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Alzo Zero 2007
Putin:
più europeo di noi
Persino la Merkel, la volonterosa valletta neocon, ha dovuto dirsi
contraria al dispiegamento dei missili antimissile che Bush vuole
piazzare in Polonia.
Lo aveva già fatto, con tono molto esplicito, l’ex cancelliere
Gerhard Schroeder, definendo quello spiegamento «una politica di
accerchiamento contro la Russia».
Lo ha fatto Helmuth Schmidt, cancelliere negli anni ‘70-80, che a 88
anni, su Die Zeit, ha scritto un articolo di fuoco contro quei
missili voluti dagli USA, e accettati, scodinzolando, da Varsavia.
Lo ha fatto Martin Schulz, capogruppo dei socialisti al parlamento
europeo, chiedendo alla Merkel di porre la questione a tema
dell’incontro con i leader europei dell’8 marzo scorso.
In Germania non c’è una personalità che conti che non veda malissimo
questa corsa al riarmo, questa crisi degli euromissili fuori tempo
massimo.
Invocazione superflua, quella di Schulz.
Perché a sollevare la questione l’8 marzo è stato Chirac: l’Europa,
ha detto, deve «prendere in considerazione le preoccupazioni della
Russia» su questo progetto.
E gli scodinzolamenti dei polacchi, ha aggiunto, «rischiano di
creare una nuova linea di frattura in Europa, un ritorno al
passato».
Se a Chirac succederà il dunmeh Sarkozy, è possibile che la
posizione di Parigi cambi.
Ma può cambiare fino a un certo punto.
Perchè, grazie alla «crisi dei missili», si è formata - quasi contro
la volontà dei protagonisti - una posizione solidamente comune della
«vecchia» Europa, ossia di quella che pesa ed è forte.
Coi polacchi ci sono i lituani e i lettoni, la «nuova Europa»
rumsfeldiana, insignificante.
Sicchè la Merkel, che visita Varsavia venerdì, andrà a dire ai nuovi
cagnetti di Bush che l’Europa, su questi euromissili, «preferisce
una soluzione all’interno della NATO e anche un’aperta discussione
con la Russia».
Già, perché i polacchi (istruiti da Bush) vogliono un patto
bilaterale con la Casa Bianca, scavalcando la NATO, perché anche
Bush vuole evitare le discussioni e le lungaggini con gli alleati
«vecchi».
La crisi è seria, ma almeno sta formando nei circoli di potere
eurocratici una visione definita: «l’alleato americano» è il vero
nemico e sabotatore del concerto europeo, attraverso i suoi Stati
satelliti, ammessi nella UE contro la volontà degli europei, ed
usati oggi come sabotatori.
E’ lui il nemico presente, non Putin.
La Polonia è entrata nella UE senza alcuna convinzione, oltre a
quella di sabotare.
Quel che fa, dissennatamente, lo fa per dispetto, da quando
Schroeder e Putin hanno messo mano al gasdotto comune del Baltico,
che passa sotto il mare e sottrae a Varsavia le ricche royalty di
transito, e ancor più la possibilità ricattatoria di chiudere i
rubinetti.
Varsavia è giunta a intimare che l’Europa risolva una sua ridicola
questione commerciale con Mosca (questa rifiuta le carni polacche,
che ha definito igienicamente malsane) altrimenti metterà il veto su
tutto il progetto di partenariato energetico euro-russo: «Il nostro
veto non è dovuto solo alla faccenda della carne», ha detto il
sottosegretario di Stato Krzysztof Szczerski: «Adesso vogliamo
negoziare l’intero pacchetto delle relazioni energetiche della UE,
le condizioni di sicurezza delle forniture, la questione del mercato
interno dell’energia».
Nientemeno.
La Polonia, la cui utilità nell’Unione è pari a zero, vuol rimettere
in discussione da capo tutto quanto.
Fra l’altro, Varsavia vuole che nel trattato di partnership con la
Russia sia inserita una clausola che obblighi le capitali europee a
sospendere i negoziati con Mosca anche in futuro, se un solo membro
dell’Europa ha vertenze aperte con la Russia in questioni di
commercio o di energia: in altre parole, per il suo litigio sulla
carne, la Polonia vuole darsi il diritto di bloccare un trattato
strategico che è nel massimo interesse di tutti.
Al suo fianco, la Polonia ha la Lituania, paesetto di 3,5 milioni di
abitanti: anch’essa pone il veto, se l’Europa non ordina a Putin di
riprendere le forniture petrolifere alla sua (unica) raffineria.
Ecco da chi finiamo per farci comandare, avendo rinunciato alla
nostra sovranità.
Da cagnetti ringhiano, abbaiano e mordono come vuole il padrone
usraeliano.
Ma persino gli inglesi hanno reso espliciti i loro dubbi sugli
euromissili anti-Putin di Bush.
E anche il generale americano Trey Obering, che dirige la difesa
antimissile USA, ha definito «una provocazione contro la Russia» lo
spiegamento dei missili in Gran Bretagna e Danimarca, aggiungendo di
comprendere «l’irritazione di Mosca».
Bush mantiene la scusa che quei loro euromissili non sono contro la
Russia, ma servono a difendere l’Europa da lanci di testate nucleari
in provenienza… dall’Iran.
Bush ha a cuore la nostra sicurezza.
Ha dovuto far finta di crederci il segretario generale della NATO
Jaap de Hoop Scheffer, servile per dovere d’ufficio.
E ha ribattuto rispettosamente che i missili piazzati in Polonia
sono sì un bello scudo contro la follia iraniana (di cui ringrazia),
ma lasciano scoperto il fianco Sud, ossia Italia, Spagna e Grecia.
Questi Paesi, ha detto il maggiordomo senza ridere, «sono ancora più
vicini all’Iran» della Polonia. «Non ci può essere una serie A e una
serie B dentro la NATO, per me il principio guida è l’indivisibilità
della difesa».
Se dovessero stare al gioco, Grecia, Spagna e Italia dovrebbero
replicare che loro non temono tutta questa pioggia di atomiche da
Teheran.
E che non si capisce perché l’Iran dovrebbe sprecare le sue testate
nucleari (che non ha ancora) per incenerire l’intero vecchio
continente, con cui ha cordiali rapporti commerciali di reciproco
vantaggio.
Dov’è il motivo strategico per un tale attacco da Apocalisse?
Gli ayatollah non sono folli, e non hanno mai aggredito altri Paesi.
L’idea che l’Iran sia un regime folle, volto al suicidio per
annichilire il mondo, ha ovviamente un’origine nota: nella paranoia
israeliana, che cerca di contagiarci con i suoi terrori immaginari,
il suo «disordine da stress pre-traumatico» (come l’ ha clinicamente
definito Atzmon).
Se proprio si dovesse dire tutta la verità, Roma Atene e Madrid
hanno semmai da temere la paranoia di uno Stato vicinissimo e
armatissimo, con 300 bombe atomiche e tutti i missili necessari per
lanciarle, con una classe dirigente aggressiva fino alla demenza,
animato da un’ideologia razzista e comprovatamente ostile alla
«vecchia Europa».
Ma la verità non si può dire.
Da qui la ridicola scusa di De Hoop Scheffer: che però ha almeno il
tono di un rispettoso «preferiremmo di no» fatto pervenire a Bush.
E’ questa la situazione in cui si svolge il giro delle capitali
europee di Vladimir Putin.
Già nel forte discorso di Monaco, il presidente russo aveva
praticamente esortato gli europei a rompere con il Patto Atlantico,
come ha fatto la Russia già da gran tempo, sciogliendo il Patto di
Varsavia: «Vorremmo avere rapporti con partner serii e altrettanto
indipendenti [quanto noi] con cui lavorare a costruire un mondo più
equo e democratico», ha detto.
Adesso, nel suo giro e nel suo primo incontro (ad Hannover) con la
Merkel, Putin ha fatto ventilare dai suoi funzionari al seguito che
Mosca potrebbe ritirarsi dal Trattato sulle Forze Nucleari a medio
raggio, se non si interrompe il dispiegamento dei missili a ridosso
del territorio russo: un messaggio in più che la Merkel si è portata
in tasca nella sua visita in Polonia, e che potrà meditare nel suo
semestre di presidenza europea.
Nella UE, dove il coraggio non è diffuso e la visione politica è
zero, essendo stata sostituita dalle procedure burocratiche, regna
lo sconforto.
Vale la pena di compiacere Bush e i polacchi suoi satelliti, fino al
punto di giocarsi le buone relazioni energetiche, commerciali e di
collaborazione industriale con Mosca?
Che fare? Come tenere i piedi in tutte le scarpe senza offendere
nessuno?
(E sotto sotto l’inconfessabile terrore: e se Israele tira le sue
bombe su di noi?)
Perciò il portavoce della NATO ha fatto subito sapere che l’Alleanza
non ha nulla in contrario a che gli USA allaccino relazioni armate
bilaterali con singoli Stati.
E’ la tipica risposta della burocrazia europoide, ossia cacasotto e
senza idee, spaventata dalle novità: oddio, se si porta sul tavolo
la questione dei missili dementi di Bush, la NATO si spacca!
E che si spacchi pure, dice Putin.
Non serve più a voi europei, ma a una cricca, quella di Bush,
soggetta ad Israele, e che persegue scopi bellicisti e folli, la
guerra perpetua contro «il terrorismo globale», contro un «asse del
male» in continuo ampliamento, lo scontro col mondo musulmano.
«Voglio partner responsabili e indipendenti», dice Putin.
Lui sì, ha una visione netta e chiara dell’interesse nazionale: e
per questo sottolinea la nostra convenienza, il nostro interesse
europeo che - se non coincide con quello russo - è di reciproco
vantaggio.
Un patto chiaro e alla pari.
Sicuramente più vantaggioso della relazione con gli USA, che ci sta
trascinando in guerre insensate che sta per giunta perdendo, e che
per questo spacca la coesione europea e mette in pericolo di
implosione la NATO stessa.
Qualunque uomo di Stato capisce che questo è il destino manifesto
dell’Europa, una salda unione pacifica con la Russia, le sue fonti
energetiche, l’immenso campo della ricostruzione post-sovietica che
gli introiti petroliferi rendono possibile.
Oltretutto, la cricca Bush-Cheney non ci sarà più fra un anno, è a
scadenza.
Non c’è nulla da temere nel perseguire una visione europea e buoni
rapporti con Mosca, per cui probabilmente il prossimo presidente USA
ci ringrazierà, quando dovrà ricostruire i ponti fatti saltare da
Bush, con risultati miserevoli e vergognosi per lo stesso prestigio
americano.
Ma Putin è il capo di uno Stato sovrano.
L’Europa non ha sovranità, l’ha ceduta alle burocrazie non votate
dal popolo, ma cooptate fra massonerie, da cui si fa amministrare
come un condominio.
E dunque non può avere alcuna «visione», non può che tremare di
fronte a «crisi» che sono inevitabili e benvenute, come quella di
una NATO trasformata in alleanza di aggressione e d’occupazione in
Asia.
Putin è più europeo di noi.
Maurizio Blondet -Effedieffe
01/04/2007