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Alzo Zero 2008
Nasce il nuovo ordine mondiale. Non quello voluto.
Maurizio Blondet -Effedieffe
Lehman Brothers manderà a casa 600 dipendenti. Merrill Lynch ha
annunciato che taglierà 4 mila posti di lavoro. Citigroup, dopo aver
annunciato 4 mila licenziamenti a gennaio, ha dichiarato che
licenzierà altri 9 mila dipendenti nei prossimi dodici mesi. Secondo
il Financial Times, alla fine, i disoccupati ex-Citi saranno 25
mila.
La JP Morgan Chase, oltre alle perdite sue, subisce quelle dovute
all’acquisto-salvataggio di Bear Stearns: di cui si prepara a
sbattere fuori 14 mila dipendenti, e forse - secondo il Wall Street
Journal - metà di tutti gli ex impiegati.
Altri grandi istituti bancari americani in rovina stanno
licenziando: 3 mila alla Washington Mutual (1,14 miliardi di perdite
dichiarate), centinaia alla Wachovia e alla Well Fargo. Le grandi
banche d’affari globali hanno annunciato circa 20 mila
licenziamenti, di cui 6 mila solo a New York.
In quella che gli USA chiamano la loro più vivace «industria» (la
finanza), è un massacro.
Tra USA ed Europa, i posti di lavoro scomparsi nel settore
finanziario-speculativo, del credito e dei derivati, si calcolano in
70 mila. Nei prossimi 12-18 mesi il numero può salire in USA a 200
mila, secondo Celent LLC, un centro di ricerca finanziaria; secondo
Esperian, un «data provider», a fine 2008 gli operatori finanziari
sul lastrico saranno 240 mila, sui 2 milioni di posizioni nel
settore bancario commerciale (1).
«Non c’è più tanto bisogno di gente che sa ‘securitizzare’ debiti,
dato che per quegli oggetti non c’è più mercato», ha scritto Floyd
Norris, giornalista economico del Times. Sono begli stipendi e bonus
profumati che scompaiono, e che fornivano il loro frizzante
«glamour» a New York e Londra.
«Fino ad ora la crisi è determinata dal settore finanziario», ha
spiegato John Thain, presidente esecutivo di Merrill Lynch, «ma
dobbiamo ancora vedere l’effetto sul consumatore dei prezzi calanti
degli immobili, dei prezzi crescenti dell’energia e del cibo, e
della disoccupazione più alta».
Non che tutti i licenziati finanziari finiscano a chiedere
l’elemosina. James Cayne, il presidente della Bear Stearns ed autore
della sua bancarotta, negli ultimi cinque anni ha guadagnato 155,26
milioni di dollari; anche se, prima di essere sbattuto fuori, ha
potuto rivendere le sua azioni nella banca fallita per «soli» 61
milioni di dollari in marzo.
Charles Prince, presidente di Citigroup, e Staney O’Neal, di Merrill,
sono stati accompagnati alla porta per aver fatto perdere miliardi
di dollari in speculazioni dementi alle loro banche, con un
gruzzoletto, rispettivamente, di 68 e di 161 milioni di dollari.
Gli squali, anche feriti a morte, continuano a divorare. Non a caso
il costo del metro quadro a Manhattan è salito ancora del 41% in
questo anno di crisi.
Sono altri i lavoratori che pagano il prezzo: i 5 mila licenziati
alla AT&T, i 1.100 della Volvo Trucks, i 730 della Harley Davidson,
i 477 della Siemens Automation, i 356 del Greenville Hospital di
Jersey city, i 250 della immobiliare Dutch Housing. A marzo, risulta
che 5 milioni di lavoratori - 400 mila più che a novembre - sono in
USA a orario e paga ridotte, dato che le aziende hanno meno
attività. I redditi salariali sono in declino da sei mesi
consecutivi. Lo squalo del capitalismo terminale perde sangue a
fiotti, ma continua a divorare.
Gli hedge fund si sono buttati sui mercati-merci, provocando il
rialzo speculativo del cibo (il riso è rincarato del 120% nell’anno,
di cui il 75% negli ultimi due mesi). Feriti a morte, riescono
ancora a fare profitti e a devastare le società con i rincari di
alimenti e petrolio.
Al mercato merci di Chicago, che tratta 25 materie prime agricole,
il volume dei contratti è cresciuto del 20% da gennaio, superando un
milione di contratti al giorno. Gli hedge fund comprano ogni giorno
30 milioni di tonnellate di soya per futura consegna... Naturalmente
non si fanno consegnare questa merce voluminosa, ma rivendono i «futures»
prima. E’ questo che rende la loro opera distruttiva.
I «futures» agricoli, in mano agli operatori dell’economia reale,
servono a stabilizzare i prezzi e a finanziare gli agricoltori con
anticipi su raccolti futuri. Gli hedge, comprando e vendendo futures
di carta, hanno fatto impazzire questo mercato, condannando alla
fame centinaia di milioni di poveracci in Asia, e provocando
fenomeni di accaparramento e tesaurizzazione da parte dei Paesi
produttori, che temono, se vendono il riso e grano sui mercati
mondiali, di non riuscire a sfamare la loro popolazione.
William Pfaff (2) trova «stupefacente che in questa situazione, le
istituzioni finanziarie internazionali e i regolatori di Stato non
stronchino questa attività parassitaria e anti-sociale». Basterebbe
riservare il mercato-merci di Chicago, e gli altri simili, agli
operatori reali, quelli che davveno trattano granaglie, e che sono
poche decine, e ben noti.
Ma le istituzioni monetarie non lo fanno: «Il mito del mercato
imparziale e benefico ha la meglio sull’evidenza contraria».
Continua ad operare l’ideologia liberista dogmatica. E’ il
capitalismo in agonia che addenta le ultime sue prede.
Perchè mentre i colossi della finanza crollano, e l’economia USA si
restringe drasticamente in una depressione che si promette abissale,
incapace di punire i colpevoli e di mettere un freno alla follia, si
scopre che, nel mondo, certe economie «vecchio stile» stanno
sostenendo la tempesta meglio di quelle che si sono adeguate al
dogma liberista e che hanno puntato tutto sulla fornitura agli
indebitati consumatori USA.
Russia, Brasile e Australia, ricchi di materie prime, se la stanno
cavando bene nonostante il rallentamento mondiale. Germania e
Giappone, ancora produttori di macchinari industriali «pesanti» per
la produzione e non il consumo - l’industria che gli USA hanno
abbandonato - continuano a tener testa alla situazione. In Brasile,
grazie alla domanda sostenuta dei suoi prodottti: minerale ferroso,
caffè, zucchero, i tassi d’interesse sono addirittura calanti.
L’India sta facendo meglio della Cina, perchè ha un forte mercato
interno, che non dipende troppo dalle esportazioni in USA. La Cina,
con la Thailandia, le Filippine e la Malaysia stanno subendo
rallentamenti perchè hanno fidato troppo nell’export in USA. E Paesi
come Ungheria e Turchia sono nei guai per essersi indebitati troppo
sui mercati finanziari. In generale, se la cavano quei settori
europei che hanno compensato l’euro forte rinunciando al mercato
americano, e trovandosi altri clienti.
Il mercato USA sta diventando sempre meno rilevante nel mondo. Di
più: Dani Rodrik, docente ad Harvard (Kennedy School), ha stabilito
che i Paesi - specie dell’America Latina - che hanno seguito i
consigli liberalizzatori del Fondo Monetario e della Banca Mondiale,
nel 1980-90, hanno sperimentato una crescita «negativa» dello 0,8%
(l’Asia, intanto, cresceva del 5,6 %), e di uno stentato 1% fino al
2000.
Poi, alcuni Paesi hanno rigettato le ricette del liberismo e dei
suoi custodi globali («privatizza, liberalizza, svaluta») per
adottare politiche economiche nazionali, «disapprovate» dal FMI: e
stanno crescendo meglio dei vicini, e anche più del Vietnam e della
Cina. I Paesi liberati sono: Argentina, Bolivia, Brazile, Cile,
Salvador, Messico, Uruguay.
Nel complesso, sta emergendo un «Nuovo Ordine Mondiale», ma ben
diverso da quello immaginato dai profeti anglo-americani del
mercato-mondo: è in atto uno storico dislocamento di potenza, di
influenza politica, di prestigio e di ricchezza reale dall’Occidente
ex avanzato al quello che era ex Terzo Mondo, o secondo mondo.
In linea di massima, il potere sta sfuggendo dai Paesi in deficit di
energia verso quelli che hanno energia (petrolio, gas, uranio) da
vendere (3).
La Cina, bisognosa di materie prime energetiche, sta però solo in
teoria nel primo gruppo declinante: perchè usa la sua nuova
influenza politica per accordi strategici di Stato, ben lontani dal
liberismo alla Adam Smith, per assicurarsi il futuro. Così la
Sinopec cinese ha un accordo storico con la Aramco saudita (che un
tempo apparteneva alla Exxon e Chevron) per nuove esplorazioni in
Arabia; la China National Peroleum collaborerà con Gazprom, il
colosso sottto controllo di Stato, per costruire oleo e gasdotti che
porteranno il gas russo ai cinesi. La indiana Oil and Natural Gas
Corporation (impresa pubblica) sta aiutando il Venezuela a
sviluppare i suoi giacimenti di greggio pesante un tempo controllati
da Chevron.
Il trasferimento di ricchezza ai fornitori di greggio, gas e metalli
è enorme: di 970 miliardi di dollari nel 2006, e sicuramente molto
più nel 2008, visti i rincari. Parte rilevante di questa ricchezza
viene depositata in fondi sovrani di Stato, che stanno acquistando
tutto ciò che vale qualcosa in USA, con dollari svalutati.
Di imprevedibile rilevanza per il futuro è la concentrazione
straordinaria del potere energetico: dieci soli Stati possiedono
l’82,2% delle riserve mondiali accertate, e solo tre - Russia, Iran
e Katar - controllano il 55,8% dell’offerta globale. Un accordo fra
Russia e Iran per la divisione pacifica ma «politica» dei mercati,
senza concorrenza fra loro (che Teheran ha già proposto) eserciterà
una storica tenaglia sui Paesi dell’OCSE, sviluppati, (ex)
industrializzati, abituati ad un alto tenore di vita, oggi -
specialmente gli USA - a credito.
Inneggia a questo imprevisto nuovo ordine globale un libro che sta
facendo furore in Asia: «The new Asia hemisphere - The irresistible
shift of global power do the East», di Kishore Mahbubani. Costui, un
diplomatico di Singapore, sostiene che i grandi Paesi asiatici,
cresciuti al nuovo benessere grazie ai «valori occidentali», libero
mercato, proprietà privata e tecnologie comprese, stanno tagliando
il cordone ombelicale che li subordinava alla cultura occidentale
(4).
Oggi, una imponente «de-occidentalizzazione» sarebbe in corso dalla
Cina al Medio Oriente, perchè questi Paesi hanno constatato come la
prosperità mondiale venga oggi «messa in pericolo da processi
politici occidentali fortemente antagonizzanti e disfunzionali»,
come le guerre di Bush.
Essi vedono l’ipocrisia con cui «l’Occidente, abitato soltanto dal
12% della popolazione mondiale», si affanna a mantenere il controllo
degli organismi del libero commercio globale, dal Fondo Monetario
alla Banca Mondiale al WTO, fino al Consiglio di Sicurezza dell’ONU,
«che furono create con l’intento di servire all’umanità».
Insomma, l’Asia non crede più che l’Occidente sia «la parte più
civilizzata del mondo», non è più soggiogata dal prestigio culturale
di Europa ed USA.
1) David Walsh, «As losses mount, US banks cut thousands of jobs»,
World Socialist Website, 19 aprile 2008.
2) William Pfaff, « The speculators driving food price rises», 15
aprile 2008.
3) Michael T. Klare, «The rise of the new energy world order», Asia
Times, 17 aprile 2008.
4) Sreeram Chaulia, «Asia pushes, West resists», Asia Times, 19
aprile 2008.
28/04/2008