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Alzo Zero 2007
Fatah: lavorava per Israele, ecco le prove
Maurizio Blondet
effedieffe
Il presidente di Fatah Mahmoud Abbas
PALESTINA - Oggi Hamas non ha pane per sfamare la gente di Gaza.
Ma ha molte più armi: 7.400 fucili americani d’assalto M-16,
decine di mitragliatrici montate su automezzi, lanciarazzi tipo
RPG, 800 mila proiettili, 18 veicoli corazzati portatruppe Usa,
7 jeep corazzate.
Inoltre: 14 bulldozer di tipo militare del tipo usato da Tsahal
per abbattere le case palestinesi, ed otto grossi camion
portanti cannoni ad acqua per disperdere la folla.
Tutto materiale preso a Fatah, dopo aver fatto irruzione nei
quartieri della security di Fatah la settimana scorsa.
Valore: sui 400 milioni di dollari. Dono del contribuente degli
Stati Uniti.
Con le armi, gli armati di Hamas hanno messo le mani su qualcosa
di ancor più preoccupante: computer e documenti della Cia
contenenti «informazioni sulla collaborazione tra Fatah e gli
enti di sicurezza israeliani e americani; istruzioni Cia di come
prevenire attacchi e contrattaccare; su come smantellare le
cellule di Hamas; progetti di assassinio di membri di Hamas da
parte di membri di Fatah; e studi americani sulla situazione di
sicurezza a Gaza».
Così Aaron Klein, corrispondente ebreo del sito neocon WorldNet
Daily. (1)
Dunque è provato: Mahmoud Abbas, il presidente di Fatah
preferito da Washington, aveva ricevuto dagli Usa i mezzi per il
colpo di stato, onde distruggere Hamas, il governo eletto dai
palestinesi.
Robert Baer, ex responsabile CIA per il Medio Oriente, è sicuro:
la scoperta documentale della strettissima collaborazione di
Fatah con la CIA è «un grave colpo» per l’Autorità Palestinese
sostenuta dagli americani, e rivelerà i metodi con cui
«addestravamo [i membri di Fatah] a spiare Hamas».
Ha aggiunto Baer: «Certo, lo slogan ’Fatah eguale Cia’ non
migliora l’immagine di Abbas».
Ma ormai Fatah non conta più sull’appoggio del suo popolo.
La sua forza è nel sostegno della soi-disant «comunità
internazionale», ossia USA ed EU, spinte dalle lobby khazara.
Ne è indizio la nomina da parte di Abbas del suo primo ministro
dipinto dai media come indipendente, Salam Fayyad: è un alto
funzionario della Banca Mondiale, buon amico di Wolfowitz.
Ma non è tutto.
C’è il rischio per Washington di gravi complicazioni
internazionali.
Fra il materiale caduto in mano ad Hamas ci sarebbero, sostiene
Klein, anche informazioni sulle «reti della Cia in Medio
Oriente», che i responsabili di Hamas vorrebbero rendere
pubblici per «dimostrare la collaborazione tra gli americani e
paesi arabi traditori».
I regimi di questi paesi possono crollare sotto la rabbia
popolare.
Ecco perché Olmert, che ad Abbas non ha mai concesso nulla
contribuendo fortemente alla sua impopolarità, ora giura e
spergiura di aiutarlo in ogni modo; facendo spendere a
Washington (che paga gli aiuti khazari) 86 milioni di dollari
per pagare gli stipendi dei collaborazionisti.
Ecco perché Bush ha dato «il suo pieno appoggio» ad Abbas e al
suo cosiddetto primo ministro della Banca Mondiale.
E Condi Rice ha gridato: «Hamas ha fatto la sua scelta. Ha
voluto soffocare il dibattito democratico…ora è dovere della
comunità internazionale sostenere quei palestinesi che vogliono
costruire una vita migliore e un futuro di pace». (2)
Il Ministero della Verità immaginato da Orwell non avrebbe
potuto coniare una frase più truffaldina.
La verità è che il governo di Hamas è stato democraticamente
eletto; che gli usraeliani hanno tentato in tutti i modi
illegali e criminali di farlo cadere, non escluso un colpo di
stato di Fatah, e che non essendoci riusciti, ora ordinano di
strangolare i palestinesi di Gaza, metterli alla fame e batterli
coi cannoni khazari («una vita migliore e un futuro di pace»).
Ma, come tutte le direttive emanate dal regno di Khazaria, la
menzogna spudorata diventa un ordine per i media europoidi.
Per i quali Hamas è «terrorista» (anche se non hanno più
compiuto alcun attentato kamikaze da quando sono al governo), e
i suoi «terroristi» - come se non avessero nulla di più urgente
- hanno devastato il complesso cattolico di Al-Wardiya a Gaza.
Anche se il solo sacerdote lì presente, padre Musallam, si
spolmona a ripetere: «Le persone che hanno compiuto questa
barbarie stanno cercando di trascinarci nella lotta tra Hamas e
Fatah», insomma è stata Khazaria.
In questo coro di servi, va notata la voce solitaria di Jimmy
Carter: «Il rifiuto di Bush di accettare la vittoria elettorale
di Hamas nel 2006 - una vittoria leale e democratica - è stato
criminale. E condanna il popolo palestinese a conflitti sempre
più gravi».
Un solo giornale ha riportato le parole di Carter: il Jerusalem
Post.
Naturalmente, per additarlo come un bersaglio delle ritorsioni
della nota lobby.
Purtroppo, Bush e Olmert hanno il tempo dalla loro, mentre la
popolazione di Gaza ha i giorni contati.
Il nuovo ministro della guerra israeliano, Barak, sta
pianificando una nuova invasione della Striscia, con 20 mila
uomini, carri armati ed appoggio aereo, «nel giro di settimane».
«Il più grande campo di concentramento del mondo» (come l’ha
definito Haniye, il primo ministro di Hamas) sta per subire un
trattamento che non ha subìto alcun lager o gulag: il
bombardamento degli internati.
E poi gli aguzzini dicono che terroristi sono gli altri.
Ma non va dimenticata la diplomazia, nel senso orwelliano fatto
proprio da Bush.
George Bush ha una gran fretta di trovare un nuovo lavoro
all’amico Tony Blair.
Prima, l’ha proposto per la Banca Mondiale.
Poi, come presidente a tempo pieno dell’Unione Europea (è lui
che comanda in casa nostra).
Ora lo vuole fare plenipotenziario viaggiante per «la pace in
Palestina», per «intensificare gli sforzi di pace fra Israele e
l’Autorità Palestinese».
Anzi, tutto è già deciso: Blair sarà praticamente il capo del
Quartetto, ossia dell’organo che ha tentato invano, ed è stato
sempre più marginalizzato e disprezzato da Khazaria, di «fare la
pace fra Israele e la Palestina».
Questo quartetto è composto da: ONU, Unione Europea, Stati Uniti
e Russia.
Accetteranno i tre sui quattro di farsi comandare da Blair?
L’alleato più sicuro di Bush nelle sue disastrose guerre
asiatiche, che ha perso per questo ogni credibilità persino in
patria?
E’ possibile che ad un simile individuo, bruciato presso le
opinioni pubbliche non solo arabe, venga attribuita una qualche
capacità di ottenere un qualche risultato «di pace»?
In un mondo non orwelliano, la sola proposizione di Blair
sarebbe giudicato da tutte le diplomazie un atto di tracotanza
intollerabile, e persino poco realistico.
Ma che importa?
Olmert ha fatto sapere di essere «molto favorevole al primo
ministro Blair, dato il suo continuo impegno in Medio Oriente e
nel processo di pace». (3)
Frase che di per sé pare uscita da «1984»: dove, si sa, lo
slogan più ripetuto è «La pace è guerra», insieme agli altri
noti detti del Grande Fratello: «La libertà è schiavitù», e
«L’ignoranza è forza».
Blair andrà a fare un’altra volta ciò che Israele vuole ed
ordina.
E i Magdi Allam ci ripeteranno che la libertà dei palestinesi è
in realtà schiavitù, e dunque bisogna rendere loro la schiavitù
sotto Fatah, che è libertà.
E noi tutti applaudiremo perché, si sa, l’Ignoranza è Forza, e
noi pratichiamo con fervore l’ignoranza.
Benvenuti sotto la dittatura di Khazaria, di cui siete volontari
servi.
Che vergogna.
Maurizio Blondet
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Note
1) Aaron Klein, «Hamas lists seized Us weapons, WorldNet Daily,
20 giugno 2007.
2) L’azione della Rice viene persino presentata come una
vittoria del «realismo» contro Elliot Abrams l’americano khazaro
che dall’ufficio di Dick Cheney elaborato il tentato e fallito
golpe di Fatah, e l’ha fornito delle armi ora cadute nelle mani
altrui. Per questo solo fallimento, Abrams sarebbe fucilato, se
non fosse della razza superiore.
3) Jim Lobe, «Toni Blair as Middle East czar», Asia Times, 22
giugno 2007.
01/07/2007