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Alzo Zero
Prodi oggi come Berlusconi ieri chiedono la fine delle armi alla Cina in cambio della solito promessa sui diritti umani. Come sempre l’umanismo di facciata finisce dove iniziano i profitti
di Marco Cottignoli
Nulla di nuovo. In politica, quasi sempre, i buoni sentimenti soccombono quando si prospetta un profitto, un tornaconto, un vantaggio. Cosa è successo, in fondo, di tanto straordinario? Prodi, nel suo recente viaggio a Pechino, ha soltanto dichiarato che è favorevole alla fine dell'embargo di armi alla Cina. Romano non è un santo né un idealista ma un uomo assai esperto di mercato, di finanziarie, di gruppi di potere…Le critiche della cdl fanno sorridere dal momento che Berlusconi- e pure Fini che ora recita la parte dello scandalizzato- promisero la medesima cosa soltanto pochi anni fa. Questo è teatro tradotto in politichese; ognuno recita a turno la propria parte. Tutti sapevano che la missione italiana in Cina aveva dichiarati- e legittimi- scopi di carattere commerciale. Agli orientali interessa l’avanzata tecnologia militare italiana e le quotate industrie belliche italiane mirano all’immenso e redditizio mercato cinese. Soprattutto ai cinesi preme assicurarsi la componentistica più avanzata nel campo dell'elettronica militare dal momento che, in tale questo settore, l’Italia è ai primi posto al mondo. I cinesi non stanno diventando solo la prima potenza economica al mondo ma, una volta acquisite le conoscenze tecnologiche e militari più avanzate, diventeranno anche una vera potenza bellica. Considerata la situazione in un contesto a lungo termine, ciò significa che l’ know how venduta ai cinesi potrebbe aiutarli a realizzare obiettivi strategici e militari finora impensabili. Una abolizione dell’embargo alla Cina potrebbe avere conseguenze in tutto lo scacchiere orientale, si pensi alle tensioni sempre presenti con Taiwan o con il Giappone. Chi potrebbe impedire alla Cina, ottenute le nostre tecnologie migliori, di produrre armi a basso costo per poi esportarle sui mercati vasti e meno controllabili dei paesi in via di sviluppo? Il nocciolo della questione, come sempre, è il fattore economico. Agli esperti di borsa ed ai governi europei non è sfuggito che la ripresa economica statunitense, negli ultimi anni, è stata contrassegnata dal forte incremento del budget militare che è passato dai 366 miliardi di dollari del 2001 ai 421 in programma per il 2005 ( senza tenere conto delle missioni in Iraq ed in Afghanistan per le quali il Pentagono ha destinato almeno altri 70 miliardi di dollari). Piaccia o meno anche i governi europei riconoscono che l’industria bellica è un settore strategico non solo militarmente ma anche economicamente, in grado di costituire un vòlano per il rilancio della propria economia interna. Questo è l’aspetto pratico, crudo della faccenda. I problemi “etici” dell’embargo e su ciò che esso rappresenta - cioè un forte monito imposto dall'Ue alla Cina dopo la brutale repressione, nel giugno 1989, delle proteste per la democrazia di piazza Tiennamen- adesso sembrano inezie superabili. Tutto questo nonostante la legge 185 ponga una serie di paletti abbastanza rigidi alla vendita di armi; non si può esportare dove non si rispettano i diritti umani e nemmeno dove è in vigore un embargo Onu o europeo. Proprio il caso della Cina dove ogni anno vengono eseguite almeno 5000 condanne a morte. I tanto decantati diritti dell’uomo e le inalienabili prerogative di libertà e di democrazia finiscono quando non conviene o non si possono intraprendere guerre facili. La stessa Cina, entrata da poco nel Wto, può impunemente vietare l'accesso dei giornalisti cinesi alle aule dei tribunali, nonostante Pechino eserciti già la censura sui suoi mass media, internet compreso o può imporre alle agenzie stampa straniere di sottostare alla agenzia di informazione dello
Stato, per il controllo delle notizie da diffondere. Di questa situazione non se ne è curato minimamente il Professore; lui è felice perché il governo cinese ha fatto la solita, futura promessa sui diritti umani; tuttavia ha lanciato un altro appello inquietante quando ha «espresso la ferma adesione dell'Italia alla politica di una sola Cina». Si riferiva, forse, al Tibet? Sarebbe incredibile se Prodi appoggiasse la rivoluzione culturale cino-comunista, simbolo di una repressione sanguinaria, durante la quale sono stati distrutti oltre seimila monasteri, insieme ai testi sacri, alle opere d’arte ed all’ambiente; durante la quale vennero imprigionati, torturati ed uccisi circa 1.200.000 persone fra monaci e civili. Ancora oggi ai tibetani, pena la morte, la reclusione o la tortura, è negato il proprio credo religioso, la libertà di pensiero, l’uso della lingua, lo studio delle proprie tradizioni, una adeguata assistenza sanitaria e gli viene imposto lo studio della lingua cinese. Neanche un anno fa alla Commissione Onu per i diritti del bambino che aveva chiesto di poter visitare, in modo indipendente, Gedhun Choekyi Nyima, agli arresti domiciliari da dieci anni in Cina perché riconosciuto dal Dalai Lama come undicesimo Panche Lama, le autorità cinesi avevano risposto che il ragazzo, ora di 16 anni, non voleva ricevere visite di estranei per non essere disturbato. Questa è real-politik; le multinazionali, il denaro, il profitto, gli interessi commerciali governano il mondo. Gli ideali ed i buoni sentimenti ormai sono solamente pensieri confezionati per condizionare e controllare le masse.
03/10/2006