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Alzo Zero
Un calendario sexi per dimostrare che la vecchiaia non esiste
Di Massimo Fini
Il Gazzettino
Dopo essere stata grottescamente eletta, a settant'anni dalla rivista
americana Time, "donna più bella del mondo", Sofia Loren si è adesso
prestata a posare, sia pur prudentemente velata, per il capostipite di
tutti i calendari sexy, quello Pirelli. E ha consigliato alle donne più
o meno in età: "Imitatemi".
Pessimo consiglio. Perchè l'episodio non è che uno dei tanti segnali e
simboli di un'epoca impazzita in cui gli uomini e le donne non sono più
in grado di accettare quelli che i filosofi, quando esistevano ancora,
chiamavano "i nuclei tragici e ineludibili dell'esistenza": il dolore,
la vecchiaia e la morte. Oggi è proibito essere vecchi e la vecchiaia ha
perso anche uno dei pochissimi lussi che era ancora in grado di
concedere: quello di potersi abbandonare alla propria età e ai suoi
inevitabili limiti.
No, un vecchio oggi deve sgambettare impudicamente nelle balere, scopare
(con Viagra o altri additivi) anche se non ne ha più voglia, posare per
calendari sexy, partecipare a maratone in cui regolarmente si infartua.
Viene accettato solo se appare giovane, se "se la dà" da giovane, se fa
il giovane e rientra quindi nel gran gioco del consumo. Per quanto,
preso singolarmente, resti comunque un consumatore marginale, come
categoria, dato il costante invecchiamento della popolazione occidentale
dovuto al combinato disposto dell'allungamento della vita e della bassa
natalità, è diventato un vasto e appetibile mercato. E quindi serve
anche lui per mandare avanti il meccanismo economico. Se non serve, se è
vecchio e lo dimostra comportandosi come tale, allora viene emarginato
senza pietà. E' tale il terrore di essere considerati vecchi che secondo
un recente sondaggio l'85\% degli ottantenni interpellati rifiutava di
ritenersi tale. Abbiamo così creato un'intera e nuova classe di
spostati, di esclusi, di emarginati, di infelici che prima non esisteva.
Siamo una società di vecchi che coltiva un paradossale e grottesco culto
del giovanilismo andando così ad accrescere il senso di frustazione
degli anziani.
Ma il tabù della vecchiaia non è solo una questione di mentalità e di
mercato. Il fatto è che nella società industriale il vecchio in quanto
tale ha perso ogni ruolo e con esso il prestigio di cui un tempo godeva.
Nelle società tradizionali, premoderne, preindustriali, prevalentemente
agricole e caratterizzate in larga misura dalla tradizione orale, è il
vecchio che detiene il sapere, che conosce meglio dei giovani le cose
spesso indispensabili per la vita e la sopravvivenza o anche, più
semplicemente, per un miglior andamento del tran tran quotidiano e a lui
spetta l'ultima parola nelle decisioni difficili. E' rispettato, ha
autorità, ha prestigio, ha un ruolo di rilievo nella comunità e la sua
vita conserva ancora un senso, che, per l'anziano, è proprio quello di
trasmettere la propria esperienza ai più giovani e non di gareggiare
goffamente e inutilmente con essi, trangugiando l'amarezza di un
confronto impari, all'inseguimento impossibile di un'età e di un tempo
irrimediabilmente perduti.
03/12/2006