Articolo

STORIA

HOME - Scrivici

 

CHI INCASSO’ LA PRIMA TANGENTE?

 

COME SOLLEVARE IL VELO SULLE ORIGINI DELLA GUERRA CIVILE

 

Gli antifascisti si accordarono con il nemico mentre l’Italia combatteva ancora. Non la Resistenza ma l’armata anglo-americana sconfisse il Fascismo. I documenti del Cremino dimostrano che i partigiani comunisti erano agli ordini diretti di Stalin

 

 

            Settembre 1942. Due giovani comunisti di belle speranze, Walter Rubini e Carlo Mendel, bussano alla porta di Ugo La Malfa, a quel tempo funzionario della Banca Commerciale. I due vorrebbero indurre il loro riluttante interlocutore a rompere gli indugi, a mettersi in moto per dar vita ad un fronte unico antifascista. Ma La Malfa non ne vuole sapere: tira fuori una carta geografica della Russia, e dimostra che i tedeschi hanno sfondato il fronte del Don e avanzano verso il volga. Ormai, dice, non c’è niente da fare, l’Asse ha vinto la guerra, e mettersi nei guai non ha senso. Passa qualche mese, nel gennaio 1943 le forze italo-tedesche, sconfitte in Africa e Russia, sono in ritirata ovunque. Ora La Malfa non ha più bisogno di sveglie e di spinte: passa in Svizzera dove si accorda con Allen Dulles, capo del controspionaggio americano, ed accetta un finanziamento. Il mese seguente, con i quattrini ottenuti, ripubblica clandestinamente la rivista Giustizia e Libertà.

            Questa edificante vicenda è stata narrata nell’estate di tre anni fa sulle pagine di un grande quotidiano (1) e chi scrive l’ha riassunta pochi mesi dopo in una rivista (2). Non vi furono mai smentite, e dunque si deve ritenere che il racconto risponda al vero. Se ne deducono almeno tre fatti, abbastanza precisi. E’ chiaro intanto che ancora alla fine del 1942 perfino un antifascista come La Malfa credeva nella vittoria dell’Asse. E dunque, a quel che sembra, Hitler non era stato tanto pazzo nel 1939 quando aveva sfidato gli occidentali e nel 1941 quando aveva attaccato la Russia né lo era stato Mussolini nel 1940 quando aveva deciso l’entrata in guerra. In secondo luogo, gli antifascisti (almeno quelli non comunisti) non uscirono dal letargo fino a quando la sorte della guerra non cambiò (3). Ma quando cambiò furono lesti a muoversi e non guardarono tanto per il sottile. Infine, quando ancora le divisioni italiane combattevano in Tunisia, un esponente di punta dell’antifascismo, futuro padre fondatore della repubblica, ritenne perfettamente lecito e moralmente giusto trattare ed accordarsi con gli angloamericani.

 

 

Il figlio di Ugo

 

         L’episodio è tornato recentemente d’attualità perché l’on. Giorgio La Malfa, da poco rieletto in parlamento, si è affacciato alle telecamere di Rai Tre per partecipare ad un dibattito sulle ben note dichiarazioni di Violante in merito ai “vinti” e alla possibilità di “capirli” (4). Il figlio di Ugo e suo erede alla guida del PRI, non ha perso l’occasione per ripetere – come poco prima di lui aveva fatto il senatore Manconi – che i combattenti della RSI non si possono mettere sullo stesso piano dei partigiani, perché gli uni hanno lottato per l’oppressione e gli altri per la libertà, e poi perché i fascisti sono stati sconfitti e sulla vittoria antifascista sono state poste le basi della repubblica in cui felicemente viviamo.

            Ora, di fronte a queste posizioni di chiusura totale ci si vede costretti a spiegare che quanti si arruolarono per riprendere la lotta sostenuta dai soldati italiani in Africa ed in Russia, non si possono davvero mettere sullo stesso piano di quanti non avevano esitato a stringere la mano e prendere i soldi del nemico dietro le spalle di quei soldati. Ed in questo modo, ogni possibilità di dialogo si chiude ed ogni ipotesi di “pacificazione” svanisce. Per riaprire con serietà il problema bisogna dunque ripartire da basi il più possibile oggettive, e stabilire alcuni punti che solo una cieca e palese faziosità possa contestare.

            Punto primo. I fascisti credevano (e quelli che lo sono rimasti tuttora credono) in un’idea fondata su una concezione del mondo e della vita, su un’immagine dell’Italia, su un disegno della società e dello Stato. Gli antifascisti credevano in un’idea generale che li univa oltre ogni divergenza politica, e che egualmente si fondava su una concezione del mondo e della vita su un’immagine dell’Italia e su un disegno della società e dello Stato. Nel torbido clima nato dall’invasione angloamericana, dallo sfacelo dell’armistizio e dalla reazione tedesca, l’urto tra le due idee provocò una guerra civile.

            Punto secondo. Non è vero che il fronte antifascista abbia lottato per la libertà, o almeno che abbia avuto il concetto di libertà, nel senso democratico-occidentale del termine, come cemento e denominatore comune. Dei Comitati di Liberazione facevano parte i rappresentanti del PCI, che non avevano molto a che vedere con la libertà, e si battevano per tutt’altro, come i loro alleati sapevano perfettamente. E quello che sarebbe accaduto se a guerra finita i comunisti avessero preso il potere in Italia, si può immaginare da quel che accadde nella vicina Jugoslavia.

            Punto terzo. Non è vero che l’antifascismo abbia sconfitto il fascismo. Nel 1943, il regime fascista venne abbattuto non dagli scarsi gruppi di opposizione ancora in semiletargo, ma dalla monarchia e dalle forze militari, economiche e burocratiche che le gravitavano intorno. Nel 1945 la Repubblica Sociale Italiana venne travolta non dai partigiani ma dall’avanzata finale delle armate angloamericane. E non è vero quindi che senza il 25 luglio, senza l’8 settembre e senza il 25 aprile, in Italia non ci sarebbe la democrazia occidentale: sistema che c’è anche in Germania ed in Giappone, dove si è combattuto fino all’ultimo, senza partigiani e senza guerra civile.

            Punto quarto. E’ vero invece che la repubblica del 2 giugno è sorta, che la Costituzione è stata scritta, e che tutta la vita pubblica dal ’45 in poi si è svolta sulla base dei “valori fondanti” dell’antifascismo e della resistenza. E poiché quei valori si esprimono efficacemente nella vicenda di cui si è detto all’inizio, non è difficile scorgervi l’origine dell’inversione morale che ha travolto la “prima repubblica”, della crisi di legittimazione che ha investito la classe politica e le istituzioni stesse, e dell’eclissi del sentimento nazionale che ha finito per mettere in discussione ed in pericolo l’unità italiana.

 

 

Le due minoranze

 

         Questi punti, naturalmente, valgono solo come sommarie premesse. E’ chiaro infatti che non tutti i fascisti si arruolarono nella RSI e non tutti gli antifascisti parteciparono alla resistenza, come è chiaro che molti fra quelli che si schierarono dall’una o dall’altra parte non furono spinti da concetti ideologici o politici, ma dalla forza di sentimenti o impulsi, o anche da decisioni di natura contingente (obbedire al bando arruolandosi o sfuggirvi andando in montagna).

            Renzo De Felice, nella sua ultima opera, ha analizzato a fondo la consistenza e la natura delle forze in campo, ed ha concluso che si trattava di due minoranze, circondate dall’indifferenza e dalla stanchezza: “il movimento partigiano ed il fascismo repubblicano sorsero spontaneamente, sulla spinta di nuclei politicamente motivati, reciprocamente indipendenti” e nacquero “tra la diffidenza generale, tra gente che…non riusciva a capire come mai ci fosse qualcuno ancora ostinatamente disposto a combattere” (5). Non si può dargli torto, ma proprio per questo si deve riconoscere che la nota dominante, senza la quale nulla sarebbe avvenuto e nulla si potrebbe spiegare, fu lo scontro tra le idee che animavano le due minoranze.

            Questa realtà di fondo traspare anche dall’analisi di Giorgio Bocca che, pur non abbandonando la mitologia corrente ella partecipazione popolare alla resistenza, non sottovaluta l’aspetto elitario e volontaristico delle due forze in campo nella lotta armata, e mentre definisce la guerra partigiana una “parentesi coraggiosa in secolari cronache di passività”, rivela poi l’altra “anomalia” della nostra storia, quella “che decine di migliaia di giovani erano andati con Mussolini, pur sapendo che era definitivamente vinto” (6). Dunque, anticipando Violante, anche Bocca si chiede come mai si possa scegliere la parte perdente. E come Violante non trova risposta, perché continua a non vedere nelle due minoranze l’incarnazione di due opposte idee. Altrimenti capirebbe che se un gruppo di uomini crede in un’idea la difende nella buona e nella cattiva sorte, quando vince ma anche quando perde.

 

 

La libertà “conculcata”

 

         Viene così in primo piano il secondo punto della questione, quello della natura dell’idea sostenuta dai fascisti, ovvero della “libertà” che il fascismo avrebbe “conculcata” e l’antifascismo difesa. Non si dovrebbero sprecare molte parole per dimostrare che la sola forza attiva in Italia contro il regime lungo tutto l’arco del ventennio era stato il PCI (7). E non se ne dovrebbero sprecare molte altre per dimostrare che durante la RSI la maggior parte dei partigiani appartenevano a formazioni che ubbidivano al PCI e ad esso soltanto. E per quanto riguarda la fonte da cui il PCI a sua volta prendeva gli ordini, dovrebbe bastare il recente saggio di Elena Aga Rossi e Viktor Zaslavsky che, fondandosi su documenti inediti degli archivi sovietici, smantella – come osserva il De Felice – “il dogma su cui Togliatti aveva fondato l’idea del “partito nuovo”, un PCI nazionale che avrebbe fatto la rivoluzione, vincendo le elezioni, senza usare la forza” (8). Togliatti decise tutta la politica del PCI, a partire dalla “svolta di Salerno”, dopo un colloquio segreto con Stalin prima di partire da Mosca: dal diario di Dimitrov, e dai verbali del “fondo Stalin” – conclude De Felice – “ora si ha la prova che la tattica, le parole d’ordine, i tempi della strategia dei partiti comunisti europei non erano frutto di decisioni autonome, ma di piani elaborati a Mosca. Al primo posto doveva essere l’interesse internazionale sovietico” (9).

            Naturalmente non c’era alcun bisogno di scoperchiare gli archivi segreti per sapere che il PCI operava agli ordini di Stalin, e che l’URSS per suo tramite controllava e condizionava l’intero movimento partigiano italiano. Ora però tutto questo è documentato, e riesce davvero difficile capire come comunisti o ex comunisti come Violante possano ancora richiamarsi alla “libertà”, e farne il principio che santifica l’antifascismo e demonizza il fascismo. Ed è altrettanto difficile capire come possano appellarsi ad una pretesa “condanna” pronunciata dalla Storia in seguito alla vittoria finale che l’antifascismo avrebbe riportato.

            Per quanti sforzi siano stati fatti, nemmeno nelle opere più apologetiche e conformiste è possibile scoprire dove, come e quando l’antifascismo avrebbe battuto politicamente o militarmente il fascismo. Con le forze che avevano rovesciato il regime, i partiti antifascisti non avevano avuto contatti prima e non ne ebbero dopo, tranne un rapporto aspramente conflittuale che durò dal 26 luglio 1943 al 2 giugno 1946 (10). Nel corso della guerra civile, il CLN radunò forze ben lontane da quelle raccolte dalla RSI. Il numero dei contendenti realmente impegnati in campo non è stato mai definitivamente accertato, ma un recente studio attribuisce ai partigiani meno di 175 mila unità, ed ai combattenti repubblicani 573 mila, dato superiore anche a quello del noto prospetto della Wehrmacht che assegnava alle forze repubblicane 520 mila uomini (11).

            Questi rapporti di forza dicono chiaramente che non solo la resistenza non sconfisse la RSI, ma non avrebbe mai potuto sconfiggerla.

 

 

Il vincitore che non ci fu

 

            La lotta terminò come tutti sanno, e cioè con la vittoria bellica degli angloamericani che consentì a quanti si erano schierati con loro di affermare falsamente di aver vinto la contesa con il fascismo (12). Con la conseguenza che questa menzogna si poté sostenere solo prolungando ad arte un clima aspramente conflittuale per altri cinquant’anni. “Il punto è – osserva Galli della Loggia – che la guerra civile, quando c’è, deve avere un vero vincitore nazionale. Vale a dire un vincitore che l’altra parte non possa non riconoscere come tale, perché così ha deciso il verdetto indiscutibile delle armi: verdetto che per risultare a propria volta indiscutibile richiede che chi ha riportato la meglio lo faccia proprio attingendo alle proprie forze soltanto nell’ambito della nazione, non già ricorrendo all’aiuto – tanto più se determinante – dello straniero” (13).

            Ma, giunta al potere sull’onda di una vittoria che non aveva riportata, su quali basi la classe politica antifascista poteva giustificare se stessa, ed al tempo stesso delegittimare l’avversario? “Per far funzionare a dovere il meccanismo legittimazione/delegittimazione – risponde Galli della Loggia – era necessario che venissero fatti scomparire, che venissero interamente rimossi, sia gli aspetti non fascisti della sconfitta bellica, sia – altro punto decisivo – il carattere di guerra civile della resistenza. Solo a queste due condizioni al fascismo (e alla monarchia con lui) poteva essere attribuito senza problemi il ruolo di anti-nazione, riservando a se stessi, invece, la parte iperlegittimatrice di unici rappresentanti della nazione, perché capaci di comprenderne ed interpretarne alla lunga gli interessi” (14).

            Si giunge così, in termini drammaticamente attuali, al problema posto dall’ultimo dei punti che abbiamo indicato: quello del rapporto tra la resistenza e la repubblica costruita sulle sue basi, e quindi del contenuto storico, ideale e morale del regime primorepubblicano, della sua crisi istituzionale e politica, e delle condizioni indispensabili per uscirne. E’ un problema sul quale converrà tornare al più presto, con la necessaria ampiezza, e con la più attenta oggettività.

 

 

Di ENZO ERRA

 

NOTE

 

(1)               LUCIANO MOIA: Stazione centrale, sconfitte le SS, in “Il Giornale”, 23 agosto 1993.   

(2)               ENZO ERRA: Il “vizio d’origine” e i diritti della Storia, in “Repubblica presidenziale”, ottobre 1993.

(3)               Si veda la diagnosi data da Giorgio Amendola in “Intervista sull’antifascismo”, Laterza, 1994, pag. 147.

(4)               Si veda il commento di Piero Buscaroli alle dichiarazioni di Violante in “Da un 10 giugno lontano all’8 settembre permanente” in “Storia Verità” maggio-giugno 1996, pag. 2.

(5)               RENZO DE FELICE: “Rosso e Nero”, Baldini & Castaldi, 1995, pag. 64 e seguenti.

(6)               GIORGIO BOCCA: “Chi vuol cancellare l’Italia coraggiosa”, in “La Repubblica” 19-8-1993.

(7)               Un dettagliato racconto dell’attività comunista nel ventennio in GIORGIO AMENDOLA: op. cit.

(8)               RENZO DE FELICE: op. cit. pagg. 71 e seguenti.

(9)               Id. pag. 72.

(10)           Cfr. CAUDANA E ASSANTE: “Dal Regno del Sud al Vento del Nord.

(11)           VIRGILIO ILARI: “Storia del servizio militare in Italia”, 1991, citato in RENZO DE FELICE: op. cit., pagg. 49-50 e 53.

(12)           Che la resistenza abbia in qualche modo influito sulle operazioni belliche in Italia nessuno studio serio lo sostiene più, e si avanzano invece seri dubbi sull’utilità che la campagna d’Italia stessa abbia avuto ai fini della condotta e dell’esito della guerra. Si veda al riguardo, ERIC MORRIS: “La guerra inutile”, TEA, 1995.

(13)           ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA: “La morte della Patria”, peg. 52.

(14)           Id., peg. 28. 

 

 

Nelle foto:

a- Allen Welsh Dulles
b-Ugo La Malfa
c- Italia nel 1944
d-Togliatti giovane

 

Ultimo aggiornamento: mercoledì 27 luglio 2005