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Alzo Zero
Una gente incapace di omogeneizzazione etnica
LO STATO D’ISRAELE, SENZA PRO E SENZA CONTRO
di Carmelo R. Viola
I miei recenti articoli dedicati all’olocausto e alla drammatica vicenda del potere israeliano, hanno toccato la suscettibilità di un ebreo, ben noto in Italia, più anziano di me, amico di gioventù, giornalista, editore e direttore di un periodico, uomo di cultura e di legge e… libero pensatore. Non ne faccio il nome proprio perché gli ho sempre voluto bene, nonostante non abbia avuto da lui quell’attenzione, per l’appunto giornalistica, che mi aspettavo e che forse meritavo. Riflette su di me i suoi difetti! Capita anche questo.
Infatti, con una cordiale lettera mi ha confermato la malattia del fanatismo, che affligge anche persone d’intelletto ed anche in un’età in cui è possibile fare l’inventario dei propri errori e cercare di emendarli alla luce della lunga esperienza vissuta. Ma costui è la prova vivente di come spesso il “sentirsi ebreo” (piuttosto che un cittadino del paese che si abita e, secondariamente, del mondo) si risolva, malgrado lo stesso soggetto, nella pratica di un’ideologia parareligiosa a tutto discapito della stessa coscienza e quindi della verità della realtà politica e storica. La sua lunga professione di “bruniano” e di laico non gli è servita a porsi al di sopra di quel comportamento che viene tacciato di sionismo e che, secondo me, è soltanto il pregiudizio, più viscerale che tradizionale, di far parte del popolo eletto, non si sa perché né a qual fine. Insomma, dello stesso popolo che Mosé avrebbe guidato dall’Egitto verso la “terra promessa” della Palestina. E’ proprio il caso di dire che quando un pregiudizio ancestrale viene metabolizzato dal Dna, non c’è scienza che tenga.
Orbene, il mio vecchio collega, che ha anche esercitato l’avvocatura, mi ha anzitutto confermata la legittimità del “reato di negazionismo” – sebbene non ancora vigente, per fortuna, in Italia – in quanto di tratterebbe non “di libertà di manifestazione del pensiero, ma di un atto illecito, penalmente perseguibile, alla stregua del reato di diffamazione, in quanto si propaganda un falso storico, offensivo della memoria delle vittime e diseducativo per la cultura delle nuove generazioni”.
Atto illecito, reato di diffamazione e roba del genere solo perché una legge (non italiana) lo stabilisce. Per coerenza, ovvero per analoga ragione, costui dovrebbe ritenere lecite e legittime le leggi razziali del nazismo solo perché leggi! La storia mi conferma sempre più che la legalità non è sinonimo di legittimità, poiché questa fa riferimento al trinomio: diritto naturale-logica-etica. Simili comportamenti contraddittori non provano soltanto la resistenza di certe “attitudini innate” – e tale è quello di ritenersi un “figlio eletto da Dio”, perfino da laici! – ma anche che la scienza del diritto sia ancora tutta da scrivere.
La stessa ignoranza del concetto di diritto si ripresenta a proposito dello Stato d’Israele ovvero della “predazione territoriale di parte della Palestina” e della conseguente costruzione abusiva di uno Stato Infatti, olocausto o no, la predazione territoriale non può mai essere l’effetto di un diritto. Il richiamo degli antecedenti storici ha addirittura del mostruoso e del ridicolo insieme. Secondo una convinzione accreditata gli ebrei sarebbero oriundi della Mesopotamia da dove sarebbero emigrati in Palestina 2000 anni prima di Cristo sotto la guida del patriarca Abramo. Da qui sarebbero passati in Egitto e da qui sarebbero ritornati in Palestina guidati da Mosé. Attorno all’anno 70 d.C. avrebbero abbandonato anche la Palestina, disperdendosi per il mondo, donde la cosiddetta “diaspora”. Sarebbe stata la volta buona per la fine delle peripezie, sennonché dietro di queste c’è, a quanto pare, un’incapacità di “omogeneizzazione” degli ebrei con la gente del luogo (se non di tutti, almeno di coloro che contano). Tale incapacità (di adeguarsi al processo di fusione etno-antropologica) crea certamente delle difficoltà esistenziali e, in ogni caso, offre il fianco a razzismi di natura diversa.
Che la diaspora e la conseguente “erranza” creino il diritto di predazione territoriale, è contrario alla scienza giuridica. E poi perché proprio in Palestina? Solo perché la leggenda mosaico-biblica parla di terra promessa? Perché non l’Egitto se non addirittura la Mesopotamia? Gli ebrei, infatti, non hanno sempre abitato la Palestina, da dove mancavano da quasi duemila anni. Che nel 1948 l’Onu abbia approvato all’unanimità la predazione territoriale, non assolve un crimine e non produce un diritto, ma solo significa la consumazione di un abuso giuridico ovvero dello scambio del diritto naturale (biologia+logica+etica) con la disposizione legale.
La convinzione della legittimità dello Stato d’Israele nega la filiazione dello stesso dalla piovra imperialista Usa, che costituisce l’unica valida e attendibile spiegazione politica e antropozoica della predazione territoriale stessa. La quale non ha risolto il problema per difetto di capienza e per conseguente necessità di espansione. Infatti, gli ebrei pionieri dovevano sapere benissimo di commettere un abuso-crimine militare non risolutivo e che, per conseguenza, avrebbero avuto vita difficile. Che il preteso bisogno di uno Stato (non fenicio, non vichingo né gallico né romano ma ebraico) potesse risolversi con l’occupazione di Gerusalemme e di territorio circostante dimostra che si tratta di un’operazione non di recupero etnico ma di pretesa superiorità religiosa, appoggiata da quella maggiore potenza (alludiamo agli Usa) che più ne trae vantaggio geopolitico.
I promotori non potevano non sapere che l’incuneamento, armi in pugno, dello Stato d’Israele nel Medio Oriente avrebbe provocato la resistenza armata dei palestinesi, i quali, alla povertà di armi hanno supplito con il sacrificio eroico degli attentatori-suicidi, il cui fanatismo religioso – sostenuto da una fede patologico-psichiatrica – legittima la strage d’innocenti infedeli, anche se bambini. Fa da contorno l’ostilità, più o meno moderata, del mondo islamico.
La legittimazione del crimine originario della predazione territoriale porta alla legittimazione di ogni conseguente comportamento illecito e criminoso dello Stato d’Israele, che ha disatteso, mi pare, oltre cento delibere di condanna dell’Onu, ma se si tratta di una sola che faccia comodo al potere israeliano (e quindi agli Usa), un coro di voci ipocrite si leva per chiederne l’applicazione, come a proposito dell’ultima relativa alla forza d’interposizione nel Libano. Invece di partire con una proposta di convivenza fraterna, il gruppo d’assalto ebraico, dopo essersi introdotto come acquirente (di fatto, furtivamente), ha impiantato uno Stato-gangster, esigendo ogni cosa con la forza militare. Dopo avere privato migliaia di palestinesi della loro terra e della loro casa, ha eseguito una serie di provvedimenti punitivi come la demolizione di edifici, solo perché già abitati da attentatori-suicidi, senza averne alcun potere giuridico; ha dato la caccia omicida ad avversari scomodi alla maniera mafiosa; ha commesso varie stragi e l‘ultima bravata del Libano riassume il carattere prepotente e criminocratico dello Stato in questione, che sa di contare sugli Usa e sugli Stati servili che fanno loro da contorno, con il nostro, purtroppop, in primo piano. Tale Stato ha massacrato il Libano con il pretesto di liberare – esso che di prigionieri ne detiene alcune migliaia - due soli prigionieri, ricordando la guerra di Troia, durata dieci anni e conclusasi con la distruzione della città per la liberazione di una donna, per altro non prigioniera. E l’Onu, confermando la sua dipendenza di fatto dagli Usa, non ha condannato – come avrebbe dovuto - tale Stato al risarcimento di ogni danno in uno con i complici Usa, al che non sarebbe bastato tutto Israele! Ma non avrebbe potuto farlo per il veto scontato degli Usa.
Il mio amico ebreo, uomo di legge, laico e libero pensatore, non si accorge di essere anzitutto un fautore di un’ideologia, che è purtroppo il razzismo strisciante di un popolo a sé stante, evidente paradossale responsabile del proprio destino.
Carmelo R. Viola – Centro Studi Biologia Sociale – crviola@mail.gte.it
17/09/2006