|
|
Alzo Zero 2007
L’imperialismo clericale di cui è
vietato parlare
LA SUDDITANZA RELIGIOSA E I SUOI POTENZIALI EFFETTI GIURIDICI
di Carmelo R. Viola
Esiste una sudditanza religiosa: non è una trovata per crearci
un argomento e scriverci un articolo. Non mi sono mai occupato
di… nichilogia e meno che mai lo potrei fare alla mia età. La
sudditanza religiosa è una realtà su cui grava un tacito
silenzio tanto colpevole quanto il fenomeno è evidente.
Va subito chiarito che non è in discussione il credere in non
importa quale Dio e in non importa quale aldilà. Il credere o
meno appartiene alla sfera interiore totalmente insindacabile di
ogni individuo che, se necessario, va difesa. Si vorrà
ammettere, spero senza difficoltà, che l’essere cattolico è una
cosa del tutto diversa.
Essere cattolico per davvero –e non solo nell’anagrafe clericale
– significa credere nel papa o, in termini più accessibili,
nella dottrina della Chiesa, che è onnicomprensiva, nel senso
che riguarda tutta la vita del credente, dalla nascita alla
morte, e tutti i rapporti con sé, con gli altri e con lo Stato.
Non ci sarebbe nulla da eccepire se significasse solo seguire
delle modalità di vita (insomma dei costumi) ovvero se non
comprendesse due obblighi categorici verso terzi, non di
rispetto (“l’amore del prossimo” è un inciso retorico) ma di
coazione (costrizione): verso i propri figli, che vanno
battezzati appena nati, catechizzati e cresimati, e verso la
società a cui i costumi in questione non vanno proposti ma
imposti, ove possibile, con la legge. Tutta la storia della
Chiesa è la storia di un potere politico che usa la forza – in
tutta la sua accezione (tortura compresa) – per imporre la
propria volontà.
Il cattolico deve obbedienza al papa (ovvero alla Chiesa): deve
abusare della prole lasciando che la si iscriva nei registri dei
sudditi della Chiesa e che se ne sequestri preventivamente la
ragione a favore della stessa e come cittadino o parlamentare è
tenuto a comportarsi in modo che le leggi siano cònsone alla
dottrina cattolica.
Secondo la logica di tale dottrina l’universo umano risulta
distinto intanto in senso manicheistico: cioè in credenti e in
non credenti o atei. Il primo, a sua volta, va distinto in chi
crede giusto, che sono solo i cattolici e in chi crede
sbagliato, che sono tutti gli altri. Alla prima distinzione non
sfugge nessuno: La Chiesa – sentite! – fa una campagna a favore
dei bambini atei! Le attuali strette di mano che il papa dà a
capi di altre religioni sono dettate dalle attuali circostanze:
la storia ci narra delle crudeli persecuzioni soprattutto contro
i cristiani non papalisti.
Sorvoliamo. Ai fini del presente articolo c’interessa far notare
che a questo punto la realtà della sudditanza religiosa ci porta
dritti al deputato, il quale ha giurato fedeltà ad una
costituzione (che, nel caso specifico è quello di uno Stato
divenuto laico, cioè non antireligioso se religioso significa
avere una fede ma certamente anticlericale se religioso
significa “fedele ad un potere religioso” che esige
comportamenti non compatibili). Se è vero che il deputato deve
possedere alcuni requisiti - oltre a quello di saper leggere e
scrivere! – di ordine deontologico, possiamo dire, allora, che
la sudditanza religiosa cattolica costituisce una doppia
personalità del soggetto totalmente incompatibile con la
funzione e i doveri specifici del legislatore. E ce lo dicono
gli stessi Mastella, con ridicola seriosità, che con la
coscienza non si scherza , laddove coscienza sta appunto per
obbedienza politica ad un’entità exstrastatale e che non ha
niente a che vedere con la coscienza morale nel senso kantiano
di imperativo categorico.
Il deputato cattolico è un soggetto che deve fedeltà a due
realtà che talora si escludono a vicenda. Per questo la
sudditanza religiosa dovrebbe avere degli effetti giuridici
categorici, il primo dei quali dovrebbe essere quello di non
potere accedere nella sfera del potere legislativo perché la
dipendenza religiosa è psicologicamente più forte di qualsiasi
impegno formale nei riguardi del proprio Stato. E non solo per
la diversità delle pene in caso di infrazione. La peggiore atta
a punire il tradimento sarà sempre inferiore alle pene
dell’inferno, che peraltro non prevedono nemmeno possibili
sconti. Il deputato cattolico teme la scomunica, che lo candita
a quelle pene, e non può pertanto “giocare con la coscienza” ma
deve adoperarsi perché lo Stato legiferi concordemente agli
interessi della Chiesa.
L’abbiamo visto in occasione del divorzio e dell’aborto; lo
vediamo con l’eutanasia, lo stiamo vedendo con le coppie di
fatto, la cui sistemazione giuridica è stata rimandata a data da
destinarsi, ovvero bloccata. La Chiesa ha finito per dissolvere
la famiglia comunque. L’Italia, il cui territorio è praticamente
occupato da una rete capillare di agenti del Vaticano (dal
parroco alla CEI, organo prettamente politico di penetrazione),
è un organismo sociale allo sbando anche per questo.
Il deputato cattolico è un’assurdità giuridica che i poteri
dello Stato repubblicano ignorano. Egli non ha i titoli, morali
e giuridici, per rappresentare uno Stato che non può essere il
corrispettivo di un’autocrazia guidata dallo Spirito Santo e che
mira a realizzare un vero e proprio imperialismo ecumenico (cioè
universale), sostituto strisciante e, tutto sommato, più comodo
del potere temporale.
La “Democrazia Cristiana” (già Partito Popolare fondato da don
Sturzo) è un paradossale partito di sudditi cattolici, che va
risorgendo con modalità variegate ma sempre con tanto di croce,
simbolo originario di supplizio e di potere (vedi le Crociate).
La sudditanza religiosa è una dipendenza psicoipnotica, una vera
e propria malattia simile alla narcodipendenza perché mutila la
volontà di chi ne è portatore e le impone l’obbligo dell’”eterocoazione”:
diritto-dovere che la Chiesa in persona ha esercitato per secoli
con la barbarie dell’Inquisizione e che oggi cerca di
raggiungere con la manipolazione dei propri sudditi per il solo
piacere che dà l’uso del potere come una droga stupefacente. Un
deputato cattolico è uno schiaffo al diritto nella “patria del
diritto”.
L’uso del potere, con o senza interposta persona ma a fini di
piacere, non è più una questione politica ma psichiatrica!
Carmelo R. Viola – csbs@tiscali.it
01/07/2007