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Alzo Zero
Da angeli del fango a demoni del “68
Massimo Fini
Da il gazzettino
Quarant'anni dall'alluvione di Firenze. A Palazzo Vecchio sono stati
ricevuti in pompa magna e pubblicamente ringraziati duemila, in
rappresentanza dei diecimila e più che furono, di quegli ex ragazzi che
accorsero dall'Italia e da tutta Europa a Firenze per salvare i libri e le
opere d'arte dalla melma e che per il loro slancio e la loro abnegazione
furono chiamati 'gli angeli del fango'. Quei ragazzi appartengono alla
generazione che solo due anni dopo scatenerà in Francia, in Germania, in
Italia, il Sessantotto con tutto ciò che ne seguì. Come mai gli 'angeli' del
'66 si trasformarono nei 'demoni' del '68? La generazione che aveva
vent'anni a metà dei Sessanta, alla quale anch'io appartengo, è la prima che
non ha conosciuto la guerra, che sa che in virtù dell''equilibrio del
terrore' non la conoscerà mai e che si affaccia all'età della ragione quando
alcuni grandi valori collettivi, Patria, Nazione e la stessa Religione, sono
caduti o sono vissuti dagli adulti in modo così formalista e ipocrita da
essere diventati caricaturali.
In questo deserto noi ragazzi della media e piccola borghesia ( che son poi
quelli che accorsero a Firenze e fecero il '68), lontani ancora dalla
politica, che i nostri genitori bollavano come 'una cosa sporca', ripiegammo
su una filosofia laica ed individualista secondo la quale uno è responsabile
delle proprie scelte solo di fronte a se stesso. Parlavano in noi gli
esistenzialisti francesi, Sartre (ma solo quello letterario, non il
politico) e Camus su tutti, molto in voga in quegli anni, e il Keruac di On
the road. Molti di noi si riconoscevano nel movimento hippy la cui regola di
base, e in fondo unica, era che "ognuno è libero di fare ciò che vuole nella
misura in cui non nuoce agli altri". Agli adulti, ai nostri genitori, che
contestavamo in modo affettuoso ('matusa') chiedevamo solo, nel costume che
stava comunque cambiando, un pò più di libertà personale e segnalavamo
questa nostra esigenza con atti di ingenuo e innocuo ribellismo: i capelli
lunghi, una certa trasandatezza nel vestire, le feste a luci spente. Eravamo
insomma dei bravi ragazzi. Inoltre come ogni generazione di giovani, e in
parziale contrasto col nostro individualismo, sentivamo un forte desiderio
di impegno dove impiegare le nostre fresche energie che non trovavano
sbocco.
L'occasione fu Firenze, anche per dimostrare ai nostri genitori che pur un
poco ribelli eravamo rimasti dei bravi ragazzi. Andare a Firenze, a dare un
mano, fu sentito da tutti noi come un dovere inderogabile, in modo istintivo
e immediato. Io abitavo allora, insieme a tre altri ragazzi, in una casa
all'estrema periferia di Milano, una sorta di 'comune', e quando sentimmo la
mattina la notizia per radio il primo pensiero fu: "Bisogna andare a
Firenze". Potevamo anche permettercelo: eravamo infatti i figli del boom
economico, del primo benessere, e potevamo spendere un pò di tempo della
nostra vita a fondo perduto (per la ragione opposta un fenomeno del genere
non si ebbe, per esempio, durante l'alluvione del Polesine dei primi anni
Cinquanta, non che i nostri fratelli maggiori fossero meno generosi di noi,
è che erano troppo costretti dalle necessità della vita quotidiana).
Accorremmo dunque a Firenze per dimostrare, a noi stessi e ai nostri
genitori, che eravamo dei bravi ragazzi. Accorremmo a Firenze perchè, per lo
più studenti (si era già in epoca di Università di massa), credevamo alla
cultura ed eravamo lontanissimi dal pensare che fosse "uno strumento dei
padroni". Accorremmo a Firenze perchè era uno sfogo agli slanci ideali che
ogni giovane generazione porta con sè e che noi non avevamo avuto ancora
modo di manifestare.
Perchè allora tanta differenza fra il '66 e il '68, così duro nella
contestazione al mondo adulto, così violento? Fu la cecità della borghesia a
far cambiare animo alla generazione degli 'angeli del fango'. Fu la
borghesia, codina, baciapile, intollerante e sostanzialmente violenta, che
non accettava alcun cambiamento nei suoi ipocriti costumi, a roderci l'anima
mandando, ad ogni buona occasione, le polizie di tutta Europa a
manganellarci: perchè portavamo i capelli lunghi, perchè vestivamo in modo
strano, perchè eravamo trasandati, perchè volevamo farci i fatti nostri. E a
ogni raid i suoi giornali plaudivano, soddisfatti e incoraggianti.
"Repulisti a Brera" titolava trionfante il Corriere della Sera, quali
fossimo delle cimici, ogni volta che, una settimana sì e una no, i
poliziotti facevano irruzione in quel quartiere per bastonare, portare in
questura, perquisire, ispezionare, a volte fermare per un paio di giorni
ragazzi che non stavan facendo alcunchè di male. Questa era la risposta che
veniva data alla nostra esigenza di un poco più di libertà sul piano dei
costumi. Eravamo 'angeli del fango' (se accorrevamo a Firenze, ma
diventavamo dei pericolosi criminali se, rientrati a Milano, facevamo un pò
di innocua baldoria in qualche quartiere. Fu la borghesia con la sua
ottusità e la sua intolleranza, a prepararsi il '68. E infatti
l'Inghilterra, che con Mary Quant, le minigonne, il titolo di 'baronetti'
concesso ai Beatles, accettò intelligentemente la liberalizzazione dei
costumi, è stato l'unico Paese europeo a risparmiarsi il '68 e il terrorismo
politico che ne fu in parte il prodotto (anche Indro Montanelli, che pur era
stato, sul Corriere, uno dei più accaniti fustigatori dei 'capelloni',
riconobbe in seguito il grave errore). Fu la borghesia a trasformare i
ribelli individualisti, romantici, e idealisti che noi ragazzi eravamo negli
pseudorivoluzionari, violenti, cinici e sostanzialmente ipocriti,
opportunisti e conformisti che furono poi, nella stragrande maggioranza, i
'sessantottini' molti dei quali aggregatisi in una potente lobby
trasversale, dominano oggi la scena della politica e dell'informazione
nazionale. Fu la borghesia, con le sue manganellate e la sua ottusa
intolleranza prima, col suo opportunistico calarsi le braghe poi, quando la
violenza c'era davvero e ci sarebbe voluta fermezza ("Gli adulti non seppero
fare gli adulti" scrisse splendidamente, Oreste del Buono, non seppero dire
i sì e i no che andavano detti), a modellarci, alla fine, a sua immagine e
somiglianza. Fu la borghesia a uccidere l'anima degli 'angeli del fango'.
12/11/2006