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Alzo Zero 2007
Libro Mastro
di Abu Yasin Merighi
Daniele Mastrogiacomo è libero. Ed è indubbiamente un uomo
fortunato. Si è detto che i Talebani suoi sequestratori lo
accusavano di essere una spia, mentre il suo direttore Ezio Mauro si
diceva sicuro che << Daniele saprà spiegare chi è >>: è probabile
dunque che vi sia riuscito, dato l’esito del sequestro, ma chi
avesse visto la foto del giornalista con i capelli ben ordinati
l’avrebbe potuto tranquillamente scambiare per un “federale” tipico
dei film americani ed anche le immagini che circolavano all’indomani
del sequestro, con quel filo di barbetta biondastra, ricordavano
maledettamente il George Clooney di Syriana. Per fortuna che i
Talebani non vanno al cinema e non guardano la tv.
A poche ore dalla liberazione scrive, o meglio firma, un lungo
articolo[1] sulla sua prigionia presso i Talebani di Helmand,
nonostante nei quindici giorni precedenti sia stato costretto in
catene, con i polsi sanguinanti….
Poiché, ne siamo più che certi, quell’articolo gli varrà non pochi
premi in ambito giornalistico, possiamo azzardarci a segnalare
alcune incongruenze ed aspetti sorprendenti, pur non conoscendo il
personaggio ed immaginando che sia ovviamente provato, specie da un
punto di vista psicologico.
E difatti, nel suo lungo articolo la parola “polsi” ricorre ben
sette volte << Mi tolgono finalmente le catene ai polsi che hanno
ripreso a sanguinare >>, anche se dalle foto scattate accanto a Gino
Strada – presumibilmente a pochissime ora dalla sua liberazione – i
segni delle catene sembrano essere del tutto scomparsi. Sarà pure
che Emergency, in Afghanistan, sta facendo miracoli ( e qui davvero,
non c’è nulla da scherzare, davvero nulla ), l’altura stessa farà la
sua parte, ma questo dettaglio lascia un tantino perplessi. Ma è
comunque indicativo, senza dubbio.
L’articolo stesso è tutto incentrato sul training di sopravvivenza,
sembrerebbe di capire improvvisato, messo in atto dal Mastrogiacomo
per superare le due settimane di prigionia; una sequela di dettagli
ripetitivi, paura e speranza che si alternano in un’altalena
cigolante fino allo sfinimento:
Non è stato un sequestro, ma una tortura. Psicologica e fisica,
mentale, religiosa, politica, esistenziale. Quindici giorni che mi
hanno segnato come quindici anni. Dentro e fuori. Nel mio profondo,
nel mio subconscio.
Diversamente da altri sequestri, pensiamo ad esempio a quello delle
due Simone o a Giuliana Sgrena, nessuna parola sulle ragioni dei
sequestratori, nessun accenno allo scenario in cui avviene il suo
sequestro, nessuna considerazione sull’occupazione militare in atto
in Afghanistan; ed un particolare che balza subito agli occhi:
Sono e resto un taskfir un infedele. L'acqua, il cibo, gli oggetti
che tocco appartengono solo a me. Nessuno dei miei carcerieri può
toccarli. Sarebbe un atto impuro.
E ancora
Mi servono sempre un piatto a parte. Pensavo si trattasse di un
gesto di riguardo. Ajmal mi fa capire che si tratta di distacco dal
takfir. Io non ho colpa a non essere musulmano, ma questo impedisce
loro di avere qualsiasi contatto fisico con me.
Senza voler enfatizzare più di tanto le questioni terminologiche, è
però curioso vedere come Mastrogiacomo usi volutamente quantunque in
modo maccheronico un termine arabo << taskfir >> e più sotto <<
takfir >> ( che poi sarebbe “kafir”, miscredente ), relativamente ad
un ambiente, quello talebano, di etnia pashtu e quindi non arabofono:
i suoi carcerieri non lo toccherebbero in quanto infedele, impuro
ma, proprio all’inizio dell’articolo dove racconta alcune fasi della
sua liberazione, la scena è festosa, strette di mano, abbracci,
pacche sulle spalle…..
Il comandante, come lo chiamano, anche oggi è raggiante, perfino
ironico. […] Lui mi stringe le mani.
[…] I sei guardiani, irrompono nella stanza, sono felici, sorridono,
stringono le mani, mi battono pacche sulle spalle. Chiedono scusa,
si avventano sui lucchetti delle catene.
Dobbiamo allora concludere che il giornalista era “impuro” in quanto
oggetto di sequestro ma, una volta liberato, cessava di essere
“intoccabile” ?
E ancora ci dice di essere stato in << Iraq, in Somalia, in
Palestina >>, ambienti islamici dove immaginiamo avrà stretto decine
di mani e avuto contati con uomini e financo donne che non lo
avranno certo considerato né un infedele né un essere immondo da cui
tenersi alla larga, e allora perché indurre il lettore in una simile
lettura degli eventi apertamente islamofobica?
Rinforzata poi dall’immancabile presenza di Al Qaeda,
Dal Pakistan arriva uno di Al Qaeda. Mi scruta con uno sguardo
d'odio. Diventerà la persona più sensibile nei tre giorni in cui mi
accudirà. Quando piangevo nel pieno del deserto, tremando per il
freddo che mi aggrediva mani e piedi, mi spalmava balsamo di tigre e
mi parlava di Islam, di Allah, del fatto che forse Dio aveva deciso
di farmi trovare in loro compagnia e che in questo modo potevo
capire cosa fossero in realtà i Taliban.
e da qualche piccola considerazione in ordine sparso.
Ma, nonostante tutto questo, pagine di nulla, giornalisticamente
parlando, nessun elemento che possa rendere intelligibile, per il
lettore italiano, la situazione in Afghanistan, nessun cenno alla
cosiddetta offensiva di primavera, nessuna considerazione di
particolare rilievo.
Niente più che uno sfogo, sicuramente legittimo, umanamente
comprensibile e chissà anche interessante per gli appassionati di
psicologia; ma anche, malgrado tutto, l’ennesima riprova di come il
giornalismo italiano prediliga coinvolgere i lettori marciando sui
binari dell’emotività, della sofferenza ( spesso falsa ) ostentata,
dei panni sporchi da lavare in piazza e via dicendo.
E, dati i tempi, non sorprenderebbe affatto che qualche regista (
del calibro di Renzo Martinelli ) decidesse di farci pure un film,
facendoci vedere quanto sian cattivi e irrazionali questi Talebani,
talmente cocciuti da impedire il regolare svolgimento del Grande
Gioco in Asia Centrale, o che magari uno come Panella se ne uscisse
con un libro sugli “studenti di teologia”.
Nel frattempo, può essere di una certa utilità rileggersi il saggio
che Ahmed Rashid[2] ha dedicato loro qualche anno fa, mettendo per
iscritto una lunga ricerca svolta in tempi non sospetti. Qui, di
informazioni interessanti ve ne sono davvero, spesso di prima mano:
nelle corrispondenze italiane, per varie ragioni che sarebbe lungo
introdurre in questa sede, quasi nessuna.
Nel libro mastro della presenza occidentale in Afghanistan i conti
non tornano, nemmeno un po’; d’altronde, quel che conta, in queste
ore, è che Mastrogiacomo sia libero….
O forse no?…
21 marzo 2007
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[1] Mastrogiacomo, Daniele, I miei 15 giorni in catene. “Mi dissero:
spia, ti ammazziamo”, la Repubblica, 20 marzo 2007.
[2] Rashid, Ahmed, Taliban. Islam, Oil and The New Great Game in
Central Asia, London 2000; trad. it., Talebani. Islam, petrolio e il
Grande scontro in Asia centrale, Feltrinelli, Milano 2001.
01/04/2007