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Claudio Mutti
LA VERITA’ DI BOMBACCI SULLA RUSSIA
Nell’aprile del 1936, quando uscì in 25.000 copie il primo
numero di una rivista diretta da Nicola Bombacci e intitolata
La Verità, l’ambasciatore sovietico a Roma faceva un nuovo
tentativo per associare l’Italia all’alleanza russo-francese; ma i
rapporti tra l’Italia e l’URSS erano molto cambiati rispetto a
qualche anno prima.
Fino al 1934, infatti, l’Italia fascista aveva cercato di impostare
nei confronti della Russia sovietica una politica di più ampio
respiro, instaurando un rapporto che è stato definito in termini
“di interrelazione – di vero e proprio confronto – a livello delle
ideologie e delle culture nazionali” (1). In altre parole, alcuni
ambienti del regime fascista avevano visto nel sistema sovietico
un termine di confronto, mentre alcuni elementi meno
conformisti, i sindacalisti integrali in particolare, avevano cercato
di individuare punti di contatto e analogie tra rivoluzione fascista
e rivoluzione bolscevica (2). Sergio Panunzio scrisse che si
poteva ormai intravedere la sintesi equilibratrice di Roma e
Mosca, punti d’irradiazione “delle due grandi forze e delle due
grandi rivoluzioni moderne: il Comunismo ed il Fascismo” (3).
Alcuni erano giunti a parlare del bolscevismo come di un
“preludio del fascismo” (4) o addirittura a dichiarare il “trionfo
del fascismo nell’URSS” (5). Nel 1934, curando per l’editore
Sansoni la pubblicazione di un libro di Stalin, Bolscevismo e
capitalismo, Bottai considerava l’esperienza sovietica come un
tentativo di “risolvere i problemi politici, sociali ed economici
scaturiti o meglio accentuati dalla guerra mondiale”, mentre una
raccolta di scritti di Stalin veniva pubblicata, nella collana
“Documenti” della Scuola di scienze corporative dell’Università
di Pisa; e ciò per iniziativa di Delio Cantimori, del quale
l’Enciclopedia Italiana pubblicherà nel 1937 un paragrafo
ammirativo dedicato alla scuola sovietica (6). Sembrava che la
vecchia antitesi, “Roma o Mosca”, dovesse essere sostituita con
un nuovo aut-aut: “O Roma e Mosca, o l’Europa di Ginevra”.
Prima che l’avvicinamento italo-tedesco producesse il
raffreddamento dei rapporti tra Roma e Mosca, l’URSS, pur
esprimendo una formale condanna dell’operazione coloniale in
Abissinia, aveva dato all’Italia un valido aiuto, rifornendola di
carbone e petrolio. Anzi, “Stalin, attraverso i comunisti italiani
inviò a Mussolini segnali abbastanza eloquenti” (7), mentre
“si notava un cambiamento di atteggiamento del PCd’I verso il
fascismo, destinato a sfociare, nell’agosto di quell’anno
[1936, n.d.r.], nel famoso appello dei comunisti italiani ai
‘fratelli in camicia nera’” (8).
Amadeo Bordiga, da parte sua, nel maggio 1936 osservava:
“Mosca è oggi così vicina a Roma come non lo fu mai (…)
I fatti sono oggi questi: Mosca si muove per tendere la mano a
Roma. (…) Mosca vuole che l’imperialismo inglese si rassegni
o che esso si scontri nel Mediterraneo con quello italiano per
uscirne sconfitto” (9); e ipotizzava che in tali manovre di
avvicinamento rientrasse anche la nascita di una rivista diretta
da Nicola Bombacci, il cui titolo, “La Verità”, suonava come la
traduzione italiana di “Pravda”. Lo stesso Bordiga, d’altronde,
era stato invitato da Bombacci a collaborare a tale rivista.
Espulso nel 1927 dal PCd’I, del quale era stato tra i fondatori,
Nicola Bombacci non aveva mai interrotto completamente i
propri rapporti con l’Ambasciata dell’URSS e in particolare
con l’addetto commerciale; nella sua qualità di intermediario
d’affari della Delegazione Commerciale sovietica, nel 1930
aveva agevolato l’acquisto di grano russo da parte dell’Italia.
Nel 1931, in ogni caso, sembra aver avuto termine “ogni
rapporto, anche di natura tecnico-commerciale, tra Bombacci
e l’Ambasciata sovietica a Roma, dove aveva trovato nel
frattempo lavoro anche il figlio Raoul, rientrato nel 1925 dalla
Russia per assolvere gli obblighi di leva. Una volta in Italia,
Raoul Bombacci – che a Mosca era entrato in rapporti con
l’ambasciatore italiano Manzoni – aveva collaborato col padre
all’interno della Società ‘L’Italo-Russa’”, una società anonima
per gli scambi commerciali con l’URSS (10). Tale società aveva
ottenuto dalle autorità fasciste il permesso di pubblicare una
rivista sovvenzionata da Mosca, la quale si proponeva di
“illustrare le ricchezze dell’URSS e le sue audaci innovazioni
politiche, economiche e culturali per dimostrare agli italiani che
l’Italia risolverà i suoi problemi e la sua dura crisi economica
solo quando avrà compresa la necessità di un’unione solida e
fraterna con la Russia soviettista” (11).
Forse non è necessario ipotizzare che Bombacci, col discorso
tenuto alla Camera il 30 novembre 1923, abbia avuto un peso
determinante sull’evento del 7 febbraio 1924, allorché l’Italia,
prima tra le nazioni europee, riprese le normali relazioni
diplomatiche con l’URSS, perseguendo – come rivendicherà
Mussolini dieci anni più tardi – “una aperta e leale politica di
intensificazione degli scambi con la Repubblica dei sovieti” (12);
né è obbligatorio attribuire a Bombacci il merito del trattato di
amicizia e non aggressione siglato tra Italia e URSS il 2 settembre
1933, “sbocco e coronamento” (13) del precedente
riconoscimento; neppure è indispensabile individuare in lui il
tramite del successivo incontro di Litvinov con Mussolini
Fatto sta che “la conoscenza di personaggi e di retroscena
sovietici che egli poteva vantare poteva rivelarsi utile per gli
scopi di uno dei settori portanti della politica estera mussoliniana”
(14).
Né va trascurato il fatto che nella prima metà degli anni Trenta
Bombacci lavorò presso l’Istituto Internazionale di
Cinematografia Educativa e che nel quadro di tale attività
mantenne i rapporti con l’Associazione sovietica per i rapporti
culturali con l’estero. In quegli stessi anni furono proiettate alla
Mostra di Venezia parecchie pellicole sovietiche, tra le quali un
apprezzatissimo Gli eroi dell’Artico, che si concludeva con
questa frase di Stalin: “Non ci sono fortezze che non possiamo
conquistare”. Che Bombacci abbia svolto un ruolo in tutto ciò,
nessuno è stato finora in grado di accertarlo.
Tornando a “La Verità”, la linea seguita dalla rivista era
“una linea socialnazionale in critica aperta col bolscevismo
sovietico e favorevole all’alleanza nazista” (15), ma tale indirizzo
cambiò allorché il Reich germanico e l’URSS firmarono il Patto
di non aggressione. Il Patto Ribbentrop-Molotov infatti impose a
Bombacci di attenuare la posizione critica che egli aveva assunta
nei confronti del bolscevismo e di considerare la possibilità
di un’alleanza fra le tre nazioni proletarie. Fu così che nel
numero di settembre 1939 apparve un articolo di Dino Fiorelli
significativamente intitolato Italia, Germania e Russia
all’avanguardia del rinnovamento mondiale. La fase
filosovietica della rivista di Bombacci durò fino al giugno 1941,
allorché la notizia dell’attacco tedesco contro l’URSS sembrò
fargli “tirare un sospiro di sollievo” (16).
Nel 1942 Bombacci diede alle stampe un libretto intitolato I
contadini nella Russia di Stalin, cui farà seguito, l’anno dopo,
I contadini nell’Italia di Mussolini. Come è stato correttamente
osservato, “Bombacci non infierisce sull’Unione Sovietica. Egli
è, piuttosto, un antistalinista” (17), secondo il quale il fallimento
del comunismo sarebbe dovuto alle “deviazioni staliniane”.
Anche nell’articolo Dove va la Russia?, pubblicato il 19 agosto
1942 sul “Corriere della Sera”, Bombacci, “pur riconoscendo
gli enormi sforzi compiuti per trasformare il paese in una potenza
industriale, ne critica il risultato perché non ha portato tangibili
miglioramenti alle
condizioni dei lavoratori” (18). A tale proposito, sono molto
chiare le parole che Bombacci stesso pronunciò il 15 marzo 1945, nel
trionfale comizio di Piazza De Ferrari a Genova:
Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io
sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del
Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo.
Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli
ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà
di vivere ancora, lotterò sempre (…) Ero accanto a Lenin nei
giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo
fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono
accorto dell’inganno (…) Il socialismo non lo realizzerà Stalin,
ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato
ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito. (19)
Alla fine del 1942, mentre a Stalingrado infuriava la battaglia che
segnò l’inizio della sconfitta dell’Asse, Bombacci si chiedeva:
“Era proprio necessario muover guerra alla Russia?” (20).
La risposta che egli forniva a tale interrogativo, era la seguente:
“Sì, era necessario; indispensabile!” (21).
Bombacci ricordava di avere accolto fiduciosamente il Patto di
non aggressione tedesco-sovietico, considerandolo un punto di
partenza per un’intesa fra le “tre grandi Nazioni proletarie” e per
la liberazione dell’Europa dal giogo plutocratico.
Non vi è dubbio che quando nell’agosto 1939 Hitler aveva
trovato nel suo spirito, umanamente superlativo, la forza
morale e l’audacia di proporre, con lealtà e sincerità d’intenti
a Stalin, suo nemico ed antagonista, un patto di amicizia fra
il suo popolo e quello russo, Egli aveva in quello stesso
momento dimenticato ogni offesa, cancellato dal suo animo
ogni rancore, fatto tacere ogni sua personale ambizione,
anche la più giusta, nell’interesse supremo del suo popolo e
dell’intera umanità.
Salus publica suprema lex. Si trattava di togliere, una volta per
sempre, dal collo della Germania, dell’Europa, della stessa
Russia, il piede soffocatore della plutocrazia anglosassone;
si trattava di aprire un varco alla luminosa speranza di trovare,
lungo il cammino, la possibilità, non transitoria, di una intesa
fra le tre grandi Nazioni proletarie d’Europa, che avevano
ciascuna nell’ambito del proprio Paese, con metodi ed
ideologie diverse e alcune decisamente contrastanti, lottato
tutte per creare nel secolo XX, nel mondo, un nuovo ordine
basato sulla giustizia e sul lavoro.
E non è assurdo neppure pensare che uno spirito eletto abbia
potuto credere che questa intesa, per l’enorme ed improvviso
spostamento di forze che portava nello scacchiere europeo,
potesse evitare anche la guerra. (22)
Stalin però, secondo Bombacci, aveva fatto il doppio gioco,
in attesa del momento opportuno per allearsi con Churchill
e Roosevelt e realizzare il suo progetto di egemonia russa in
Europa.
Ma Stalin non aveva per nulla cambiato. Egli aveva
semplicemente mentito ancora una volta.
Egli aveva brutalmente, fraudolentemente pensato che il
Patto di amicizia con la Germania si prestava magnificamente
al suo piano di invasione dell’Europa.
Egli aveva evidentemente accettato di fare la strada insieme
con Hitler col solo proposito brigantesco di vibrare al
compagno di viaggio la pugnalata alla schiena, nel momento
più opportuno, per abbatterlo.
Questa è la triste verità che gli avvenimenti militari e
diplomatici fra l’agosto 1939 e il giugno del 1941 illuminano
sinistramente, ma in modo da non lasciare né dubbio né
equivoco.
Stalin ha tradito con voluttà prima nelle intenzioni e poi
negli atti. E oggi, dinnanzi all’esame dei fatti, aggiungo che
questo volgarissimo inganno, questo tradimento di Stalin, è
stato compiuto con la connivenza di Churchill. (23)
Nelle righe successive, dopo aver indicato in Litvinov, “il vero
fiduciario della plutocrazia ebraica anglosassone nella Russia
bolscevica” (24), ovvero l’elemento di raccordo tra gli emissari
britannici e il potere sovietico nel periodo del Patto di non
aggressione, Bombacci riepilogava le richieste che Molotov
aveva presentate a Hitler. Tali richieste, rivelatrici di un progetto
espansionistico nei territori ad ovest e a sud dell’URSS
(Finlandia, Romania, Bulgaria, Bosforo e Dardanelli),
dicono chiarissimamente che alla mente megalomane di Stalin
non si è mai affacciata l’idea di una intesa onesta e sincera con
Roma e Berlino, per salvare dalle unghie rapaci della
plutocrazia anglosassone i popoli proletari di Europa e le
loro conquiste sociali. (25)
Per Bombacci, il disegno delle potenze atlantiche è evidente.
Esse utilizzano le miopi ambizioni imperialiste di Stalin per
spezzare il fronte degli Stati totalitari, frustrare l’unità
continentale e far dissanguare l’Europa in una guerra fratricida:
sperano di perpetuare, almeno per un altro secolo, il loro
dominio di aguzzini e di usurai in Europa e nel mondo; poco
importa se il bastone del comando passerà dalle mani di
Churchill a quelle di Roosevelt; l’importanza per l’alta
finanza internazionale è che il regime di sfruttamento
demoliberale non muti. (26)
Nonostante le frasi d’obbligo (“Roma e Berlino vinceranno”),
Bombacci vedeva dunque profilarsi all’orizzonte il declino dello
pseudoimpero britannico. Non si trattava certamente un vaticinio
dettato da qualche misteriosa ispirazione: nell’anno in cui
venivano scritte queste
righe, la Canzone di Giarabub aveva diffuso tra gl’Italiani
l’idea che “la fine dell’Inghilterra” fosse già cominciata. Ma
Bombacci aveva capito anche un’altra cosa: che i calcoli di
Stalin non avrebbero giovato a lungo alla Russia e che i nuovi
padroni del mondo sarebbero stati, alla fine, i compatrioti di
Roosevelt.
Note
1. G. Petracchi, “Il colosso dai piedi d’argilla”: l’URSS nell’immagine
del fascismo, in E. Di Nolfo – Romani H. Rainero – B. Vigezzi (a cura
di), L’Italia e la politica di potenza in Europa (1938-40), Marzorati
Editore, Milano 1985, p. 150.
2. Cfr. G. Petracchi, La Russia rivoluzionaria nella politica italiana:
Le relazioni italo-sovietiche, 1917-1925, Laterza, Bari 1982, p. 225 ss.
3. S. Panunzio, La fine di un regno, “Critica fascista”, 15 settembre
1931, (riportato nell’antologia curata da F. Malgieri e G. De Rosa,
Critica Fascista, Landi, San Giovanni Valdarno1980, p. 672).
4. B. Spampanato, Universalità di Ottobre. Roma e Mosca o la vecchia
Europa?, “Critica fascista”, 1 novembre 1931, p. 405 ss. Ma già nel 1930
Spampanato aveva pubblicato su “Critica fascista” l’articolo Equazioni
rivoluzionarie: dal bolscevismo al fascismo (riportato in F. Malgieri e
G. De Rosa, op. cit., pp. 589-593), “incentrato sull’idea che a Mosca lo
speciale carattere nazionale russo avesse dato vita ad un regime di
transizione, destinato a trovare il suo sbocco in un fascismo orientale”
(L. L. Rimbotti, Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al
Congresso di Verona, Settimo Sigillo, Roma 1989, p. 121). Secondo
Spampanato, “il capitalismo si è scavato la fossa. A Roma e a Mosca ve
lo hanno adagiato più o meno bruscamente dentro” (Universalità di
Ottobre. La crisi d’Europa, “Critica fascista”, 15 novembre 1931, p. 434
ss.). Il dibattito che ebbe luogo sulle pagine di “Critica fascista”,
scrive De Felice, “è per noi di grande significato, perché molti degli
interventi rivelano un interesse e una ‘disponibilità’ per l’esperienza
sovietica veramente notevoli, tanto da giungere in qualche caso a negare
l’antitesi e a prefigurare un avvicinamento tra ‘Roma e Mosca’” (R. De
Felice, Mussolini il duce, II. Lo Stato totalitario 1936-1940, Einaudi,
Torino 1981, p. 302).
5. R. Bertoni, Il trionfo del fascismo nell’URSS, Signorelli, Roma 1933
(ristampa 1937); Idem, Russia, trionfo del fascismo, La Prora, Milano
1937. “Renzo Bretoni all’inizio degli Anni Trenta si era laureato
all’Università di Roma con una tesi sul bolscevismo, il cui tema di
fondo era incentrato sull’inevitabilità di un incontro fra il fascismo e
il bolscevismo, poiché unico era il loro scopo: ‘migliorare la società,
rialzare le condizioni del popolo’. In seguito, il Bretoni aveva
soggiornato in Russia, nel quadro degli scambi culturali italo-sovietici,
e per un anno aveva cercato attraverso varie sperimentazioni una
verifica alla sua ipotesi di studio. Al suo ritorno pubblicò un libro
dal titolo paradossale: Il trionfo del fascismo nell’URSS (1933), nel
quale era arrivato alla conclusione che in realtà non c’erano due
rivoluzioni, ma una sola – quella fascista – poiché quella bolscevica
aveva più valore negativo che positivo e che per uscire dalla sua
tragica situazione doveva applicare i principi del fascismo” (G.
Petracchi, op. cit., p. 155).
6. “Dopo il primo periodo di lavoro per eliminare le tracce del passato
e per la ‘rivoluzione culturale’, parallelo al ‘comunismo di guerra’, l’Urss
va ora compiendo un grandioso sforzo di nuova organizzazione scolastica,
unificando i sistemi pedagogici e creando una grande rete di scuole di
ogni tipo, pur rispettando, nell’insegnamento, le esigenze nazionali
delle varie repubbliche” (D. Cantimori, Ordinamento scolastico,
Enciclopedia Italiana, vol. XXXIV, p. 829).
7. A. Peregalli – S. Maggioro, Amadeo Bordiga. La sconfitta e gli anni
oscuri (1926-1945), Colibrì, Milano 1998, p. 223. Cfr. G. Procacci, Il
socialismo internazionale e la guerra d’Etiopia, Editori Riuniti, Roma
1978, p. 152.
8. A. Peregalli – S. Maggioro, op. cit., ibidem. L’appello, intitolato
Per la salvezza dell’Italia riconciliazione del popolo italiano!,
apparve su “Lo Stato Operaio” (Parigi), a. X, n. 8, agosto 1936, pp.
513-536. Recava in calce le firme di Palmiro Togliatti e di una
sessantina di militanti. Cfr. P. Neglie, Fratelli in camicia nera.
Comunisti e fascisti dal corporativismo alla CGIL (1928-1948), Il
Mulino, Bologna 1996, p. 31 ss.
9. A. Peregalli – S. Maggioro, op. cit., p. 222.
10. G. Salotti, Nicola Bombacci da Mosca a Salò, Bonacci, Roma 1986, pp.
92-93.
11. A. Petacco, Il comunista in camicia nera. Nicola Bombacci tra Lenin
e Mussolini, Mondadori, Milano 1996, p. 105.
12. B. Mussolini, Italia e Russia, “Il Popolo d’Italia”, 232, 30
settembre 1933.
13. Ibidem.
14. G. Salotti, Nicola Bombacci da Mosca a Salò, cit., p. 101.
15. A. Petacco, op. cit., p. 135.
16. A. Petacco, op. cit., p. 136.
17. E. Landolfi, Ciao, rossa Salò. Il crepuscolo libertario e
socializzatore di Mussolini ultimo, Edizioni dell’Oleandro, Roma 1996,
p. 267.
18. A. Petacco, op. cit., p. 189.
19. A. Petacco, op. cit., p. 7.
20. N. Bombacci, Fuori dall’equivoco. Chi ha tradito?, “La verità”, a.
VII, n. 12, 31 dicembre 1942. Questo numero de “La verità” è stato
ristampato, insieme col n. 7 dell’a. V (31 luglio 1940), in un volume
intitolato La verità, a cura della Confederazione Unica del Lavoro,
della Tecnica e delle Arti, perugina, s. d. (ma: 2004).
21. Ibidem.
22. Ibidem.
23. Ibidem.
24. Ibidem.
25. Ibidem.
26. Ibidem.
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