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Alzo Zero
Inceneritori e Nanopatologie
di Stefano Montanari
Ormai non esiste più alcun dubbio a livello
scientifico: le micro- e nanoparticelle, comunque prodotte, una volta che
siano riuscite a penetrare nell'organismo innescano tutta una serie di
reazioni che possono tramutarsi in malattie. Le nanopatologie, appunto.
Se è vero che le manifestazioni patologiche più comuni sono forme tumorali,
è altrettanto vero che malformazioni fetali, malattie infiammatorie,
allergiche e perfino neurologiche sono tutt'altro che rare. A prova di
questo, basta osservare ciò che accade ai reduci, militari o civili che
siano, delle guerre del Golfo o dei Balcani o a chi sia scampato al crollo
delle Torri Gemelle di New York e di quel crollo ha inalato le polveri.
"Comunque prodotte", ho scritto sopra a proposito di queste particelle che
sono inorganiche, non biodegradabili e non biocompatibili. E l'ultimo
aggettivo è sinonimo di patogenico. Il fatto, poi, che siano anche non
biodegradabili, vale a dir e che l'organismo non possieda meccanismi per
trasformarle in qualcosa di eliminabile, rende l'innesco per la malattia
"eterno", dove l'aggettivo eterno va inteso secondo la durata della vita
umana.
Le particelle di cui si è detto hanno dimensioni piccolissime, da qualche
centesimo di millimetro fino a pochi milionesimi di millimetro, e più queste
sono piccole, più la loro capacità di penetrare intimamente nei tessuti è
spiccata; tanto spiccata da riuscire perfino, in alcune circostanze e al di
sotto di dimensioni inferiori al micron (un millesimo di m millimetro), a
penetrare nel nucleo delle cellule senza ledere la membrana che le avvolge.
Come questo accada sarà il tema di un incipiente progetto di ricerca europeo
che vedrà coinvolto come coordinatore il nostro gruppo.
Se è vero che la natura è una produttrice di queste polveri, e i vulcani ne
sono un esempio, è pure vero che le polveri di origine naturale
costituiscono una frazione minoritaria del totale che oggi s i trova sia in
atmosfera (atmosfera significa ciò che respir! iamo) si a depositato al
suolo, ed è pure vero che la loro granulometria media è, tutto sommato,
relativamente grossolana.
È l'uomo il grande produttore di particolato, soprattutto quello più fine.
Questo perché la tecnologia moderna è riuscita ad ottenere a buon mercato
temperature molto elevate a cui eseguire le più svariate operazioni, e, in
linea generale e a parità di materiale bruciato, più elevata è la
temperatura alla quale un processo di combustione avviene, minore è la
dimensione delle particelle che ne derivano. A questo proposito, occorre
anche tenere conto del fatto che ogni processo di combustione, nessuno
escluso, produce particolato, sia esso primario o secondario. Per
particolato primario s'intende quello che nasce direttamente nel crogiolo,
per secondario, invece, quello che origina dalla reazione tra i gas esalati
dalla combustione (tra gli altri, ossidi di azoto e di zolfo) e la luce, il
vapor d'acqua e i composti principalmente organici che si trovano in atmosf
era.
Al momento attuale, la legge prescrive che l'inquinamento particolato
dell'aria sia valutato determinando la concentrazione di particelle che
abbiano un diametro aerodinamico medio di 10 micron - le ormai famose PM10 -
e prescrive che la valutazione avvenga per massa. Nulla si dice ancora,
invece, a proposito delle polveri più sottili: le PM2,5 (cioè particelle con
un diametro aerodinamico medio di 2,5 micron), le PM1 (diametro da 1 micron)
e le PM0,1 (diametro da 0,1 micron). Sono proprio quelle le polveri
realmente patogene, con una patogenicità che cresce in modo quasi
esponenziale con il diminuire del diametro. E per avere un'idea degli
effetti sulla salute di queste poveri occorre che le particelle siano non
pesate ma classificate per dimensione e contate. Dal punto di vista pratico,
la massa di una particella da 10 micron corrisponde a quella di 64
particelle da 2,5 micron, oppure di 1.000 da un micron, oppure, ancora, a
quella di 1.000.000 di particelle da 0,1 micron. Perciò, valutare il
particolato in massa e non per ! numero e dimensione delle particelle non dà
indicazioni utili dal punto di vista sanitario e può, anzi, essere
fuorviante.
Venendo al problema dell'inquinamento da rifiuti, è ovvio che questi
debbano, in qualche modo, essere smaltiti.
A questo punto, è necessario ricordare la cosiddetta legge di Lavoisier o
della conservazione della massa. Questa recita che in una reazione chimica
la massa delle sostanze reagenti è uguale alla massa dei prodotti di
reazione. Il che significa che, secondo le leggi che regolano l'universo,
noi riusciamo solo a trasformare le sostanze, ma non ad annullarne la massa.
Ciò che avviene quando s'inceneriscono i rifiuti, dunque, altro non è se non
la loro trasformazione in qualcosa d'altro, e questa trasformazione è
ottenuta tramite l'applicazione di energia sotto forma di calore.
Stante tutto ciò che ho scritto sopra e che è notissimo sia tra gli
scienziati sia tra gli studenti delle scuole medie, se noi bruciamo
l'immondizia, altro non facciamo se non trasformarla in particelle tanto
piccole da farle scomparire alla vista e, con i cosiddetti "termovalorizzatori"
- una parola che esiste solo in Italiano e che evoca l'idea ingenuamente
falsa che si ricavi valore economico dall'operazione - la trasformazione
produce particelle ancora più minute e, dunque, più tossiche.
Malauguratamente, non esiste alcun tipo di filtro industriale capace di
bloccare il particolato da 2,5 micron o inferiore a questo, ma, dal punto di
vista dei calcoli che si fanno in base alle leggi vigenti, questo ha ben
poca importanza: il "termovalorizzatore" produce pochissimo PM10 (peraltro,
la legge sugl'inceneritori prescrive ancora la ricerca delle cosiddette
polveri totali ed è, perciò, ancora più arretrata) e la quantità enorme di
altro particolato non rientra nelle valutazioni. Ragion per cui, a norma di
legge l'aria è pulita. Ancora malauguratamente, tuttavia, l'organismo non si
cura delle leggi e le patologie da polveri sottili (le PM10 sono
tecnicamente polveri grossolane), un tempo ignorate ma ! ora semp re più
conosciute, sono in costante aumento. Tra queste, le malformazioni fetali e
i tumori infantili.
Tornando ala legge di Lavoisier, uno dei problemi di cui tener conto
nell'incenerimento dei rifiuti è la quantità di residuo che si ottiene.
Poiché nel processo d'incenerimento occorre aggiungere all'immondizia calce
viva e una rilevante quantità d'acqua, da una tonnellata di rifiuti bruciata
escono una tonnellata di fumi, da 280 a 300 kg di ceneri solide, 30 kg di
ceneri volanti (la cui tossicità è enorme), 650 kg di acqua sporca (da
depurare) e 25 kg di gesso. Il che significa il doppio di quanto si è inteso
"smaltire", con l'aggravante di avere trasformato il tutto in un prodotto
altamente patogenico. E in questo breve scritto si tiene conto solo del
particolato inorganico e non di tutto il resto, dalle diossine (ridotte in
quantità ma non eliminate dall'alta temperatura), ai furani, agl'idrocarburi
policiclici, agli acidi inorganici (cloridrico, fluoridrico, solforico ,
ecc.), all'ossido di carbonio e quant'altro.
Affermare, poi, che incenerire i rifiuti significa non ricorrere più alle
discariche è un ulteriore falso, dato che le ceneri vanno "smaltite" per
legge (decreto Ronchi) in discariche per rifiuti tossici speciali di tipo
B1.
Si mediti, poi, anche sul fatto che l'incenerimento comporta il mancato
riciclaggio di materiali come plastiche, carta e legno. I "termovalorizzatori"
devono funzionare ad alta temperatura e, per questo, hanno bisogno di quei
materiali che possiedono un'alta capacità calorifica, vale a dire proprio le
plastiche, la carta e il legno che potrebbero e dovrebbero essere oggetto di
tutt'altro che difficile riciclaggio.
Tralascio qui del tutto il problema economico perché non rientra
nell'argomento specifico, ma il bilancio energetico è fallimentare e, se non
ci fossero le tasse dei cittadini a sostenere questa forma di trattamento
dei rifiuti, a nessuno verrebbe mai l'idea di costruire impianti così irra
zionali.
Rimandando per un trattamento esaustivo dell'arg! omento a i numerosi testi
che lo descrivono compiutamente, compresi i siti Internet dell'ARPA e di
varie AUSL, la conclusione che qualunque scienziato non può che trarre è che
incenerire i rifiuti è una pratica che non si regge su alcun razionale. Ma,
al di là della scienza, il sensus communis del buon padre di famiglia che
per i Romani era legge può costituire un'ottima guida. Usare i cosiddetti "termovalorizzatori"
spacciandoli per un miglioramento tecnico, poi, non fa che peggiorare la
situazione dal punto di vista del nanopatologo, ricorrendo questi a
temperature più elevate.
Perciò, una pratica simile non può essere in alcun modo presa in
considerazione come alternativa per la soluzione del problema legato allo
smaltimento dei rifiuti, se non altro perché i rifiuti non vengono affatto
smaltiti ma raddoppiati come massa e resi incomparabilmente più nocivi.
Stefano Montanari - Direttore Scientifico del laboratorio Nanodiagnostics
Via E. Fermi, 1/L - 41057 San Vito (Modena)
www.nanodiagnostics.it
11/07/2006