Alzo Zero

La resistenza serba

 

25 luglio 2006, ore 6.00, Belgrado: davanti all’ambasciata tedesca della capitale dell’ex Federazione jugoslava parte un pullman di Serbi della diaspora diretto in Kosovo e Metohija.

Dietro a questa comitiva la macchina di una piccola delegazione europea, composta da Mila Aleckovic Nikolic, presidentessa del Sedep,  dal francese Yves Bataille, dal macedone Sasha Papovic e dall’italiano Stefano Vernole, in rappresentanza del Coordinamento Progetto Eurasia.

Geopolitica e solidarietà a un popolo perseguitato a causa delle logiche imperialiste del Nuovo Ordine Mondiale qui si mescolano, proprio nei giorni in cui a Vienna i rappresentanti dei due popoli, il serbo e l’albanese, s’incontrano per trovare un accordo sul futuro status del Kosmet, intesa che non è e non sarà mai possibile.

La sera prima a Belgrado, in Piazza della Repubblica, eravamo con l’opposizione patriottica che raccoglieva le firme per condannare i massacri sionisti in Libano.

Gracanica, Sveti Vraci, Brezenoviza, Strpce, Holy Archangels, Prizren, Kosovska Mitrovica, sono le tappe principali di un viaggio volto a testimoniare quanto forte sia ancora la resistenza dei circa 120.000 Serbi rimasti nella “Terra Sacra”, dopo l’aggressione operata dalla NATO nel 1999 e la conseguente cacciata di 250.000 persone per mano della maggioranza albanese della regione.

Intervistati dalla tv di Stato serba RTS, Bataille e Vernole ribadiscono il profondo legame spirituale che il Kosovo e Metohija riveste per il popolo serbo e per i suoi profughi, costretti a fuggire dopo una furia persecutrice che non ha risparmiato nemmeno i monasteri medievali più importanti.

Spesso con la complicità passiva della KFOR, la forza multinazionale inviata dalle Nazioni Unite per “sorvegliare la pace”, risultata invece inerte quando sono state bruciate le 7 chiese ortodosse di Prizren o i monumenti religiosi situati nella valle della Bistrica e a Mitrovica, una vergogna che accomuna truppe tedesche a soldati marocchini.

Il delegato italiano e quello francese hanno così soprattutto denunciato la volontà di voler distruggere la cultura di un popolo per il quale il “Mito” non è mai abbastanza e la cui manipolazione è risultata fino ad oggi impossibile.

Nelle principali città i Serbi rimasti si contano ormai sulle dita delle mani, malgrado i generosi progetti di movimenti come il Sedep che tentano di acquistare terreni per reinsediarvi coloro che sono stati cacciati.

Tutti manifestano comunque la loro determinazione, dal pope all’ultimo degli abitanti, con la consapevolezza che alla resa dei conti le parole non saranno più sufficienti.

Per ora ci si limita a gesti simbolici, a Kosovska Mitrovica molte targhe delle macchine vengono tolte, non solo per passare da una parte all’altra della città, simbolicamente divisa dal ponte sul fiume Ibar, ma è anche un segnale di non collaborazione con le autorità occupanti.

Forti della solidarietà dei fratelli di Bosnia, che già hanno raccolto decine di migliaia di firme per staccarsi dalla entità croato-musulmana, nel caso venga concessa l’indipendenza agli Albanesi del Kosovo i Serbi del nord sono pronti alla secessione.

Attraversando il settore albanese la sicurezza di avere partita vinta dalla “Comunità internazionale” è palpabile.

Il passaggio per la valle della Drenica, un tempo roccaforte dell’UCK e ora ricoperto di croci e monumenti ad esso dedicato, si rivela più agevole del previsto; una sola macchina di scorta è sufficiente per lasciare indenni il centro di Malisevo e Orahovac.

Ritornando verso Pristina, non può non balzare ai nostri occhi il numero infinito di distributori di benzina, frutto del riciclaggio del traffico di droga che entra in Kosovo dalla Macedonia.

Le strade sono piene di manifesti inneggianti alla NATO e agli Stati Uniti, ringraziamenti per l’appoggio decisivo fornito nel 1999, si sprecano così le foto del generale Wisley Clark o di Bill Clinton insieme a cartelli che invitano al boicottaggio dei prodotti serbi.

Dopo due giorni di visita quasi ininterrotta, lasciato l’amico Papovic a Skopje, la nostra macchina decide di rientrare a Belgrado, dove abbiamo in programma numerosi incontri.

Qui Bataille e Vernole stringono rapporti con alcuni dei più importanti dirigenti dell’opposizione serba all’attuale governo filo-occidentale, dagli esponenti del Partito Radicale – oggi fulcro del movimento di resistenza anti-atlantista – a note personalità dell’ex Partito Socialista del defunto presidente Milosevic, ai principali intellettuali non allineati.

Con la promessa di ritrovarsi tutti ad ottobre, per il previsto vertice contro la NATO programmato nella capitale serba, a meno che elezioni anticipate non costringano le macchine organizzative a concentrarsi in una campagna elettorale che si annuncia vibrante.

Gli ultimi sondaggi indicano il Partito Radicale forte di un consenso che va tra il 40 e il 44% dei voti, insieme agli altri gruppi patriottici che si stanno formandoa suo supporto la strada del governo potrebbe essere spianata.

E il presidente del movimento Tomislav Nikolic non si è fatto pregare, quando nell’ ultima conferenza stampa tenuta alla RTS ha chiarito che l’obiettivo è riportare la Serbia nel suo asse geopolitico naturale, cioè verso la Russia, la Bielorussia e la Cina, strappandola dai tentativi di legarla al carro delle colonie statunitensi.

Non a caso i suoi viaggi più recenti sono stati a Mosca e Damasco, dove ha stretto alleanza con il partito eurasiatista russo “Rodina” e il Baath siriano.

Per ora, Nikolic ha strappato a Kostunica la promessa che in caso il Kosovo e Metohija fosse dichiarato indipendente la Serbia ne decreterebbe lo stato di occupazione, ma l’obiettivo finale dei Radicali rimane molto più ambizioso.

 

 

                                                             Stefano Vernole

03/09/2006


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