Alzo Zero

 

Livni: combattiamo anche per l’Occidente

Antonella Vicini

In un viavai di notizie poco chiare, a volte di segno contrastante, o volutamente nebulose, è toccato  a Dan Halutz, il capo maggiore dell’Esercito israeliano, sgomberare per la prima volta i dubbi sulla durata della guerra in Libano: una durata “lunga”, almeno nelle prospettive.
Con una lettera aperta, inviata ai soldati, il generale Halutz ha infatti annunciato che le operazioni, avviate ormai nove giorni fa, potrebbero essere ben lontane dalla conclusione. Un messaggio non tanto per preparare le truppe con la stella di David, peraltro già abituate allo stato di guerra costante, quanto per preparare l’opinione pubblica internazionale al panorama dei prossimi mesi. Nelle parole dell’ufficiale sionista, l’aggressione al Paese dei Cedri, viene trasformata in una guerra per “difendere Israele, la sua indipendenza, la sua integrità e la sua sicurezza”. Una ricostruzione dei fatti del tutto filtrata dalla lente distorta dalla retorica criminale israeliana che vuole l’aggressione in territorio libanese come “una battaglia contro le organizzazioni terroristiche islamiche, che negano il diritto all’esistenza di Israele e che sono sponsorizzate da Iran e Siria, il cui obiettivo è di danneggiare la sovranità di Israele”. Seguendo questa stessa linea, che poi è quella che ha trionfato sul palcoscenico mondiale dal G8 in poi, all’origine di tutto ci sarebbe la “evidente provocazione da parte di Hizbollah e di Hamas, che hanno condotto operazioni terroristiche nel territorio sovrano di Israele” e che ha indotto Tel Aviv a difendere “l’indipendenza” e “la sicurezza del nostro Paese e dei nostri cittadini”.
“Gli scontri nel nord si sono aggiunti a quella in Giudea e Samaria e nella Striscia di Gaza e potrebbero durare a lungo”.
Una prospettiva rafforzata dalle dichiarazioni del ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni rese al settimanale italiano ‘L’Espresso’, in cui si prefigura, o meglio si auspica, un maggior coinvolgimento del mondo Occidentale nella lotta ingaggiata da Tel Aviv. È questo l’obiettivo emerso chiaramente nel corso degli ultimi giorni nelle mosse ‘diplomatiche’ intraprese, nel tentativo di ampliare il fronte dei consensi attorno alle azioni sioniste e di compattare l’opinione pubblica mondiale circa l’esistenza di un asse del Male, parte di quello partorito gli scorsi anni nelle stanze della Casa Bianca, che rischia di mettere in pericolo l’intero ordine mondiale. La Livni ha esplicitato concetti già espressi a più riprese, anche se in maniera più frammentaria, spiegando che “esiste un pericoloso asse formato da Iran, Hizbollah, Siria e Hamas” e che, dunque, “non è una battaglia che riguarda solo Israele, ma i valori dell’Occidente di cui Israele è parte”.
“Veniamo attaccati proprio perché simbolo dell’Occidente”, ha aggiunto, col chiaro obiettivo di spostare la palla in un altro campo. Lo scopo che sembra evidente è quello di far condurre la propria battaglia da parte della comunità internazionale, quella più compiacente e supina ai dettami di Washington-Tel Aviv, o di ottenere il via libera al proseguimento dell’aggressione militare al Paese dei Cedri, fino allo scopo dichiarato di annientare Hizbollah e le sue milizie.
Un obiettivo ribadito nel corso della stessa conversazione.
“In generale vogliamo neutralizzare le postazioni da dove si lanciano i missili e obbligare gli Hizbollah a lasciare la scena nel sud del Libano”.
“Credo che questa sia anche un’opportunità per il governo libanese di estendere la sua sovranità in quella fetta del Paese”, ha aggiunto.
Man mano che passano i giorni, la strategia sionista emerge con indiscutibile chiarezza: presentare l’aggressione al Libano come un’occasione per il premier Seniora e nello stesso tempo stremare la popolazione fino a spingerla a rinnegare il Partito di Dio. Il ministro sionista punta infatti l’attenzione sul fatto che “Hizbollah è un pericolo per i cittadini libanesi”.
“So che i cittadini libanesi vogliono vivere in pace in uno Stato florido Hizbollah rappresenta esattamente interessi opposti, interessi del terrorismo”,incalza. Nei confronti di Hizbollah è stata intrapresa una vera e propria opera di accerchiamento, militare, che è sotto gli occhi di tutti, e una politica, subdola e mistificatoria: lo scopo è sempre lo stesso
Il partito di Dio, e nello specifico il suo leader, lo sceicco Sayed Hassan Nasrallah, è nemico di Israele anche per il ruolo che vuole rivestire nella regione.
“La situazione è molto più complessa della semplice vicenda dei soldati”, sottolinea la Livni, aggiungendo che “il capo di Hizbollah, vuole giocare un ruolo nel conflitto israelo-palestinese e noi non vogliamo che possa avere questo diritto, che possa influire sulla leadership palestinese”. Il quadro è limpido.
Israele sta combattendo una guerra contro gli unici, e ultimi, bastioni che ostacolano il compimento della geografia di Sion. Per questo motivo, risulta strano pensare che si sia tratta di una mera riposta ad un attacco. Molto più semplice che si sia trattato di un casus belli colto al volo, o creato ad arte, per attuare una tattica non improvvisata.


23/07/2006


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