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IL FASCISMO E L'ISLAM


«Storia del XX secolo», apr. 1997, pp. 43-49

di Claudio Mutti



Fin dai primi anni, la politica estera del Fascismo manifestò
l'intento di stabilire o di sviluppare le relazioni dell'Italia coi
paesi musulmani, e non solo con quelli dell'area mediterranea e
dell'Africa orientale. Infatti già nell'ottobre del 1923 il Duce
volle inviare in Afghanistan una missione politico-scientifica
guidata da Gastone Tanzi e Luigi Piperno1, la quale avrebbe dovuto
studiare un piano di assistenza e, al contempo, cercare di attrarre
nell'orbita fascista l'emiro riformatore Amânullâh, restio a
rivolgersi agli ingombranti vicini britannici e sovietici.

Tuttavia, fino al 1930 il governo fascista non fu in grado di
svolgere una "politica islamica" pienamente autonoma, per la
semplice ragione che la politica estera di Roma nei confronti dei
paesi musulmani dipendeva dall'andamento dei rapporti dell'Italia
con la Gran Bretagna. Inoltre la "riconquista" della Libia, in corso
in quegli anni, rendeva difficile un approccio politico dell'Italia
nei confronti del mondo musulmano. Infine, l'influenza degli
ambienti conservatori soffocava quelle tendenze ad una politica
estera rivoluzionaria che erano vive presso gli elementi fascisti
più dinamici.

Fu tra il 1930 e il 1936 che la politica islamica dell'Italia
assunse un profilo più autonomo e un carattere più attivo. Nel 1930
fu inaugurata a Bari la Fiera del Levante. Nel 1933 e nel 1934
furono organizzati a Roma, sotto il patrocinio dei GUF, due convegni
degli studenti asiatici. Nel maggio del 1934 Radio Bari cominciò a
trasmettere in lingua araba. Il 18 marzo del 1934 Mussolini aveva
detto: "Gli obiettivi storici dell'Italia hanno due nomi: Asia ed
Africa. Sud ed Oriente sono i punti cardine che devono suscitare la
volontà e l'interesse degli Italiani (...) Questi nostri obiettivi
hanno la loro giustificazione nella geografia e nella storia. Di
tutte le grandi potenze occidentali d'Europa, la più vicina
all'Africa e all'Asia è l'Italia. Nessuno fraintenda la portata di
questo compito secolare che io assegno a questa e alle generazioni
italiane di domani. Non si tratta di conquiste territoriali, e
questo sia inteso da tutti, vicini e lontani, ma di un'espansione
naturale, che deve condurre alla collaborazione fra l'Italia e le
nazioni dell'Oriente mediato e immediato (...) L'Italia può far
questo. Il suo posto nel Mediterraneo, mare che sta riprendendo la
sua funzione storica di collegamento fra l'Oriente e l'Occidente, le
dà questo diritto e le impone questo dovere. Non intendiamo
rivendicare monopoli o privilegi, ma chiediamo e vogliamo ottenere
che gli arrivati, i soddisfatti, i conservatori, non si industrino a
bloccare da ogni parte l'espansione spirituale, politica, economica
dell'Italia fascista".

Nel contesto di questa nuova politica estera si inserisce la
creazione, nel giugno 1935 al Cairo, dell'Agenzia d'Egitto e
d'Oriente, la quale, oltre ad avere le ordinarie funzioni di
un'agenzia di stampa, svolgeva attività di penetrazione nel mondo
dell'informazione araba, sovvenzionando giornali e giornalisti.
Anche la nascita dell'Istituto per l'Oriente "si inserisce nel
dibattito che attraversò quei settori dell'intellettualità nazionale
interessata alle questioni orientali o più precisamente coloniali"2.

La fase successiva della politica islamica del Fascismo si apre nel
1937, l'anno in cui Mussolini in Libia entra nelle moschee, rende
omaggio alla tomba del mugiàhid Sidi Rafa, impugna la Spada
dell'Islam3, riceve gli elogi delle autorità islamiche4 e nel
discorso di Piazza del Castello proclama da parte sua: "L'Italia
fascista intende assicurare alle popolazioni musulmane della Libia e
dell'Etiopia la pace, la giustizia, il benessere, il rispetto alle
leggi del Profeta e vuole inoltre dimostrare la sua simpatia
all'Islam ed ai Musulmani del mondo intero".

Tuttavia ancora in questa fase, stando a De Felice, "negli intenti
di Mussolini e di Ciano la carta araba" continuava ad essere
considerata "moneta di scambio nel caso che si fosse aperto un varco
per un'effettiva trattativa per un accordo generale mediterraneo tra
Roma e Londra; tanto è vero che, sull'onda delle speranze suscitate
dalla conclusione degli 'accordi di Pasqua', Roma bloccò
immediatamente gli aiuti ai movimenti antibritannici mediorientali e
moderò il tono delle trasmissioni di radio Bari"5.

Dopo l'entrata in guerra, la politica islamica dell'Italia assumerà
nella strategia mussoliniana "un valore permanente e non meramente
strumentale"6, caratterizzandosi e localizzandosi essenzialmente in
relazione al Medio Oriente, poiché nel Nordafrica la condotta
italiana sarà sempre, nonostante le migliori intenzioni del
Fascismo, quella che Hitler ha deprecato nel suo testamento politico
nei termini seguenti: "L'alleato italiano (...) ci ha impedito di
condurre una politica rivoluzionaria nell'Africa del Nord (...)
perché i nostri amici islamici d'un tratto hanno visto in noi i
complici, volontari o involontari, dei loro oppressori"7.

E' dunque nel corso degli anni trenta che il rapporto tra il
Fascismo e l'Islam si consolida notevolmente. La pubblicistica
fascista di quegli anni ci mostra infatti tutta una serie di prese
di posizione che vanno dal filoislamismo pragmatico e determinato da
ragioni geopolitiche fino all'affermazione di una affinità
dottrinale tra Fascismo e Islam. A tale proposito, accanto ad alcuni
fatti isolati ma significativi, quali la comparsa di un libro in cui
Gustavo Pesenti (ex comandante del contingente italiano in
Palestina) assegna all'Italia una funzione mediterranea di "potenza
islamica"8, vanno segnalati soprattutto i numerosi e continui
interventi della Vita Italiana (diretta da Giovanni Preziosi) a
favore di una stretta solidarietà tra Fascismo e Islam. Sulla
rivista di Preziosi, Giovanni Tucci rilancia la formula di Essad
Bey, secondo cui "il Fascismo può, in un certo senso, essere
chiamato l'Islam del secolo ventesimo"9, e aggiunge: "l'offerta
della Spada dell'Islam al Duce è il documento più probatorio che
l'Islam vede nel Fascismo un qualcosa d'assomigliante, un certo
punto conclusivo con le proprie vedute. (...) Il Fascismo ha
orientato la propria politica verso un indirizzo di sana e vigile
consapevolezza, rispettando e tutelando credenze, tradizioni, usi,
costumi. (...) Saggia politica che a poco a poco ha conquistato la
simpatia e l'attenzione di tutto il mondo islamico (...) L'Islam
s'indirizza verso la luce di Roma convinto come è della potenza e
della saggezza della nuova Italia fascista per un desiderio
dell'anima, riconoscente della grande comprensione che è il rispetto
delle leggi del Profeta, della tradizione degli avi"10. Con Fascismo
e Islamismo, pubblicato a Tripoli di Libia nel 1938, Gino Cerbella
ripropone la stessa tesi. E nel settembre del 1938, nel messaggio da
lui rivolto all' "Internazionale fascista" di Erfurt, il presidente
dei CAUR Eugenio Coselschi si richiamava tra l'altro alla "saggezza
del Corano" in opposizione alle "nefaste dottrine che propongono
l'assoggettamento di tutte le nazioni e di tutte le razze alla
tirannia di un'unica razza sottomessa alle prescrizioni del
Talmud"11. Si fanno insomma sempre più frequenti, nel corso degli
anni trenta, i richiami ad una "costruttiva collaborazione fra due
inestimabili forze spirituali quali il Fascismo e l'Islamismo"12.

Tra quanti, sul versante italiano, operarono concretamente ai fini
di tale collaborazione, ricordiamo qui soprattutto due personaggi:
Enrico Insabato e Carlo Arturo Enderle. Il primo era stato direttore
della rivista italo-araba Il Convito - An-Nâdî, uscita al Cairo dal
1904 al 1907, sulla quale erano apparsi scritti ispirati dallo
shaykh Abd er-Rahmân Illaysh al-Kabîr13, l'iniziatore di René Guénon
al Sufismo. Fedele alla sua vocazione di mediatore tra l'Italia e il
mondo musulmano, il dr. Enrico Insabato proseguirà anche negli anni
della guerra mondiale il tentativo di allacciare il Fascismo
all'Islam. Nell'aprile del 1940, un suo articolo sul n. 1 della
rivista Albania si conclude con queste parole: "L'Islam albanese
(...) va pertanto considerato nel suo giusto valore, oggi che
l'Italia (...) ha saputo, col fascino della titanica figura di
Benito Mussolini, inspirare in tutti i seguaci del Profeta
Illetterato fiducia, speranza ed aspettazione". Una sua opera,
pubblicata a Roma l'anno seguente, reca questo titolo significativo:
L'Islam vivente nel nuovo ordine mondiale.

Il prof. Carlo Arturo Enderle (Alì Ibn Giafar) era nato a Roma nel
1892 da genitori romeni e musulmani. Libero docente in psichiatria
alla Regia Università di Roma, consulente neurologo dell'ONB, ex
ufficiale medico, "fu uno dei più efficienti contatti segreti
italiani che operarono con gli esponenti del nazionalismo arabo e
del mondo islamico"14. I rapporti del governo fascista con i
nazionalisti siro-palestinesi Shekib Arslan e Ihsân al-Giabri, col
segretario generale del Congresso panislamico Sayyid Ziyâ ed-Dîn
Tabatabai e col Mufti di Gerusalemme Hâj Amîn al-Hussaynî erano
stati curati inizialmente dal prof. Enderle e da un suo stretto
collaboratore, il musulmano indiano Iqbal Shedai.

Le prese di posizioni filoislamiche degli intellettuali fascisti
furono ampiamente ricambiate da parte musulmana. Il maggior poeta
dell'India musulmana e padre spirituale del Pakistan, Muhammad Iqbal
(1877-1938), che nel 1932, prima di presiedere il Congresso
Musulmano di Gerusalemme, era stato ricevuto dal Duce e aveva tenuto
un discorso all'Accademia d'Italia, vede nel Fascismo una forza in
lotta contro gli stessi nemici dell'Islam e dedica una poesia a
Benito Mussolini, che "ha messo a nudo senza pietà i segreti della
politica europea". Parlando della rigenerazione dell'Italia
all'insegna del Fascio littorio, nel 1935 Iqbal dice: "La nazione
erede di Roma, vecchia di antiche forme, si è rinnovata ed è rinata,
giovane. Nello spirito dell'Islam vibra oggi la medesima ansia". Nel
1938 canta la definitiva sconfitta del materialismo classista "entro
le mura antiche della grande Roma" e celebra la ricomparsa
dell'Impero: "Alla stirpe di Cesare è riapparso il sogno imperiale
di Cesare".

Meno poetiche, ma altrettanto entusiastiche e forse ancora più
esplicite nel loro significato di adesione alla politica dell'Italia
fascista, sono le dichiarazioni che in quegli stessi anni vennero
rilasciate da un'autorità islamica di primo piano dell'Africa
Orientale: la Sceriffa di Massaua, Haleuia el-Morgani, discendente
di Abû Tâlib e maestra (shaykha) della confraternita sufica katmia
(tarîqa katmiyya). Ricevuta da Mussolini a Palazzo Venezia assieme
ad altri dignitari islamici, la Sceriffa Haleuia ebbe ad affermare
tra l'altro: "Da quando Allâh ha voluto che il Duce assumesse la
protezione e la difesa dell'Islam, anche la Tarîqa ha assunto
importanza maggiore nel quadro della vita religiosa dell'Impero.
Nessuno è stato con la mia religione e con me così nobilmente largo
di ogni aiuto quanto il Duce. Egli si è detto lieto e fortunato di
conoscere in me la Sceriffa discendente del Profeta Muhammad, su di
lui benedizione e pace. Il Duce è nel cuore dei musulmani di tutto
il mondo perché è giusto, coraggioso, deciso e perché difende la
loro fede".

Ma la più autorevole presa di posizione a favore di un'azione
solidale dell'Islam e del Fascismo fu quella costantemente espressa
dal Gran Muftì di Gerusalemme, Hâj Amîn al-Hussaynî. La celebre
fotografia che lo ritrae in visita al "Covo" di Via Paolo da
Cannobio, il 17 aprile 1942, è emblematica di un'attività culminata
con la proclamazione del gihàd e con la costituzione di divisioni
militari musulmane che combatterono a fianco dell'Italia e della
Germania15.



Note

1. La missione fallì a causa di uno scandalo suscitato dall'ing.
Piperno, il quale cercò di sedurre una donna afghana. Piperno fu
ucciso da un paio di fucilate mentre si trovava sul terrazzo della
legazione italiana di Kabul, mentre sul gruppo degli italiani si
riversò l'indignazione popolare .

2. M. Giro, L'Istituto per l'Oriente dalla fondazione alla seconda
guerra mondiale, in Storia contemporanea, a. XVII, n. 6, dicembre
1986, p. 1139.

3. Alle domande che alcuni si sono poste circa la sorte della Spada
dell'Islam donata a Mussolini, la risposta è stata data da Donna
Rachele in un'intervista pubblicata postuma tre anni fa: la Spada
dell'Islam, che il Duce conservava in una teca di vetro alla Rocca
delle Caminate, fu democraticamente rubata durante l'assenza dei
Mussolini, quando la Rocca venne devastata dagli
antifascisti. "Hanno portato via tutto (...) perfino la culla di
Romano" (L. Romersa, Benito e Rachele Mussolini nella tragedia, in
Storia Verità, a. III, n. 17, sett.-ott. 1994, pp. 2-8).

4. Il Cadi di Apollonia tenne questo discorso: "Sia lodato Iddio,
Che ha infuso il segreto del genio negli uomini di Sua elezione,
affinché in loro si manifesti la Sua grandezza, superiore ad ogni
concezione umana, e affinché attraverso questa manifestazione si
possa arrivare a glorificare la Divinità. O Duce, la tua fama ha
raggiunto tutto e tutti e le tue virtù vengono cantate dai vicini e
dai lontani. La tua visita al sepolcro di questo Compagno del
Profeta, su di lui benedizione e pace, verso cui sono protesi in
atto di venerazione i cuori di tutti i Musulmani, raddoppia la
nostra gratitudine per te e ci rivela un altro lato della tua
grandezza, quella cioè che ti congiunge con gli spiriti dei grandi
di tutte le epoche. Al Grande Creatore che ti ha rivelato il segreto
di guidare l'Italia sul cammino della potenza e della gloria e che
ti ha ispirato i sentimenti di affetto e di bene verso i Musulmani,
nonché il rispetto delle loro tradizioni religiose, rivolgiamo le
nostre preghiere nell'umile raccoglimento di chi sente tutta la Sua
potenza e fervidamente crede nella Sua infinita misericordia, perché
ti protegga, ti conservi e ti conceda di spiegare sul mondo intero
lo stendardo della pace e dell'amicizia". E il Cadi di
Bengasi: "Benvenuto, o Duce, in questa città fedele e in questo
antico tempio. I Musulmani di questo paese, che hanno seguito con
profonda ammirazione le tappe del cammino trionfale percorso
dall'Italia fascista sotto la tua guida e che hanno servito ai tuoi
ordini con lealtà e con devozione, ti sono sinceramente grati per
questa fausta visita che conferma la tua simpatia verso i Libici e
il rispetto per la loro religione. Mi sento veramente fiero di
rinnovarti a nome di tutti, sulla soglia di questo sacro luogo, la
promessa assoluta di fedeltà, invocando il Signore Onnipotente e
Generoso perché ti assista nel guidare l'Italia sulla via di una
sempre maggiore grandezza. Egli ti conceda di vedere realizzata la
tua volontà di portare il paese ad un livello superiore in tutti i
campi, sì da offrire al mondo l'esempio di quanto l'Italia può fare
per il bene dei popoli che essa accoglie nel suo grembo sotto il
segno del Littorio, simbolo di giustizia e di umanità".

5. R. De Felice, Il Fascismo e l'Oriente. Arabi, ebrei e indiani
nella politica di Mussolini, Bologna 1988, p. 21.

6. R. De Felice, Op. cit., ibidem.

7. Le testament politique de Hitler, a cura di H.R. Trevor-Roper,
Paris 1959, p. 61. Cfr. C. Mutti, Il nazismo e l'Islam, Saluzzo 1986
e S. Fabei, La politica maghrebina del Terzo Reich, Parma 1988.

8. G. Pesenti, In Palestina e in Siria durante e dopo la Grande
Guerra, Milano 1932, p. 12.

9. Essad Bey, Maometto, Firenze 1935, p. V.

10. G. Tucci, Il Fascismo e l'Islam, in La Vita Italiana, maggio
1937, pp. 597-601.

11. R. De Felice, Op. cit., p. 20, nota 12. Sui CAUR e i congressi
di Erfurt cfr. M: Ledeen, L'internazionale fascista, Bari 1973 e I.
Motza, Corrispondenza col Welt-Dienst, Parma 1996.

12. P. Balbis, rec. di G. Caniglia, La Tarica Katmia, in
Bibliografia fascista, 1939, p. 194.

13. Biografia in: Michel Vâlsan, L'Islam e la funzione di René
Guénon, Parma 1985, pp. 87-93.

14. L. Goglia, Il Mufti e Mussolini: alcuni documenti italiani sui
rapporti tra nazionalismo palestinese e fascismo negli anni trenta,
in Storia contemporanea, a. XVII, n. 6, dicembre 1986., p. 1237,
nota 39.

15. Sull'impegno militante del Muftì, si vedano i nostri articoli:
Una vita per la Terrasanta, in Storia del XX secolo, 7, nov. 1995 e
Il sangue contro l'oro, ibidem, 10, febbr. 199
 

 

Ultimo aggiornamento: mercoledì 27 luglio 2005