tattica della libertà personale rispetto alla sua negazione da parte del regime comunista, anche se l’aspetto totalitario del fascismo russo non per questo veniva meno. Un’altra differenza consisteva nel carattere apertamente religioso, cristiano ortodosso, del fascismo russo in quanto ciò rispondeva alle esigenze del popolo russo. Va aggiunto quel “conflitto di nazionalismi” di cui s’è detto, per cui il primato della Russia si scontrava con quello della Germania, nonostante il comune denominatore fascista.

 

            E che cosa c’era, invece, in comune?

            Le idee della rivoluzione nazionale, dello stato corporativo, della priorità del momento politico su quello economico, del regime monopartitico totalitario, della terza via tra capitalismo e comunismo. C’era anche il legame con un socialismo nazionale, non marxista e anticomunista, che era particolarmente evidente nel fascismo russo, modellato per vari aspetti sul comunismo russo, rispetto al quale si poneva in antitesi, ma col quale, per ovvie ragioni, aveva più organici rapporti. La conoscenza del fascismo russo offre nuovi elementi  per un’analisi del fenomeno totalitario, analisi che ho delineato nel mio saggio introduttivo Totalitarismo e storia, sul quale si è fermata l’attenzione critica di Ernst Nolte (nel suo articolo pubblicato in Liberal del 18 giugno 1998).

 

            Secondo lei il termine nazionalbolscevismo potrebbe essere errato. Come mai?

            Non penso che sia errato, ma, come ogni termine, può essere giusto o sbagliato a seconda della sua applicazione. C’è stato il Nationalbolshewismus in Germania, tra il 1918 ed il 1933, fenomeno interessante e poco studiato. C’è oggi in Russia il partito nazionalbolscevico di Eduard Limonov. Si può parlare di nazionalbolscevismo a proposito di chi, pur su posizioni anticomuniste, accettò il bolscevismo come momento necessario della storia russa e ne accolse l’azione imperial-totalitaria. Più che il termine, conta il problema che esso adombra: l’internazionalismo della rivoluzione e del movimento comunista, fondata sull’ideologia del marxismo e del leninismo, non può essere negato alla luce del prevalere degli interessi dell’Unione Sovietica, la quale restò sempre il fulcro del comunismo mondiale. Il problema è complesso, l’ho affrontato nel mio saggio Totalitarismo e storia. Le mie posizioni al proposito sono assai diverse da quelle correnti, che, ad esempio, fanno di Stalin uan sorta di restauratore del nazionalismo russo.

 

            Perché lei definisce sui generis la modernizzazione della Russia postcomunista e postimperiale?

            La modernizzazione è un problema arduo e complesso,  anche se di centrale importanza per la comprensione sia del fenomeno totalitario nel suo insieme, sia, in particolare, del totalitarismo comunista. Se per modernizzazione s’intende soltanto un adeguamento dello sviluppo economico-tecnologico di un paese al livello delle società più sviluppate, il comunismo sovietico ha in parte effettuato questo adeguamento, sulla base di una società come quella russa già molto progredita in senso europeo, ma concentrando questo adeguamento nell’ambito militare e militarizzando l’intera società. Ma se per modernizzazione s’intende un processo globale di sviluppo di una società in senso civile, è evidente che l’esperimento comunista sovietico è stato disastroso e che il prezzo  pagato per qualche avanzamento è stato mostruoso. Il problema della modernizzazione si collega a quello del totalitarismo nel senso che nei due casi, comunista e fascista, si è avuto quella che io definisco modernizzazione regressiva, cioè un parziale potenziamento tecnologico-militare unito a un complessivo arretramento civile. Su questo rapporto evolutivo-involutivo della modernizzazione rivoluzionario-totalitaria dei regimi comunista e fascista penso di tornare in un mio prossimo studio, tenendo ben distinti i due tipi di esperienza modernizzatrice, fascista e comunista, tra loro e rispetto ad altri tipi di modernizzazione (e di resistenza alla modernizzazione) passati e presenti. Si tratta forse del problema centrale della storia mondiale degli ultimi due secoli.

 

21/06/2006


 

Ultimo aggiornamento: domenica 25 giugno 2006