|
|
Alzo Zero
Lo Stato sovrano
Di Piero Sella -l’Uomo libero-
A prima vista il recupero per l'Italia e
per l'Europa della sovranità politica, militare ed economica può
sembrare obiettivo generico e limitato, addirittura anacronistico.
Già la tendenza di ciascun popolo a dar vita a un suo Stato nazionale
dimostra però come la voglia di sovranità si configuri quale esigenza
primaria dello spirito umano. E che non si tratti affatto di un valore
fuori moda lo hanno confermato all'Est la resistenza delle nazionalità
all'omologazione comunista e nel Vicino e Medio Oriente la lotta dei
palestinesi, degli afghani e degli iracheni contro gli invasori
anglosionisti.
La sovranità non è quindi un'utopia da confinare nella sfera
sentimentale, ma una battaglia degna di essere combattuta e vinta. La
liberazione dai vincoli imposti dagli Stati Uniti attraverso la Politica
dei Blocchi e gli organismi internazionali al loro servizio rappresenta
del resto per l'Europa la conditio sine qua non per riprendere in pugno
il proprio destino e avviare quelle necessarie, radicali riforme
destinate a garantire un'organica tutela degli interessi dei suoi
popoli.
Ma in questo rivoluzionario contesto - ce ne rendiamo conto, ancora
tutto da conquistare - di qual genere di strutture dovrà dotarsi quello
Stato determinato a mettere davvero a frutto la sua ritrovata libertà?
Da quale visione della vita dovrà farsi guidare?
Non certo da quella democratica e liberalcapitalista che ha già dato
cattiva prova di sé, dimostrando, ovunque abbia operato, di muoversi al
servizio della plutocrazia atlantica e di gestire in modo funzionale ai
progetti dell'oligarchia mondialista tutti gli strumenti di formazione
dell'opinione pubblica.
Stesso rifiuto è giusto raccolgano i
partiti cui nei regimi democratici è istituzionalmente affidato il
compito di coltivare e raccogliere il consenso. Essi, autoproclamandosi
paladini di interessi settoriali, rompono l'unità del popolo e ne
convogliano i frantumi, di destra, di centro e di sinistra, in gruppi di
pressione contrapposti. In democrazia infatti la cosa ideale è che ogni
suddito trovi la propria collocazione politica, abbia cioè a incontrare
e "sposare" il suo partito. Il che avviene il più delle volte su base
socioeconomica, ma anche inseguendo sensibilità più sottili, di tipo
regionalistico, professionale, persino confessionale. È inutile
dilungarsi in esempi: quel che è certo è che lo Stato e le sue leggi,
nel quadro di un tale sistema teso a neutralizzare qualsiasi spinta
vitale della nazione e a indirizzarla verso sbocchi sterili, non possono
che essere l'espressione banale e rozza del calcolo e delle pressioni
dei gruppi; gruppi in perenne agitazione perché mai completamente
soddisfatti.
La società liberalcapitalista è dunque la risultante dello scontro tra
sopraffazione e soddisfacimento, impulsi che si muovono in un clima di
menzogna, corruzione e prevaricazione, naturale terreno di pascolo per i
Poteri Forti.
Ed è proprio questo risultato - un popolo polverizzato, ingannato e
impotente - a consentire alla plutocrazia di trovarsi sempre al centro
della ragnatela. Essa è del tutto cosciente dello scollamento sociale
determinato dalla corsa all'individualismo più sfrenato, della minaccia
portata all'esistenza stessa delle nazioni dalla crescente presenza
degli immigrati, della dilagante criminalità, dello scadimento del
costume, dello spreco delle risorse sociali. E tuttavia non teme che
tutto ciò possa esserle di nocumento: il sistema si regge sul più
classico dei divide et impera. Mal che vada, nuove elezioni
provvederanno a spartire la torta in modo appena appena diverso.
Quanto alle teste di paglia che presidiano la cosa pubblica per conto
del Grande Capitale internazionale, neppure loro rischiano di pagare per
il proprio operato. Sono destinate a cavarsela perché "politicamente
irresponsabili". Le conseguenze della loro disonestà e della loro
incompetenza ricadranno sul popolo. I colpevoli, in democrazia, non si
trovano mai. Decide il numero, e il numero, si sa, non può essere
chiamato a rispondere.
* * *
Dovrebbe a questo punto risultare sempre
più chiara la necessità di uno Stato davvero in grado di servire il
popolo, della presenza di meccanismi logici e funzionali capaci di
fornire tutela e giustizia sociale a ciascun cittadino. Uno Stato capace
di valutare, attraverso una piramide gerarchica responsabile, libera di
agire senza alcuna pressione esterna, le scelte da porre in atto
nell'interesse generale. Uno Stato nel quale il contenuto sociale sia
dunque caratterizzante e primario. È appena il caso di sottolineare che
la socialità dello Stato non dovrà avere nulla di fumoso, di
moralistico, di genericamente buonista, ma dovrà sviluppare la sua
azione in un quadro di realismo, il che esclude espressamente ogni
intervento a difesa di presunti diritti umani di genti lontane e
qualsiasi tentazione di interferire, turbando i rapporti internazionali,
nelle scelte politiche e negli affari interni degli altri Stati sovrani.
L'esatto rovescio della globalizzazione.
Poiché questo progetto, pur essendo ampiamente sociale, riguarda solo
una specifica popolazione, esso è indicato dai politologi come
socialismo nazionale. E ciò perché lo Stato, con le sue leggi, vuole
coprire unicamente gli interessi etnici, culturali ed economici di
coloro che vivono da cittadini - con pienezza cioè di diritti e di
doveri - entro precisi confini geografici. Quelli sui quali appunto si
estende la sovranità dello Stato, sia esso nazionale, o costituito, come
sta verificandosi oggi in Europa, da una confederazione di popoli affini
per razza, per cultura, per interessi.
Il concetto di socialismo nazionale, se correttamente inteso, non può
dunque svilupparsi se non all'interno dell'idea di sovranità. Di questa
vanno certamente forniti e accuratamente delineati i contenuti politici,
ma l'impostazione etica alla quale questi contenuti devono rispondere è
chiara e intuitiva. È giusto, è morale, ciò che è utile al popolo,
intendendosi per popolo una consolidata comunità impastata di Sangue, di
Suolo, di Storia, di Cultura, di Lingua. Gente cementata insomma - e
distinta dagli altri - da un Destino Comune.
Da un simile orientamento generale, se si vuole davvero che la nuova
Europa sia messa in grado di operare nell'interesse dei suoi popoli,
discende lineare e ineludibile una serie di punti programmatici, alcuni
dei quali, irrinunciabili, qui di seguito ci è sembrato utile elencare.
1) Il nuovo Stato dovrà respingere ogni precedente intesa internazionale
in contrasto con la propria sovranità e tutte quelle alleanze militari
che prevedono la presenza di basi militari e di truppe straniere. In
segno di rispetto per la sovranità altrui verranno richiamati in patria
tutti quei corpi di spedizione che sono oggi impegnati in missioni
all'estero.
Una solida e durevole intesa strategica verrà posta in atto con le
nazioni del Mediterraneo e del Vicino Oriente nella prospettiva di
assicurare la difesa comune di questo vitale scacchiere dalle mire
aggressive dell'imperialismo anglosionista. In ambito europeo verrà
perseguita tenacemente la costituzione di forze armate integrate,
competitive a livello mondiale e dotate di armamento atomico, strategico
e tattico.
2) Lo Stato dovrà porre la sua esistenza al riparo di ogni tentativo di
restaurazione liberalcapitalista. A tal fine l'economia sarà sottoposta
alla supervisione politica. I gangli strategici della finanza, la Banca
Centrale cui sarà ovviamente demandata la fissazione del tasso di
sconto, e il Credito, saranno nazionalizzati. Stessa attenzione dovrà
essere dedicata alla Ricerca e alla Politica Energetica onde evitare la
dipendenza dall'estero, nonché all'industria degli armamenti, a quella
aerospaziale, alla cantieristica e alle telecomunicazioni.
Più in generale, lo Stato, fissati nella programmazione economica i suoi
obiettivi, si riserva, constatata l'inadempienza o l'inadeguatezza del
settore privato, il diritto di intervenire nei modi creduti opportuni.
Anche direttamente.
Mentre dunque nello Stato liberale la produzione è lasciata
esclusivamente in balia del mercato, il quale non può ragionare se non
in termini di utilità finanziaria, lo Stato sociale e nazionale non
potrà restare indifferente a ciò che viene prodotto, al luogo di
fabbricazione, alla questione se il produttore sia o meno soggetto
nazionale. Non è per nulla la stessa cosa che uno Stato sia
autosufficiente per quanto riguarda le industrie aeronautica, chimica e
informatica, oppure dipenda da fornitori stranieri. E ciò, oltre che per
evidenti motivi geopolitici, anche agli effetti della formazione della
ricchezza nazionale, nonché per i riflessi sull'occupazione, indotto
compreso.
La scomparsa dalla scena mondiale dell'Italia come potenza industriale
non è stata per nulla una conseguenza della globalizzazione della
produzione, ma solo il risultato dell'incapacità dei governi democratici
a opporsi al disegno coloniale delle potenze vittoriose nel secondo
conflitto mondiale. Uno Stato schierato a difesa dei reali interessi del
popolo non avrebbe certo permesso che l'importantissimo e promettente
patrimonio di capacità e competenze accumulato dall'Italia nella prima
metà del XX secolo fosse malamente dissipato da una dirigenza
avventuristica e incompetente, contigua alla malavita politica
organizzata. Per concretezza vogliamo ricordare alcuni nomi di aziende
che nel passato hanno dato lustro al lavoro italiano nel mondo e che
oggi non esistono più: Breda, Caproni, SIAI Marchetti, Isotta Fraschini,
Reggiane, Montecatini, Snia Viscosa, Olivetti. Per non parlare poi di
Alfa Romeo e Fiat, avviate al disastro nonostante cassa integrazione e
rottamazioni, o della privatizzazione della telefonia, finita
quest'ultima, senza alcun vantaggio per gli utenti, nelle mani di
finanzieri abili unicamente nelle guerre pubblicitarie e nello sbranare
il "parco buoi", ma incapaci di produrre uno solo dei milioni di
cellulari oggi in circolazione in Italia.
Le troppe lapidi nel cimitero dell'industria italiana sono
un'implacabile atto d'accusa contro l'intera classe politica italiana.
3) Lo Stato, coerentemente agli impegni assunti nei confronti del
popolo, si batterà per la conservazione dell'integrità etnica e la
tutela del benessere dei lavoratori. In tale quadro sarà applicato il
blocco totale dell'immigrazione, nonché una nuova legge sulla
cittadinanza - molto più restrittiva dell'attuale - nella quale andranno
inserite anche nuove regole atte a porre un freno all'aberrante fenomeno
delle adozioni internazionali. Dovrà essere subito avviato, senza
lungaggini procedurali, il rimpatrio forzoso degli stranieri
indesiderabili, a iniziare da quelli detenuti oggi nelle nostre carceri,
con priorità assoluta per quelle nazionalità che si sono maggiormente
distinte nel mondo del crimine organizzato (sfruttamento della
prostituzione, spaccio, rapine).
A eventuali carenze di mano d'opera nazionale, inammissibili in un paese
dove esistono gruppi censiti di migliaia di disoccupati "storici", si
provvederà riducendo, a seconda delle necessità, la durata del sussidio
di disoccupazione e intervenendo con severe verifiche sullo scandaloso
numero di pensioni di invalidità fasulle, un lascito
dell'assistenzialismo partitocratico.
4) Per favorire la giustizia sociale e l'auspicabile parità per ogni
cittadino delle condizioni di partenza, ogni energia sarà mobilitata per
dotare le famiglie di accettabili condizioni di vita (alloggi,
assistenza all'infanzia e agli anziani). Ai giovani, se meritevoli, sarà
assicurato accesso gratuito agli studi superiori. Tutte le risorse
disponibili per l'istruzione saranno assegnate unicamente alla scuola
statale.
Completa sarà l'assistenza sanitaria. Va qui tuttavia specificato che la
medicina dovrà essere posta al servizio della collettività e non
dell'egoismo, dell'irresponsabilità, o dei capricci dell'individuo. Ne
discende che la salute è un dovere del cittadino il quale dovrà essere
educato a mantenersi sano nell'interesse della nazione. Un interesse
duplice, da un lato economico, per evitare lo spreco di risorse
pubbliche, dall'altro eugenetico, da intendersi come forma di rispetto
per le generazioni che seguiranno, le quali non dovranno essere gravate
da pesi genetici evitabili.
È quasi superfluo aggiungere che ai medici saranno vietati interventi
gratuiti mutualistici perditempo (tipo quelli legati al cambiamento di
sesso) e che nelle cure e nella qualità dell'assistenza sarà sempre data
la precedenza ai pazienti nei quali la malattia non possa essere fatta
risalire a colpevole devianza sociale.
5) Nella giustizia i tempi massimi della sentenza penale dovranno essere
ridotti a sei mesi dal compimento o dalla scoperta del reato. Nessuna
tolleranza sarà consentita per i reati di droga, così come dovranno
diventare impraticabili la pedofilia, il nomadismo, l'accattonaggio, il
danneggiamento e l'occupazione della proprietà pubblica e privata.
Le forze dell'ordine, carabinieri e polizia, oggi pletoriche e di fatto
inutilizzabili a causa delle gravissime carenze legislative, dovranno
essere progressivamente ridotte e portate al livello medio europeo.
6) Lo Stato predisporrà un piano per il recupero ambientale del
territorio e per la bonifica delle città. Sarà una crociata contro
l'inquinamento, il degrado, la sporcizia, il rumore. In tale quadro
verrà perseguita la drastica riduzione della produzione automobilistica
per uso privato che oggi sforna vetture ad un ritmo folle,
inconciliabile con l'ecologia e con le strade a disposizione, strade che
anche in futuro non potranno aumentare più di tanto.
Grandi risorse economiche e tutta la mano d'opera disponibile, saranno
impiegate nei lavori necessari per spostare il traffico commerciale su
ferrovia e lungo le coste, con la creazione di moderne infrastrutture
destinate a collegare i porti con le autostrade.
7) Gli orientamenti fin qui sommariamente indicati dovranno trovare
adeguato spazio nella futura legislazione riguardante l'editoria e la
produzione cinematografica e televisiva. In tali campi, a difesa delle
capacità e del genio artistico europei, si procederà a contingentare
l'importazione da Oltreoceano.
Il clima di ritrovata libertà favorirà anche la ripresa di
un'architettura ferma ormai da troppi decenni. Orgoglio per la
tradizione e fiducia nel domani saranno il messaggio che le idee in
pietra della nuova civiltà europea consegneranno al terzo millennio.
17/12/2006