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Alzo Zero 2007
CASO PALLAVIDINI
Giovanna Canzano intervista Claudio Moffa
Il caso scoppio’ il 26 gennaio 2007 nel liceo classico Cavour di
Torino: alle 8 di mattina una studentessa fa una domanda al
prof. Renato Pallavidini sulla “giornata della memoria”, e
l’insegnante cade nella trappola: risponde quello che pensano
centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, israeliani
compresi, e decine di milioni in tutta Italia (vedi alcuni
recenti sondaggi), e cioè che Israele usa l’Olocausto per
giustificare la sua politica genocida contro i palestinesi.
Pallavidini ci mette in mezzo anche l’ignobile aggressione al
Libano – le bombe all’uranio impoverito, le decine di palazzi di
Beirut rase al suolo dai raid aerei israeliani, il bombardamento
sul funerale - e poi, dopo dieci minuti al mas simo spesi per
legittimamente rispondere ad una legittima domanda di una
studentessa, prosegue col normale programma.
Ma scoppia il putiferio: sono solo due i genitori della classe
di Pallavidini a protestare (uno è Elena Lowenthal), ma
l’aggancio con la stampa locale e nazionale è micidiale:
Pallavidini viene mezzo linciato, e accusato di tutto
l’armamentario “antisemita”. L’Ufficio scolastico territoriale
si muove con una rapidità da blitz antisequestro, sottopone a
immediato interrogatorio il docente e poi, di passaggio in
passaggio zeppo di irregolarità, lo deferisce nientemeno che a
una commissione medico-legale di tipo anche psichiatrico. Come
in un gulag! Pallavidini però è sanissimo di mente, e questo
accerta ovviamente la Commissione attivata dalla nemico numero
uno del professore, la preside Clelia Zanini, una vecchia storia
di mobbing, dispetti e gelosie forse do vuta alla prolifica
attività di scrittore del suo subalterno.
Tutto finito dunque? Niente affatto, quella vittoria morale dopo
mesi di linciaggio mediatico e di persecuzione non è bastata. Il
26 settembre scorso infatti, il Consiglio di Disciplina del
Ministero della Pubblica istruzione – formato dalla Presidente
De Giacomo, e dagli insegnanti Arcadipane, Cormino, Velati, ha
interrogato il docente, e all’inizio della seduta la
rappresentante dell’Ufficio scolastico regionale piemontese
Pessano ha chiesto la sospensione del professore. Pallavidini è
stato difeso durante l’audizione da Claudio Moffa, in veste di
avvocato, al quale abbiamo rivolto alcune domande sul caso che
lui stesso, fin dal gennaio scorso, aveva denunciato dal suo
sito www.claudiomoffa.it .
CANZANO - Qual ‘è il bilancio dell’adunanza del Consiglio di
Disciplina del 26 settembre?
Avv. MOFFA - “E’ stata una conferma di certo pregiudizio nei
confronti del prof. Pallavidini, a cominciare dai reiterati
tentativi di interrompermi quando ho preso la parola, come se
dopo tutto quello che è successo e che si è scritto sulla
stampa, parlare 20 minuti anziché un quarto d’ora illustrando
tutte le irregolarità e gli atteggiamenti persecutori
dell’Ufficio del Piemonte e della Dirigente della Cavour, fosse
indifferente ai fini della contestualizzazione dell’evento sotto
ispezione, cioè una banale risposta – ho ricordato ai
consiglieri non solo Norman Finkelstein, ma anche un articolo
del quotidiano Haaretz dove una giornalista ebrea esprimeva lo
stesso concetto di strumentalità dell’Olocausto argomentato da
Pallavidini nella sua classe – ad una domanda di una studentessa
sulla “giornata della memoria”.
CANZANO - Come ha risposto Pallavidini agli addebiti?
Avv. MOFFA - Anche qui c’è stata una irregolarità. Pallavidini
mi aveva detto che non avrebbe voluto intervenire, e in effetti
avrebbe potuto rispondere alle domande di rito ex art. 112 del
dpr 3/1957 con la classica formula “mi rifaccio a quanto esposto
per iscritto”, ma nei fatti lo hanno costretto a rispondere
oralmente contra legem, ad articolare le sue risposte, a
spiegare, solleticando le domande di sapore inquisitorio di
quelli che peraltro sono suoi colleghi di lavoro. Inquisitorio,
perché oggetto del procedimento sono state e sono le idee
personali del docente. Un consigliere ha letto la frase
“incriminata” tratta dalla relazione dell’ispettore Favro e poi
ha provato nei fatti, non distinguendo, a far dire al professore
che lui confermava tutto, anche il commento dell’ispettore. Un
altro era incuriosito dagli accenni di Pallavidini, che insegna
filosofia, a Kant, segno da una parte di un procedimento che
pretende di investire e indagare le idee e le elaborazioni
concettuali del docente, e dall’altra anche del fatto che i
consiglieri hanno capito che avevano di fronte un collega
preparato, colto, autore di diverse pubblicazioni non a caso
apprezzate anche al di fuori della scuola da intellettuali e
accademici: uno di quelli che la scuola dovrebbe premiare e
valorizzare anziché perseguitare, come è successo invece al
liceo Cavour, per iniziativa della Preside Zanini, per
intervento di Elena Lowenthal e per scatenamento dell’Ufficio
scolastico regionale, grazie alla penna facile e omissiva fino
alla menzogna dell’ispettore Favro.
CANZANO - Perchè questo giudizio duro sull’Ufficio scolastico
del Piemonte?
Avv. MOFFA - Il comportamento dell’Ufficio scolastico de
Piemonte è veramente inquietante. Cito solo alcuni fatti: primo,
la rapidità dell’ispezione. Come ho scritto nella memoria
depositata agli atti: “nel caso mediaticamente e in se’ comunque
drammatico di Rignano Flaminio, l’ispezione è stata disposta dal
ministro in data 20 novembre 2006, e si è effettivamente svolta
50 giorni dopo (9 gennaio 2007); nel caso mediaticamente
drammatizzato del professor Pallavidini, l’ispezione è stata
avviata 2 giorni dopo e si è conclusa in 6 giorni”: anzi in 3
giorni lavorativi, se si esclude il week end.
Secondo, manco è partita l’ispezione e già il dottor Antonio
Catania dell’Ufficio scolastico del Piemonte, in data 1 febbraio
(ma la sua dichiarazione al giornale è del 31 gennaio,
ovviamente) anticipa a la Stampa la condanna da infliggere a
Pallavidini, “tre mesi di sospensione anziché sei”, peraltro
ignorando o facendo finta di ignorare che una sospensione di
questa entità spetta al Ministero e non all’Ufficio periferico.
Terzo, Favro ha un solo mandato dal suo capo ufficio, come
risulta dalla lettera di incarico del 31 gennaio 2007, e cioè
quello di una “visita ispettiva in relazione ai fatti riportati
dagli organi di stampa riguardanti le affermazioni del prof.
Pallavidini Renato”: ma si allarga di molto, perché la sua
relazione è un atto accusatorio nei confronti del professore dal
quale nei fatti emerge un tentativo di annientamento
professionale e psicologico a tutto campo, dai registri alla sua
presunta incapacità a insegnare. Un’accusa ridicola e
diffamante.
Ed ecco allora il terzo punto, i tagli sistematici operati dal
Favro ai giudizi di un concorso universitario cui aveva
partecipato Pallavidini alcuni anni fa: me li faccia dire uno
per uno, dottoressa Canzano, non mi interrompa come ha cercato
di fare la Presidente De Giacomo quando li ho puntualmente
citati, me li faccia dire perché le omissioni di Favro sono
semplicemente scandalose.
Dunque, l’ispettore prende i giudizi sulla lezione del candidato
Pallavidini dei commissari del concorso, e taglia in ognuno di
essi le seguenti frasi: “l’esposizione è chiara ed efficace”;
“La sua esposizione è chiara, ordinata e didatticamente
efficace”; “il candidato svolge la lezione con efficacia
didattica e opportuni riferimenti”. Capisce? Si vuole
distruggere Pallavidini, il giorno stesso della sua lettera di
incarico Favro si è precipitato a scuola per interrogarlo senza
registratore, senza testimoni, non lo trova, e allora ritorna il
giorno dopo e la prima cosa che gli chiede, al Pallavidini reo
di aver espresso in classe una sua opinione sulla Giornata della
memoria, sono le sue idee politiche. Inaudito. Quello di Favro è
stato un atteggiamento segnato da forti pregiu dizi, il suo
lavoro è rapidissimo: la relazione è già pronta il 7 febbraio,
redatta in tre giorni lavorativi. A Rignano, ripeto – e lì il
problema, era un vero o presunto caso di pedofilia – ci hanno
messo 50 giorni solo per attivare l’ispezione.
CANZANO- Ma la frase scandalo è stata solo quella sulla Giornata
della Memoria?
Avv. MOFFA - No, un altro tema è stato quello del bombardamento
israeliano sul Libano, di cui sul rapporto Favro si legge che
per Pallavidini “è stato il peggiore atto criminale compiuto dal
Governo di Tel Aviv, e le milizie di Hezbollah, lungi
dall’essere una formazione terrorista, erano un esercito
partigiano di popolo che ha fermato sul terreno l’esercito
israeliano”: anche qui, rozzificazione a parte, siamo nel campo
delle ovvietà. E’ da notare infatti che gli stessi concetti sono
stati espressi da giornalisti e opinionisti di tutto il mondo, e
per quel che riguarda il giudizio degli Hezbollah come movimento
di liberazione, non solo dalla Lega araba nel 2002, ma anche
dall’ONU – la distinzione fra terrorismo e movimenti di
liberazione corrisponde in effetti allo spirito e alla lettera
della Carta delle Nazioni Unite, che riflette i principi di
libertà diffusi nell’età della decolonizzazione – nonché dal
ministro D’Alema e dai politologi più seri.
CANZANO - E adesso che succederà?
Avv. MOFFA - Il Consiglio di disciplina probabilmente cercherà,
irregolarmente, di mettere le toppe all’irregolarità
dell’ispezione Favro, che è andata al di là del suo mandato
allungando la lista degli addebiti anche a questioni altre che
le affermazioni di Pallavidini in classe. Come non lo so, forse
sostenendo che sugli addebiti aggiuntivi (registri, etc.) non
esistono prove. Dato il clima, resterà invece probabilmente in
piedi l’addebito principale, quello relativo all’opinione di
Pallavidini in classe: legittima, al di là di improprietà e
defaillances verbali di un docente reso peraltro nervoso dal
pregresso clima di mobbing ai suoi danni, ben documentabile e
ben documentato.
E’ sicuramente una situazione grave, è in gioco la libertà di
insegnamento garantita dall’art. 33 della Costituzione: nella
mia difesa, ho insistito sul fatto che è assolutamente
inaccettabile pensare che i professori delle scuole superiori
possano insegnare la storia contemporanea e i suoi eventi
contraddittori e drammatici, secondo contenuti di programmi e di
idee stabiliti collettivamente, o peggio che mai dalla Preside.
E’ pazzesco: la libertà di insegnamento vuol dire permettere a
tutti i singoli docenti, di qualsiasi orientamento ideologico
siano, di dire la loro, argomentatamente come Pallavidini ha
sempre fatto, su eventi come le foibe, come Auschwitz, come
l’esistenza (negata da alcuni) di Gesù Cristo, come la
Repubblica sociale italiana e la Resistenza, come la lotta di
classe. L’educazio ne vera dei ragazzi passa per la democrazia,
per l’accettazione dialettica delle opinioni diverse.
Pallavidini fra l’altro ha indicato la valvola di sicurezza di
tale indirizzo di base prescritto dalla nostra Costituzione, e
cioè permettere la discussione con e fra gli studenti. Invece,
la posizione della Preside del Cavour e dell’Ufficio scolastico
del Piemonte, è quella di una scuola-caserma, in cui a decidere
quel che devono insegnare i docenti di storia o filosofia o
lettere, sia la Preside stessa, che magari potrebbe essere una
grande ignorante su queste tematiche. Quel che si pretende di
far passare col caso Pallavidini è il corrispettivo in chiave
orale del tentativo di omologare i libri di testo secondo
“verità” accertate, o per meglio dire imposte, burocraticamente.
Semplicemente folle: stupisce al proposito trovare i nomi di
alcuni consiglieri del 26 settembre in appelli contro i
tentativi appunto in questo senso - la censura-riscrittura dei
libri di storia, o la loro prese lezione “politica” come libri
di testo - di alcuni anni fa della Regione Lazio. O forse non
stupisce: perché quell’appello, sacrosanto, era contro Storace,
invece il caso Pallavidini nasce in ambiente diverso, anche
CGIL-doc.
CANZANO - Ma la sospensione prevedibile sarà alta?
Avv. MOFFA - No, non sarà alta, perché la stessa rappresentante
all’adunanza del 26, dell’Ufficio scolastico del Piemonte, ha
chiesto una sospensione compresa fra un giorno e 30 giorni. Ma
attenzione, anche questo potrebbe suonare come un trucco: se la
signora Pessano avesse chiesto più di un mese, la decisione
finale - in base al combinato fra l’articolo 492 e l’articolo
503 del Decreto legislativo 297 del 1994 - sarebbe rimasta a
livello nazionale, al Ministro. Invece in tal modo il caso
ritorna per la ratifica della sospensione, a Torino, all’Ufficio
scolastico piemontese del dottor Catania e dell’ispettore Favro,
il cui accanimento contro l’ex insegnante del Cavour è
assolutamente dimostrato. In tal modo l’immagine sia pure solo
“burocratica” di Pallavidini, un curriculum eccellente, mai un
provvedimento disciplinare prima di questo, e diverse
pubblicazion i scientifiche, verrà aggredita. Non solo, ma anche
con un sol giorno di sospensione, Pallavidini subirà comunque in
base all’art. 497 il ritardo di un anno nell'attribuzione
dell'aumento periodico dello stipendio. Il tutto mentre
Pallavidini insegna ormai, secondo sua pregressa richiesta, in
un’altra scuola, la Massimo D’Azeglio, senza problemi o
conflitti di nessun tipo. Si sarebbe dovuto fare una sola cosa
di questo incredibile procedimento disciplinare, chiuderlo con
un nulla di fatto. O forse due: chiudere il procedimento, ed
aprirne altrettanti contro quei funzionari e dirigenti di Torino
che hanno svolto il loro compito di vigilanza in modo scorretto,
perdendo ogni autonomia di fronte al tam tam mediatico locale e
nazionale.
01/10/2007