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Alzo Zero 2007
Educhiamoci alla global-penuria
Maurizio Blondet -Effedieffe
Titolo
di Le Monde per la
Francia: «Salari e potere d’acquisto: l’esplosione delle
ineguaglianze» (1).
Lancio della Associated Press, per gli Stati Uniti: «Sempre più
difficile sopravvivere da una busta-paga all’altra» (2).
E in Italia?
Tanti italiani finiscono la paga alla terza settimana, ci ha
spiegato ripetutamente Fassino quando al governo c’era il Polo.
Oggi non lo dice più, ma non ci sono segni che il governo
Prodi-Mastella-Visco abbia aumentato il potere d’acquisto se non
quello della Casta.
In realtà, il calo dei redditi da lavoro è un fenomeno che coinvolge
tutto il cosiddetto Occidente e i cosiddetti paesi sviluppati.
E’ una conseguenza della globalizzazione, prevedibile e ampiamente
prevista (anche dal modesti sottoscritto, in «Schiavi delle
banche»), ma i politici e cosiddetti governanti, che ormai non
governano niente essendo essi stessi governati da caste
sovrannazionali da nessuno elette, hanno fatto finta di niente.
Fino a quando, come oggi, il fenomeno è troppo avanzato per
rovesciarlo.
Era prevedibile che con la globalizzazione, ossia con l’abolizione
di tutti i dazi, gli alti salari occidentali avrebbero teso a lungo
termine a scendere verso i salari cinesi e indiani.
In un mondo senza frontiere per «uomini, merci a capitali», è
inevitabile che trovi applicazione la «legge ferrea dei salari di
Ricardo»: già secondo questo economista (1772-1823), in un sistema
di totale liberalizzazione del mercato, i salari sarebbero scesi
fino al livello minimo di sussistenza (il necessario per mantenere
in vita il lavoratore), essendo la manodopera la sola entità davvero
abbondante, intercambiabile e rimpiazzabile a piacere.
Si sapeva da secoli.
E’ esattamente ciò che sta avvenendo.
In Francia, scrive Le Monde.
Là il
potere d’acquisto è
cresciuto vivacemente dal 1959 al primo choc petrolifero del 1975
(5,7% l’anno), e da allora sempre meno: da 3,4% fra il 1998 e il
2002, e solo l’1,9 per cento dal 2003 ad oggi.
Ma questa crescita statistica inganna.
Ad aumentare sono solo gli alti redditi.
Le 3500 famiglie francesi che dichiarano un reddito di 1,8 milioni
di euro l’anno hanno visto crescere il loro reddito del 42 per cento
negli ultimi otto anni.
Tutti gli altri 35 milioni di francesi fiscalmente attivi, più del
90%, in quegli stessi otto anni hanno avuto una crescita del potere
d’acquisto del 4,6%.
Meno dello 0,60 per cento annuo.
E da ultimo, c’è stato una specie di tracollo, tutto a danno dei
salari più modesti.
La Francia ha un «salario minimo di primo impiego» (sic)
obbligatorio per legge, residuo di un sistema sociale più umano.
Ebbene: sempre più francesi guadagnano questo esile salario minimo,
che oggi ammonta (lordo) a 1280 euro mensili.
Nel 1991 erano solo l’8,6 per cento, oggi sono il 15,1.
E ben il 27% dei lavoratori a tempo pieno, del settore privato e
semi-pubblico e a posto fisso, oggi hanno uno stipendio pari al
massimo a 1,3 salari minimi di legge (1600 euro mensili).
E questi sono i privilegiati, con impiego stabile.
Ci si aggiungano i precari, quelli a tempo parziale, i CDD (i nostri
CoCoCo), e i francesi che lavorano a salario da fame sono quasi il
40 per cento.
E nei mesi recenti, con estrema rapidità (rincari generalizzati), i
salari hanno toccato un punto di non ritorno.
I salari più bassi sono divorati dalle grosse spese fisse e
obbligatorie: l’affitto o il mutuo, le spese condominiali, le
assicurazioni auto assorbono il 75% del reddito disponibile.
Ancora nel 2006, queste spese «grosse» e improcrastinabili
assorbivano il 45% del potere d’acquisto dei poveri.
Nel 1960, soltanto il 22%: era più facile essere poveri mezzo secolo
fa, dopotutto restava in tasca alle famiglie il 78 per cento della
modesta busta-paga.
E’ un fenomeno ben noto anche a noi italiani.
Le
massaie cercano la verdura
al prezzo minimo, vanno a fare la spesa al discount, e risparmiano
otto o dieci euro; poi arrivano le mazzate, il rateo del mutuo a
tasso variabile da 500 euro mensili, l’assicurazione-auto, le
bollette più care d’Europa per telefono, luce e gas.
Basta che arrivi una ingiunzione imprevista (tasse arretrate) o una
multa per divieto di sosta e si va’ sotto.
La multa media milanese, 72 euro, risucchia il 5% di un salario
mensile medio, già insufficiente nella città più cara d’Europa.
Perché è questo il punto.
Il comune, la regione, lo Stato, le Telecom e l’Enel continuano ad
esigere da un popolo avviato al Terzo Mondo salariale tariffe, tasse
e multe da primo mondo.
Un primo mondo che non esiste più, se non per lorsignori.
La Casta vuole i suoi emolumenti senza sconti e ribassi, mentre i
sette milioni di pensionati a 700 euro al mese cominciano a frugare
nei bidoni della spazzatura e nei rifiuti dei mercati rionali, come
nella Russia di Eltsin.
Oggi, invece, la Russia di Putin è il solo paese abitato da uomini
bianchi che abbia successo economico e veda un aumento del tenore di
vita.
Perché Putin non obbedisce alla caste sovrannazionali, e persegue
l’interesse nazionale.
Per noi va male, malissimo.
Colpa dell’euro che ha dimezzato il potere d’acquisto, dice la
gente, ed ha molte ragioni.
Ma anche negli Stati Uniti la Associated Press nota lo stesso
fenomeno: sempre meno gente che lavora e ha lo stipendio non arriva
alla quarta settimana.
Enti caritativi che distribuiscono cibo, come la Regional Food Bank
of Northeastern New York che serve 23 contee (province) newyorkesi,
ha calcolato che la fila per il pane gratis e i «buoni-pasto» è
aumentata del 30 per cento negli ultimi otto mesi.
Lo stesso allarme lancia la Red Cross di Boston, la città più chic
degli States.
E nella fila, aumentano le persone che possono dire di avere «un
buon salario» (35 mila dollari l’anno).
In USA le spese fisse e grosse non inferiori alle italiane, ma per
mancanza di reti sociali, le mazzate sono più impreviste e crudeli.
Dellria
Sales, donna
delle pulizie, riusciva a campare convivendo con la figlia
parrucchiera e due nipotini fino a qualche mese fa, in un
appartamento con una camera da letto da 750 dollari al mese. A
gennaio s’è infortunata a un ginocchio, e ha dovuto lasciare il
lavoro.
Il reddito dei quattro esseri umani s’è ridotto a quello della
figlia, 1200 dollari mensili, che è divorato dall’affitto.
Di spese mediche per curarsi, nemmeno parlarne.
Ora i quattro, con i 450 dollari mensili che restano loro, l’ultima
settimana comprano solo pasta e burro d’arachidi.
Le due adulte saltano la prima colazione (il pasto principale, in
USA) per non farlo mancare ai nipotini.
I prezzi stanno aumentando.
Il professor John Vogel, docente al Dartmouth College, teme che la
situazione porti a forme di denutrizione occulta e riduzione delle
cure e della vita dei bambini in una crescente parte della
popolazione.
Ma anche lui sorvola sull’effetto più fatale a lungo termine: la
discesa dell’Occidente verso attitudini vitali e culturali da Terzo
Mondo.
Con il salario minimo da 1300 euro, il 40 per cento dei francesi
dovrà rinunciare, ad esempio, ad ambizioni di istruzione superiore
per i figli, e perfino a cure dentarie all’altezza dei tempi; forse
dovrà mandare a lavorare i più giovani presto, dopo poche e sommarie
scuole d’obbligo.
Le prossime generazioni europee saranno sempre meno coltivate ed
educate, sempre più sdentate e infagottate in abiti di risulta, come
le folle africane.
Si perdono competenze tecnologiche e intellettuali, scientifiche e
sociali (il funzionamento dello Stato e dei suoi organi tecnici di
servizio peggiora).
Del resto, studiare e conseguire eccellenze in aree dove i posti di
lavoro sono emigrati in Cina, non ha più alcun senso.
Stiamo ridiventando incivilizzati o come in Italia, incivili.
Questo i nostri politici lo sanno.
Ma fanno i pesci in barile.
E hanno una sola cura: tenersi i loro privilegi e costosi
emolumenti.
In Italia, abbiamo un problema in più.
I super-ricchi in Francia e in USA sono per lo più
imprenditori, esportatori d’eccellenza e d’alta tecnologia e
finanzieri di successo, in ogni caso lanciati nel privato, esposti
alla competizione e alla concorrenza globale.
I super ricchi italiani sono Mastella e D’Alema, Draghi, i
governatori di Regione a 300-500 mila euro annui, i senatori a vita,
i «consulenti» e gli alti imboscati dei settori pubblici
stratificati: gente che non ha da temere alcuna concorrenza estera,
gente che s’è messa al sicuro dalla competizione globale.
Gli stipendi non glieli assegna il «mercato» o il consiglio
d’amministrazione: se li danno, e se li aumentano, da soli.
A quegli emolumenti inverosimili per un salariato a 1400 euro, i
privilegiati non hanno alcun obbligo di corrispondere dando un
qualsiasi risultato tangibile per l’economia, per la comunità.
Si aggiungano i loro compari cosiddetti «imprenditori»: in Italia
gente che s’è accaparrata monopoli pubblici (come autostrade e
telefoni), privatizzandoli a proprio beneficio esclusivo.
Non imprendono, si limitano ad esazioni di tariffe e pedaggi.
Anzi la globalizzazione ha avuto questo effetto collaterale anche
nei paesi dove l’identità nazionale è storicamente solida e
coltivata: di de-responsabilizzare i ricchi.
Essi non si sentono parte di una comunità nazionale, ma in USA e a
Londra parte del jet set globale, e in Italia, della Casta
inadempiente.
L’unità di destino col popolo, la solidarietà sociale-spirituale, e
perfino la coscienza di essere sulla stessa barca, è venuta meno.
Il «liberismo assoluto» esalta l’egoismo come fatto positivo, e
l’esibizione del lusso come un segno di euforico successo.
I banchieri (vedi Profumo) non provano nemmeno più a dare fidi ad
imprese sane; si limitano a saccheggiarle, a dissanguare i piccoli
imprenditori rifilando loro «prodotti derivati» il cui solo scopo è
risucchiare reddito a chi lavora.
Politicamente, è stata cancellata la «coscienza di classe» proprio
nel momento in cui la lotta di classe è diventata più dura, e
l’hanno scatenata i ricchissimi contro i poveri.
E l’hanno anche già vinta.
In teoria, questa situazione dovrebbe portare alla rivoluzione, come
è periodicamente accaduto in Occidente
Come
scrisse John M. Keynes:
«I ricchi sono tollerabili solo finchè i loro guadagni hanno una
almeno vaga relazione con il contributo che danno alla società,
diciamo quando rappresentano un successo economico proporzionato e
giustificato. Ciò può essere tollerato dai poveri e dalla classe
media se questi credono che il sistema è ‘leale’ e ripaga
adeguatamente chi lavora sodo o è più capace. Ma emolumenti
economici osceni irritano il popolo. Quando la maggior parte della
ricchezza è accaparrata dai pochi della classe superiore, è solo
questione di tempo, e un giorno la popolazione risentita e irritata
nelle classi basse deciderà che il troppo è troppo, e si rivolterà.
Forse con la violenza, se il sistema politico resta controllato
dalla classe privilegiata».
Ma può succedere ancora, in Occidente?
I dubbi sono molti, e per diversi buoni motivi.
Anzitutto, le rivoluzioni storiche
sono nate perché le classi in rivolta erano economicamente in
crescita, non in declino (come la borghesia nella Francia del 1789).
Per paradossale che sembri, gente che s’impoverisce e fatica ad
arrivare alla terza settimana è meno disposta a spendere energie e
rischiare il pane per rovesciare il potere illegittimo.
E’ troppo occupata a fare tre lavori (come in USA) o, come in
Africa, troppo disorganizzata e passiva, e senza «riserve»
economiche con cui sopravvivere nel disordine.
La mancanza di autonomia economica provoca la mancanza di autonomia
politica: e difatti i partiti, in USA come in Italia, si sono datti
assetti tipicamente non-democratici, sempre più indifferenti
all’opinione pubblica, trattata sempre più come un problema di
polizia (in USA, chi protesta è trattato al taser elettrico) o di
evasione fiscale: gli sfruttati sono «evasori», sotto la spada di
Damocle punitiva della «legalità».
In Italia, per di più, la situazione è più torbida e opaca.
Anzitutto perché l’etichetta di «sinistra», la parte storicamente
dedita alla rivoluzione sociale e ai suoi simboli e miti, se l’è
accaparrata la Casta al potere.
La sinistra dei proprietari di yacht, di Bertinotti che salta da una
festa romana all’altra, di Mastella che dorme sul panfilo di Della
Valle.
La sinistra di Napolitano.
Perfino Dini è di centro-sinistra.
E quel che è peggio, è che metà della popolazione italiana – benchè
sfruttata e spogliata – sta con questa sinistra dei miliardari,
continua a votarla e a sostenerla, sentendo un destino comune con
quella.
Questo popolo di sinistra è anche il più incline a scendere in
piazza (in ricordo delle rivoluzioni rosse), e quello che più
acriticamente beve la più vieta propaganda che viene dai
privilegiati: «Sempre meglio Prodi che Berlusconi», oppure:
«I problemi del paese nascono dagli evasori».
La presenza attiva di questa massa militante è quella che più oscura
la limpida essenza della lotta di classe presente – sfruttati contro
sfruttatori, produttori contro parassiti – e rischia di trasformarla
nella patologia della rivoluzione, la guerra civile tra sfruttati.
La questione fiscale (e della presunta evasione) ha poi un effetto
di speciale corruzione nella società.
Secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate, ossia di Vincenzo Visco,
essa è mediamente pari al 27% dell’imponibile dichiarato.
Ma ecco
il rapporto tra base
imponibile evasa e quella dichiarata per regione:
Lombardia 13,04 per cento.
Emilia Romagna, 22,26%.
Veneto, 26, 05%.
Lazio 26,95%.
Friuli Venezia Giulia 28,22%.
Valle d’Aosta 28,29%.
Piemonte 30,53%.
Abruzzo 33,11%.
Toscana 33,67%.
Marche 33,95%.
Umbria 44,51%.
Basilicata 49,75%.
Liguria 50,29%.
Molise 54,61%.
Sardegna 54,71%.
Campania 60,55%.
Puglia 60,65%.
Sicilia 65,89%
Calabria 93,89%.
Come si
vede, ad evadere
meno sono la Lombardia, l’Emilia Romagna e il Veneto, le aree dove
secondo il mito della sinistra si annidano i più ricchi evasori, e
dove Visco concentra la persecuzione sulle imprese.
Lombardia ed Emilia sono addirittura più virtuose della media
europea, che è attorno al 23 per cento (Belgio 23,2), dunque regioni
di contribuenti modello, che reggono il peso della torchia fiscale
(3).
Le regioni della grande evasione sono nel Meridione: Campania,
Puglia, Sicilia sono oltre il 60% di evaso, con la punta incredibile
della Calabria, dove l’imponibile evaso si valuta al 94 per cento
del dichiarato.
Non a caso, sono le regioni in mano alla malavita, camorra, n’drangheta,
’ndrine, sacre corone unite.
Non è affatto un caso; la presa della malavita è conseguenza diretta
della politica tributaria.
In quelle regioni, in quanto «povere» per definizione
catto-comunista, le feroci leggi tributarie non vengono imposte con
l’accanimento usato per i veneti e i lombardi.
Lì, si usa la manica larga.
Si chiude un occhio.
Lì, la Finanza non s’accanisce in continue irruzioni e spietate
revisioni contabili nelle aziende.
Com’è evidente, proprio questo ha consentito l’accumulo di capitali
occultati e illeciti, e ha fatto contrarre l’abitudine alla
illegalità, al «nero», all’abusivismo, allo sfruttamento del lavoro.
Perché un solidarismo caritativo più limpido sarebbe stato, per il
meridione, decretare agevolazioni ed esenzioni fiscali aperte e
legali, anziché estendere a quel territorio leggi tributarie
occhiute, e spietate, per poi non applicarle discrezionalmente.
Ma questo «chiudere un occhio» serviva a creare e far crescere le
clientele, quelle clientele malavitose di cui oggi troppi politici
meridionali sono i referenti, quando non i servitori retribuiti.
Il peggio è che adesso, anche questo sistema economico malavitoso è
interessato allo status quo, e lo difende dalla possibile
rivoluzione sociale e politica.
E questa è una forza armata e abituata alla violenza.
Dunque, poche speranze.
E
allora non resta che rassegnarci,
e abituarci, addestrarci alla discesa progressiva nel terzo mondo.
Alle scarpe risuolate, agli abiti rivoltati, al mercatino
dell’usato, all’ignoranza africana.
A Milano, già davanti alla mensa di Fratel Ettore, a fine mese,
intere famiglie piccolo-borghesi si mettono in fila per il pasto (il
mutuo è aumentato).
Alla chiusura del mercato ortofrutticolo, centinaia di pensionate
vanno a razzolare fra le cassette e i rifiuti, alla ricerca di
cipolle, zucchine e patate ancora buone.
Senza che le cosiddette «autorità» prendano atto del fenomeno e
prendano provvedimenti per questa fascia sociale di miseria
crescente.
Avviene a Milano, la città più economicamente avanzata d’Italia,
quella che paga più tasse, dove per questo (non per altro) il costo
della vita è caro come a Parigi.
Al fondo di questa tendenza, c’è anche la riduzione forzata del
prelievo tributario: la Casta esattrice sta strangolando la sua
gallina dalle uova d’oro.
Nella globalizzazione, con passo sicuro, ci guida verso il
sottosviluppo cronico.
Maurizio Blondet
Note
1) Claire Guélaud, «Salaires, pouvoir d’achat:
l’explosion des inégalités», Le Monde, 22 ottobre 2007.
2) Geof Mulvihill, «Living paychek to paychek
gets harder», Associated Press, 19 ottobre 2007.
3) I
dati sono stati riportati da Michele Boldrini e Alberto Lusiani, «Le
bugie del governo sull’evasione fiscale», Libero, 19 ottobre
2007. Si noti che l’evasione fiscale esiste in tutti i paesi: la
media OCSe è il 23 per cento. I paesi più virtuosi sono gli Usa e la
Svizzera, con evasione valutata all’8% dei redditi dichiarati. Sono
anche i paesi dove più forti sono le deduzioni e detrazioni
consentite per la produzione del reddito.
01/11/2007