|
|
Alzo Zero 2007
Classico scambio di prigionieri
Come in guerra
"Il gazzettino" il 21/03/2007 Massimo Fini
Le modalità del rilascio di Daniele Mastrogiacomo dimostrano ciò che
vado sostenendo da tempo. Che si può pensare ciò che si vuole del
movimento Talebano ma non si può considerarlo né un movimento
banditesco né terrorista. Quando hanno fermato il giornalista
italiano, l'interprete e l'autista lo hanno definito un «arresto»
perché i tre, secondo la loro prospettiva, si erano introdotti
illegalmente nel territorio da loro controllato. L'autista era una
spia perché, in una situazione analoga quando aveva accompagnato un
giornalista per un'intervista a un comandante talebano, aveva
fornito agli inglesi le coordinate del luogo dove si trovava
consentendogli di catturarlo.
E l'hanno giustiziato come si fa, in guerra, con le spie. Accertato
invece che né Mastrogiacomo né l'interprete erano spie non hanno
richiesto denaro o «aiuti umanitari» ma uno scambio di prigionieri .
Come si fa in guerra. Mastrogiacomo l'hanno trattato duramente, a
causa delle condizioni difficilissime in cui si trovano ad operare
(sono settimane che la Nata sta bombardando il sud dell'Afghanistan)
ma con correttezza e, come avevano fatto con una giornalista inglese
durante l'attacco americano del 2001, l'hanno restituito fisicamente
integro.
Del resto non si capisce da dove derivi questa bolla di infamia di
movimento terrorista affibbiata ai Talebani. Non c'era un solo
afgano nei commandos che attaccarono le Torri Gemelle e il
Pentagono. Non un solo afgano è stato trovato in seguito nelle
cellule, vere o presunte, di Al Quaeda. Ci sono arabi sauditi,
yemeniti, giordani, egiziani, tunisini, marocchini, ma non afgani.
La pratica terrorista è estranea alla cultura e alla tradi zione
afgana e quindi talebana. Non si registra un solo atto di questo
tipo, tantomeno kamikaze, durante i dieci anni di pur impari
conflitto con gli invasori sovietici. E se dagli inizi del 2006
anche la guerriglia talebana ha cominciato a far uso di terrorismo -
niente comunque in confronto con quanto avviene in Iraq - è per due
ragioni sostanziali.
1) Cinque anni di presenza occidentale in Afghanistan hanno
inquinato la loro cultura più di quanto avessero fatto i sovietici
in dieci. 2) L'esasperazione e la frustrazione di dover battersi con
combattenti che non combattono, ma con macchine, con aerei come i
Predator e i Dardo americani, che non hanno equipaggio ma missili
micidiali, i cui piloti, copiloti e puntatori stanno comodamente
seduti a una consolle, manovrando il tutto da Nellis nel Nevada.
Nonostante questo, si sa che cè un forte contrasto fra il mullah
Omar, il leader carismatico del movimento, che è contrario, in
armonia con la cultura afgana, ad attacchi terroristici che
«colpiscano anche civili innocenti», e uomini come Dadullah che,
agendo sul campo, possono vantare l'efficacia di simili metodi (e
sono abbastanza convinto che se Mastrogiacomo ne è uscito indenne è
perché il canale di Gino Strada era Omar che durante gli anni in cui
era al potere lasciò lavorare liberamente Emergency).
La colpa dei Talebani è di essersi trovati in casa, al momento
dell'attacco alle Torri Gemelle, Bin Laden, questo ricchissimo e
ambiguissimo arabo saudita che proprio gli americani avevano
piazzato da quelle parti e foreggiato in funzione antisovietica. Ma
Bin Laden era un problema anche per loro. Tanto è vero che quando
Bill Clinton propose ai Talebani di ucciderlo si mostrarono
disponibili. Il braccio destro del mullah Wakij, si incontrò due
volte segretamente col presidente americano, il 28 novembre e il 18
dicembre 1988, e gli propose di fornirgli le coordinate esatte del
luogo dove si trovava Bin Laden perché potessero colpirlo. Ma la
responsabilità, spiegò Wakij, dovevano assumersela per intero gli
americani, lasciando fuori il governo di Kabul, perché Osama in
Afghanistan aveva costruito ospedali, scuole, strade, ponti, godeva
quindi di grande prestigio presso la popolazione che non avrebbe
accettato un suo assassinio per mano talebana. Ma inspiegabilmente
Clinton, che pur aveva preso l'iniziativa, all'ultimo momento
rinunciò.
In ogni caso sono passati sei anni e Bin Laden non è stato preso e
non è più possibile sostenere che gli americani e i loro alleati
sono ancora in Afghanistan per dargli la caccia. Sono truppe di
occupazione. Così almeno le considera l'88\% dei maschi afgani
interpellati dal britannico Senlis, uno dei più importanti centri
studi di politica internazionale. Né è lecito di re che, Bin Laden o
no, stiamo facendo la guerra ad Al Quaeda. Secondo lo stesso Senlis
«nel movimento insurrezionale afgano... Al Quaeda non riveste un
ruolo significativo».
Adesso emergono anche sui medi a occidentali, sia pur timidamente,
le ragioni per cui a suo tempo i Talebani si affermarono in
Afghanistan e perché ottennero l'appoggio della stragrande
maggioranza della popolazione. Perché tagliarono le unghie ai
«signori della guerra» che, dopo dieci anni di conflitto con i
sovietici, erano diventati più feroci che mai e vessavano la
popolazione, taglieggiando, rubando, rapinando, ammazzando,
stuprando. Talebani riportarono la legge e l'ordine, sia pure una
dura legge e un duro ordi ne, nel Paese. Cosa che cercano di fare
anche ora nelle zone da loro controllate impedendo gli arbitri della
corrottissima polizia afgana (formata peraltro da poveracci che
hanno accettato questo pericolosissimo ingaggio per potersi
sfamare). Ma questo punto non è più nemmeno una questione talebana,
con tutta evidenza è la rivolta di un popolo fiero e orgoglioso che
non ha mai accettato occupazioni di stranieri, che li ha sempre
cacciati come fece con gli inglesi e, recentemente, con gli invasori
sovietici. Non è più una guerra talebana, è una guerra di popolo,
dove ai Talebani si mischiano coloro che talebani non sono mai
stati. Questa è la realtà. Continuare cocciutamente a pignorarla è
un errore che ci potrebbe costare caro.
01/04/2007