Alzo Zero

 

Golpe militare in Israele?


di Maurizio Blondet
effedieffe

 

 

Militari israeliani ammassati nel sud del paese prima di un'offensiva.

La devastante aggressione del Libano è una forzatura dell'armata israeliana, che ha scavalcato e forzato il governo civile a questa nuova avventura?
Insomma sotto l'attacco bellico c'è una sorta di colpo di Stato militare?
Chi comanda veramente Israele?
Sono domande adombrate da Ran HaCohen, israeliano specialista dell'influenza dei militari nel suo paese, in un'analisi pubblicata su Antiwar.com.
HaCohen fa notare come, per la prima volta nella storia dello Stato sionista, il governo non ha dei generali a posti ministeriali importanti.
La poltrona di primo ministro, dove dovrebbe essere Sharon, che per quest'ultima fase aveva addirittura creato un partito nuovo, è occupata da Ehud Olmert.

Ora, questo primo ministro, maggiordomo di Sharon da anni, non viene dalla carriera militare. Peggio: anche il ministro della Difesa, Peretz, non viene dall'esercito.
Anzi questo sindacalista di sinistra, per giunta sefardita (gruppo spregiato dai dominanti askhenazi), non solo ha nella campagna elettorale polemizzato coi guerrafondai, ma una volta in carica ha cercato di disciplinare le più vili azioni dei generali contro la popolazione civile a Gaza.
Ha cercato di impedire i «bang» ipersonici notturni e terroristici operati da Tsahal contro Gaza.
Dice HaCohen: una «umiliazione» per i generali, abituati a non essere criticati dai politici (e tanto meno prendere ordini da sefarditi).
Perché in Israele vige in qualche modo un colpo di Stato permanente, gli alti gradi partecipano alle decisioni di governo e da 15 anni i primi ministri sono generali di mestiere.

 

Per recuperare potere, i comandi, spiega il professore, «reclamavano un attacco massiccio su Gaza molto prima che il soldato Shalit fosse sequestrato».
E poiché il governo riluttava (era in corso la strategia del «dimagramento», tragicamente efficace per piegare Hamas) i militari hanno «preparato il terreno alzando il tiro in modo continuo e calcolato: ripetute uccisioni di civili e bambini, assassinio di un alto ufficiale dell'Autorità Palestinese, i cosiddetti 'arresti' a Gaza per la prima volta dal ritiro».
Poi, il «rapimento» del soldato Shalit il 26 giugno.
A quel punto il governo «non ha più potuto bloccare l'esercito».
Il capo di Stato Maggiore s'è affrettato a dichiarare pubblicamente che l'armata «sosteneva» la politica del governo di «non cedere al ricatto» e di non trattare per la consegna del soldato.
Ora, immaginate se in Italia i l massimo generale dichiarasse di «sostenere» il governo: si parlerebbe di colpo di Stato.
E' quel che è avvenuto in Israele.
Dove infatti Haaretz si è domandato cosa accadrebbe se il capo di Stato Maggiore dichiarasse di  «non sostenere» il governo.
Ma il 3 luglio, sullo stesso Haaretz, Amir Oren (un cosiddetto «giornalista» vicino ai generali) scriveva proprio la frase fatale: «L'esercito israeliano non sosterrà un negoziato che porti alla liberazione di terroristi».
Insomma, il governo civile eletto dal popolo, dice HaCohen, «gode di un certo grado di libertà, ma è l'esercito a decretare quanta. Olmert e Peretz ormai hanno la prova che l'armata fa quello che ha sempre voluto. Forse sperano che una loro immagine 'macho' piaccia agli elettori israeliani, specialmente se viene da politici privi di esperienza militare; è precisamente il calcolo che fu dietro l'attacco di Shimon Peres al Libano nel '96, e che portò alla sua sconfitta all e elezioni seguenti».

 

Da tempo HaCohen denuncia che Israele è caduto sotto il controllo di fatto di un «complesso militare-industriale» che è la copia in piccolo del complesso militare-industriale che governa gli USA tramite Rumsfeld, Cheney e in condominio coi neocon, spingendo l'America a guerre prive di senso strategico o addirittura rovinose, ma lucrose per il business.
Infatti la mega-offensiva israeliana pare essere stata decisa nell'incontro riservato tra Cheney e Netanyahu, trombato alle elezioni ma il preferito dall'apparato militare industriale sia giudaico, sia yankee.
L'esercito di Giuda ha dunque imposto un altro fatto compiuto, una specialità che fu di Sharon, che evidentemente ha lasciato molti eredi fra i gallonati sionisti.
Fatto compiuto e fuga in avanti: ma fino a dove?
Non governati né moderati dalla politica, è possibile che i militari aspirino davvero a liquidare Siria e Iran, confidando nell'assoluta superiorità delle loro armi.< BR>Israele ha più atomiche della Cina, nessuna potenza attualmente può opporsi ad esso.
Resta da vedere se la scelta strategica sia giusta.
Di solito, i poteri militari da sé non sono buoni strateghi politici, si fanno «guidare» dal loro armamento: lo usano perché c'è.

 

La storia racconta spesso di come finiscono regimi golpisti militari che fanno la guerra «esterna» per motivi «interni», ossia per rafforzare il proprio potere nel proprio Paese: l'ultimo caso fu quello della giunta militare dell'Argentina, che volle conquistare le Falkland o Malvinas strappandole agli inglesi.
L'Argentina perse, e la giunta cadde.
Un enorme caso storico fu quello di Napoleone III, che sfidò la Prussia: Parigi fu occupata, e il piccolo Napoleone crollò.
Il glorioso Tsahal,  bombardando i bambini in Libano, cerca il recupero della propria legittimità in Israele.
Fino agli anni '80, tale legittimità era indubbia, essendo percepita l'armata dagli ebrei come la forza difensiva, protettrice della nazione, ovviamente fatta sentire dalla propaganda come perennemente «minacciata nella sua stessa esistenza».
Oggi, l'esercito israeliano, divenuto una forza offensiva ipertrofica a causa del sistema militare i ndustriale che ha alimentato, deve modulare la sua propaganda sostenendo che guerre sempre più «unilaterali», contro nemici sempre più inermi e distanti, sono un modo più sofisticato per garantire la sicurezza del popolo ebraico.
Con le sue quinte colonne in Occidente, riesce ancora a far digerire questa propaganda attraverso i Galli della Loggia, le Bonino, i columnist di regime pagati, i cristianisti accecati e giudaizzanti.
Ma diventa sempre meno credibile sostenere che quattro razzi di Hezbollah (1), o il «rapimento» di quattro soldati, siano pericoli per l'esistenza stessa di Israele.
O che la sopravvivenza stessa dello Stato ebraico esiga la devastazione di tutte le infrastrutture del Libano, Paese di fatto demilitarizzato.

 

O che la sicurezza degli ebrei richieda la creazione attorno allo Stato ebraico di un'area di destabilizzazione sempre più vasta, dall'Irak al Kurdistan (2) fino al Golfo Persico.
E continue provocazioni, atrocità, illegalità e «false flag operations» in Paesi terzi.
Su questa strada, quindi, viene il momento in cui i generali golpisti devono realmente «mettere in pericolo Israele, per poterla poi salvare». (3)
Per dimostrare la propria durevole utilità, e giustificare il costo di armamenti sempre più spropositati.
Se le cose stanno così, si apre un periodo di straordinario pericolo, per noi e per gli stessi ebrei.
Si avvera l'apologo rabbinico del Neturei Karta, «i custodi della città sono i distruttori della città».

Maurizio Blondet


Note
1) A questo proposito, c'è da chiedersi come, dopo giorni di devastanti bombardamenti, gli Hezbollah riescano ancora a sparare missili e Katiushe contro Haifa. Improvvisamente, la celebrata capacità di Tsahal di localizzare e liquidare con precisione le postazioni del nemico sembra venuta meno. Ma sarà proprio Hezbollah a sparare? I bombardamenti di Haifa tengono in ansia la popolazione ebraica, e consentono di esaltare il numero delle vittime ebree, mentre le super-armi di Giuda fanno centinaia di vittime in più in Libano e a Gaza.
2) Il governo turco ha di nuovo minacciato di penetrare nel Kurdistan iracheno, all'inseguimento dei suoi ribelli curdi. Non va dimenticato che l'esercito di Ankara ha ammassato al confine forse 200, forse 240 mila uomini. Se decidessero di entrare, cosa farebbero le truppe occupanti USA, che sono meno della metà?
3) Fu questa la frase con cui Napoleone spiegò ad un ambasciatore dello zar la sua politica: «Io non sono uno dei vostri monarchi ereditari che possono contare sul pacifico possesso del trono, e lasciarlo ai discendenti. Io sono un soldato venuto dal nulla. Devo mettere la Francia in pericolo, per poterla poi salvare».


23/07/2006


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