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Alzo Zero 2007
Lettera diretta ad Amerigo Iannacone, direttore del "FOGLIO
VOLANTE"
Caro Amerigo,
desidero solidarizzare con te a proposito della difesa della
nostra lingua. A scanso di equivoci - utili a chi ragiona
secondo parametri ideologici e non soltanto "logici" (la logica
essendo una scienza per sé stessa) - chiarisco che amo le lingue
e che non sono nazionalista e meno che mai xenofobo.
Semplicemente non mi rassegno ad accettare, nel campo della
tecnologia, dello spettacolo e della stessa vita quotidiana, un
qualcosa che chiamo, con repulsione, "anglo-italiota".
Ho cominciato a studiare lingue da ragazzo. A 12 anni il tedesco
presso un corso pubblico durante l'occupazione nazista (Seconda
Guerra Mondiale). Una lingua stupenda che un anno dopo
abbandonai per apprendere l'inglese (sono a Tripoli) che
praticherò per lavoro con le truppe "Alleate" mentre le scuole
erano ancora chiuse. A scuola imparai il francese. Con la mia
rivista internazionale "Previsioni" (anni Cinquanta) imparai da
autodidatta lo spagnolo e il portoghese. Questo arrivai a
scriverlo correntemente con corrispondenti del Portogallo e del
Brasile. Poi imparai e praticai per diversi anni - almeno per
iscritto - la lingua artificiale Esperanto del geniale dottor
Zamenof. Dimenticavo, a Tripoli avevo frequentato un docente
privato per l'apprendimento della lingua russa, la più bella che
io abbia conosciuta fino a diventarne traduttore. Come tale
figuro fra altri nella monumentale Storia Universale dell'Accadenia
delle Scienze di Mosca. Ma sì, conosco anche un poco di arabo
libico per essere stato nella "Quarta Sponda" per 14 anni.
Amore delle lingue significa anzitutto amore per la propria
lingua: la mia è una delle più belle, più ricche, più cariche di
storia. E' vero che le lingue sono elastiche, si confondono con
i dialetti e "fanno amicizia fra di loro" - se così si può dire
- nel senso che mutuano reciprocamente dei termini. Ciò è
naturale ed anche bello perché significa che l'umanità tende ad
omogeneizzarsi. Ma non di questo si tratta. Noi ci troviamo
davanti ad un fenomeno a dir poco offensivo e sconcertante: una
vera e propria invasione imperialistica dell'anglo-americano che
imbastardisce e abbruttisce la nostra lingua e non solo perché
l'inglese è una lingua con una notevole dimensione
"onomatopeica", cioè che ha tratto e continua a trarre termini
da suoni naturali esattamente come fanno i bambini, che dicono
pipì e baubau. Quando sento la parola boom mi viene il
voltastomaco. Peggio per la locuzione talk-show, mentre abbiamo
la bellissima locuzione italiana "dialogo aperto" accessibile a
tutti.
L'invasione dell'angloamericano disinsegna l'italiano. Ho
sentito studenti intelligenti dire "formattare il cervello"
perché non pensavano ad altro termine italiano. Dobbiamo
prendere atto che apparteniamo ad un paese con una tradizione
servile a dispetto della storia romana: gente che si ritiene
evoluta perché mette su un'insegna con tanto di "market" invece
di mercato. Gli esempi possibili sono infiniti.
Non è tutto. L'angloamericano ha voluto sconfiggere l'Esperanto
perché la classe politica di quei paesi è abituata a dominare e
una lingua neutrale darebbe loro fastidio. Ma proprio
l'Esperanto avrebbe dovuto essere la lingua del computer: pur
conoscendo abbastanza l'inglese, sono spesso costretto a
ricorrere ad un vocabolario specifico per una nomenclatura
specifica e non sempre intuitiva.
Caro Amerigo, la tua è una causa sacrosanta ed io la condivido
totalmente. Ma abbiamo pochi interlocutori perchè l'"american
way of life" ha già cretinizzato mezzo mondo e non solo nel
campo linguistico. Tuttavia, non dobbiamo desistere. Metto punto
per non offrirti un intervento che richieda più spazio di quanto
non disponga la tua minuscola seppure sempre più celebrata
rivista letteraria.
Un abbraccio "italiano".
01/11/2007