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Alzo Zero 2007
Mario Consoli - L’Uomo Libero Ed.
Il delirio di onnipotenza del «partito della vendetta»
Il caso Erich Priebke
Il giorno della vergogna - I macellai della verità L'autobiografia - Il caso giudiziario La lettura storico-politica dei fatti - La dignità di Erich Priebke L'importanza delle sentenze contro i diffamatori
Il primo di agosto del 1996, alle ore 18, in via delle Milizie a Roma, nell'aula del tribunale Militare, il dotto Quistelli, presidente del Tribunale, legge la sentenza del processo di l° grado contro l'ottantatreenne Erich Priebke relativamente ai tragici fatti della rappresaglia tedesca del 1944 alle Cave Ardeatine: «Ritenuto non applicabile l'art. 129, c. 2, CPP... Dichiara non doversi procedere a carico di Erich Priebke in ordine al reato ascrittogli in epigrafe tenuto conto delle circostanze attenuanti di cui agli artt. 62/bis c.P. e 59, n.l, C. P.M. P., equivalenti alle contestate aggravanti, essendo il reato stesso estinto per intervenuta prescrizione; Ordina la scarcerazione immediata dell'imputato, se non detenuto per altra causa...».
L'avvocato difensore si gira verso Priebke, gli stringe la mano, e gli sussurra: «È libero».
A questo punto si scatena l'inferno. Un centinaio di forsennati si scagliano ferendone quattro - contro i pochissimi carabinieri che lo Stato italiano aveva predisposto per garantire l'ordine pubblico e il rispetto della legge, minacciano il presidente Quistelli e tutta la corte, tentano di afferrare Priebke e il suo avvocato. «Probabilmente devo la vita ad alcuni soldati di leva addetti al bar del tribunale - scriverà poi l'anziano imputato - i quali si frapposero fra me e una squadraccia di delinquenti che stava per riuscire a strapparmi dalle mani di quei pochi uomini dell'Arma che, isolati e impauriti, avrebbero dovuto badare alla mia persona».
I rinforzi non arrivano, anzi, in quell'occasione, non arrivarono mai. Lo Stato italiano s'era reso completamente latitante. Surrealmente si respirava l'aria che l'Italia già aveva respirato l'8 settembre del 1943. Un'aria densa e sgradevole che il cittadino avverte quando, di colpo, si rende conto che non v' è più chi garantisca le leggi, le regole, i diritti, l'incolumità; che l'unica autorità esistente è la violenza dei gruppi più facinorosi.
L'autorità, in quel tribunale, era divenuta la «piazza», anche se formata solo da un centinaio di ebrei scalmanati e urlanti che sarebbero potuti essere facilmente dispersi da due o tre camionette della polizia.
Priebke, il suo avvocato e un paio di carabinieri, si barricano dentro una stanza accatastando mobili contro la porta. La corte è costretta a fare altrettanto in un locale attiguo.
Passano le ore, nessuno si preoccupa di ristabilire l'ordine. Il Governo, anzi, tratta, praticamente alla pari, con quel gruppo di criminali. Già, criminali, perché è incontestabile che assaltare un Tribunale è un crimine, come lo è sequestrare giudici e cittadini e ferire carabinieri.
I due leader dei giovani ebrei romani, Riccardo Pacifici e Dario Coen, che curano la regia della gazzarra, urlano: «Da qui non si muove nessuno se Priebke non esce in manette. E deve andare in un carcere civile, perché della giustizia militare non vogliamo più saperne».
Circa a mezzanotte lo Stato arriva, postulante, nelle persone del ministro e del sottosegretario di Grazia e Giustizia.
Ironia della sorte, coloro che hanno dovuto trattare con i rivoltosi la resa dello Stato e della Giustizia ai danni di un soldato tedesco, reo di aver ubbidito agli ordini dei suoi superiori, a Roma, durante la Seconda Guerra Mondiale, furono il ministro Giovanni Maria Flick, nipote del sottotenente della Legione SS italiana Massimo Flick e il sottosegretario Massimo Brutti, ex fascista, con il quale ebbi l'avventura di condividere, negli anni Sessanta, battaglie politiche e giornalistiche negli ambienti universitari e in quelli extraparlamentari.
Il sottotenente Flick, invece, lo conobbe proprio Erich Priebke, nel 1945, che così lo ricorda: «Mi presentò un ufficiale delle SS che era in cura per i postumi delle ferite riportate sul fronte di Anzio, dove si era guadagnato sul campo la Croce di Ferro di II classe. Cognome a parte, il tenente Massimo Flick era italianissimo, di Torino. Fervente nazionalsocialista, anche dopo lo sbarco di Anzio aveva avuto scontri a fuoco con il nemico, nel corso dei quali si era distinto eliminando diverse unità di resistenza partigiana in montagna».
Dunque inizia la trattativa, ma c'è chi sospetta sia uno stratagemma per far fuggire Priebke - che invece è sempre sequestrato in una stanza del primo piano del Tribunale - e una Croma bianca viene quasi distrutta dai dimostranti. Un poliziotto esce sanguinante dalla scena.
All'una Flick convoca una conferenza stampa. Quattro capriole dialettiche, l'accenno ad una richiesta di estradizione da parte della Germania - non ancora partita e quindi non ricevuta (1) - e la decisione finale: Priebke non può essere liberato. Alle due è «riarrestato», alle tre è a Regina Coeli.
La sentenza, pur riconoscendo l'imputato colpevole - nell' evidente tentativo di non porsi in urto con la massiccia campagna mediatica che aveva accompagnato il processo in tutto il suo corso - secondo le leggi vigenti non aveva potuto esimersi da applicare le attenuanti, considerare il reato prescritto e quindi Priebke non punibile.
L'eco dello sdegno ebraico per quanto sentenziato dal presidente Quistelli rimbombò ovunque, in un battibaleno, e provocò dichiarazioni solidali da ogni scranno istituzionale. Si dimostrarono tutti più preoccupati di assecondare i desiderata dei Centri Wiesenthal che di tutelare i principi basilari dello Stato di diritto e di una giustizia che dovrebbe scaturire dalla ricerca della verità e dal rispetto degli ordinamenti.
Francesco Rutelli, sindaco di Roma, in segno di lutto, fa spegnere le luci della capitale. Il presidente della repubblica Scalfaro: «Oggi si è riaperta una piaga». Con lui sono Prodi, capo del governo, Veltroni, vicepresidente, Violante, presidente della Camera e Mancino, presidente del Senato, che aggiunge: "Aboliamo i tribunali con le stellette".
Il presidente onorario della Corte Costituzionale, Giovanni Conso, non ha dubbi: «La sentenza sarà annullata in Cassazione».
Al coro si uniscono Silvio Berlusconi: «In questo momento non è possibile restare in silenzio, comprendo l'indignazione e mi associo al dolore» e Gianfranco Fini, già lanciato nella corsa verso una carriera «politicamente corretta» e sempre più dimentico delle opinioni di chi, con il proprio voto, lo aveva mandato a Montecitorio: «Una sentenza moralmente ingiusta, che offende la coscienza civile di tutti gli italiani». Il presidente di AN, peraltro, si era già esibito, durante il processo, in un salto mortale con doppia piroetta, tipico del suo repertorio: aveva offerto la copertura delle spese legali alle parti civili che volevano costituirsi contro Priebke. Sarà sempre lui, nel 2004, ad essere fra i primi a complimentarsi con il presidente Ciampi per aver rifiutato la grazia al novantunenne prigioniero tedesco.
Anche dall' estero giungono dichiarazioni di fuoco: il presidente Carlos Menem fa sapere che, in ogni caso, non gli avrebbe concesso il ritorno in Argentina; i rabbini americani: «Non andate in Italia, boicottatela», ed ancora: «Mandatelo in Israele: c'è la forca».
Da quell'agosto del 1996 ho pensato a quegli avvenimenti come al «giorno della vergogna» dello Stato e della Giustizia. Un giorno che, come italiano, avrei preferito non vivere. Un giorno che, proprio perché è stato vissuto, impone a chi non appartiene alla folla degli sciocchi e alle congreghe dei lacchèdelle potenti lobbies, di testimoniare e divulgare quello che è stato, ed è ancora, il caso umano, giudiziario, storico e politico di Erich Priebke, capitano di prima nomina della polizia tedesca nella seconda guerra mondiale.
I macellai della verità
Alla fine degli anni Settanta i «cacciatori di nazisti» piazzarono un colpo dei loro: rintracciano a Cleveland, negli USA, un pensionato di origine ucraina giunto in America subito dopo la guerra, che per decenni aveva lavorato in una fabbrica di auto: John Demjanjuk. Viene accusato di essere niente meno che il gestore della camera a gas di Treblinka, nella quale, secondo gli «storici» dell'olocausto, tra il '41 e il '42, avrebbero trovato la morte quasi un milione di ebrei. Nei panni di un tranquillo pensionato si sarebbe nascosto colui che era stato chiamato «Ivan il Terribile».
Israele chiede l'estradizione. Demjanjuk si appella alla prassi americana che vieta di estradare quando c'è la certezza che l'interessato sarà perseguito per un reato che comporta la pena di morte. Ma non c'è prassi che tenga. Quando Israele chiama, gli USA prima o poi rispondono sempre di sì.
Dopo cinque anni di battaglie giudiziarie, il presunto Ivan viene spedito in Israele.
Il processo, celebrato nel 1988, fu occasione di uno show olocaustico senza precedenti. Collegamenti televisivi, servizi a sensazione, commozione popolare tra le masse israeliane e altrove. Fino all'esemplare condanna alla pena di morte.
Poi, nel 1991, mentre il condannato è in attesa dell'esecuzione, emergono le prove inconfutabili dell'innocenza di John Demjanjuk, e la sentenza viene annullata.
Ma, contemporaneamente, emerge anche un'altra verità, più sconvolgente ancora: sia la giustizia americana che quella israeliana erano perfettamente al corrente, sin dall' inizio, dell' infondatezza delle accuse. Semplicemente, nello spirito degli accordi di Camp David, la creazione di un «mostro» da esibire e l'occasione di mostrare al mondo la cordiale collaborazione tra USA ed ebrei, erano bocconi troppo ghiotti per rinunciarvi.
Israele, peraltro, invece di scusarsi con il malcapitato, fece passare ancora due anni prima di aprire le porte del carcere e rimandare Demjanjuk a casa.
* * *
I Centri Wiesenthal hanno rappresentato l'organizzazione più attiva nella caccia ai «criminali nazisti». Una vera passione, peraltro molto redditizia, giacché loro specialità è stata anche la caccia a lauti contributi raccolti nelle varie parti del mondo. Un business dai parecchi zeri. Ma un'attività destinata implacabilmente a chiudere i battenti, non fosse altro che per l'età dei «ricercati».
Il caso di Erich Priebke rimarrà, probabilmente, come l'ultimo exploit dei Centri Wiesenthal. E, forse, proprio per questo vi hanno profuso tutto l' impegno immaginabile. Fino al successo finale: la costruzione dell'immagine del «mostro», il fissarla in maniera indelebile nell'immaginario collettivo, e ottenerne la condanna con il massimo della pena.
Il ruolo di questi signori non è infatti quello dell'investigatore che rintraccia il reo e lo consegna alla magistratura affinché lo giudichi. Non è mai, per loro, una questione che ha a che fare con la giustizia, mai. La loro funzione è sempre stata invece quella di organizzare una rappresentazione mediatica, curando ogni dettaglio, affinché lo spettacolo fosse convincente, ed esercitando ogni pressione affinché nessuno si permettesse di oscurare lo show.
Le prove, se non ci sono, si falsificano. Si inventano. Quando non gradite, le sentenze si possono annullare, i processi si possono rifare.
Questi signori trattano direttamente con i capi di Stato, con i capi di governo, con i ministri. Sanno di parlare a nome di lobbies estremamente potenti verso le quali, oggi, i più son sempre pronti a mostrare deferenza e massima disponibilità.
Il caso Priebke, se non fosse già estremamente importante dal punto di vista umano, sarebbe comunque di fondamentale importanza per comprendere il grado di pericolosità di quello che possiamo definire il «partito della vendetta».
Un partito che ha ben sperimentato, come abbiamo spesso dimostrato nelle pagine di questa rivista, quanto possa essere redditizia la gestione della rappresentazione olocaustica. Non solo per questione di soldi, che pur ne girano tantissimi, ma anche per gli interessi di Israele - la colonia ebraica in terra palestinese non riuscirebbe a sopravvivere senza che l'ectoplasma dell' olocausto fosse evocato dal partito della vendetta ogni volta l'ONU, con le sue risoluzioni, condanna questa o quella azione ebraica - e per questioni culturali e di pubblica informazione. Il cinema, la televisione, i giornali devono finire tutti nelle loro mani. Nessuno può opporsi alla loro «carriera». Agli ebrei bisogna chiedere scusa e basta. E loro possono fare, impunibili, qualsiasi cosa. In ogni parte del mondo.
L'azione del partito della vendetta nel caso Priebke è stata così continuativa e palese da consentirei agevolmente di evidenziarne, punto per punto, la metodica e i trucchi.
l) Il caso è sollevato dai Centri Wiesenthal - 1992 - ed esattamente da quello di Los Angeles, nelle persone dei rabbini Marvin Hier e Abraham Cooper. La notizia è data alla televisione americana che fa rimbalzare il servizio sui teleschermi di tutto il mondo: è stato scoperto un pericoloso criminale nazista che si nasconde a Bariloche, in Patagonia, nel sud dell 'Argentina.
Già in questa fase emergono le prime due grandi mistificazioni. Innanzitutto Erich Priebke non si è mai nascosto. Ha vissuto col suo nome, ha viaggiato col suo nome e col suo passaporto. I venti mesi successivi alla fine della guerra fu internato in campi di prigionia organizzati nel territorio italiano dalle truppe angloamericane, nei quali fu anche interrogato.
Successivamente raggiunse la famiglia a Vipiteno, dove per qualche tempo pensò di essersi «defilato». Ma allora si svolgeva a Roma il processo sui fatti delle Cave Ardeatine, quello che si concluse con la condanna di Kappler; ebbene, negli incartamenti di quel procedimento (ancora conservati presso l'archivio del Tribunale Militare di Roma) si ritrova il nome di Erich Priebke, con il grado di capitano, ed il reale recapito di allora: Vipiteno, provincia di Bolzano, via Diaz, n° 250. Poteva essere tranquillamente convocato, interrogato e anche arrestato. In qualsiasi momento.
Nel settembre del 1950, sul settimanale Tempo, diffusissimo in quei tempi in Italia, comparve una sua intervista: «Un cameriere d'una birreria di Buenos Aires, l'ex capitano Erich Priebke, racconta la fuga di Ciano».
Nel 1969 riceve, al suo indirizzo di Bariloche, dall'Intendenza di Finanza di Bolzano la risposta ad una sua richiesta relativa a danni subiti e denunciati nel giugno 1944.
Nel 1978, con la moglie, fa un viaggio in Germania e in Italia, a rivedere, dopo trent'anni Vipiteno e le persone che si ricordavano ancora di loro. Nel 1980 torna ancora in Italia e si reca a Capri.
Nel viaggio di ritorno si ferma negli USA, dove va a visitare il figlio Ingo. Nel 1982 viene avvertito che non potrà più ricevere il visto per gli Stati Uniti perché gli ebrei sono riusciti a imporre questo veto a tutti gli ex appartenenti alle SS.
Nel 1986 diviene a Bariloche presidente dell' Associazione culturale tedesco-argentina; ed il suo nome circola sovente su telegiornali, sulle colonne dei giornali, nei ministeri e nelle ambasciate. Alla fine degli anni Ottanta incontra una commissione del Parlamento tedesco con deputati della FDP, della CDU e della SPD, in visita ufficiale in Argentina.
Davvero uno strano modo di nascondersi!
Falsa la notizia che Priebke si nascondeva, e falso anche, grossolanamente, il dossier mostrato alla stampa dai rabbini del Wiesenthal per dipingerlo come criminale. Carte che, infatti, non presero mai la strada dei tribunali e non servirono per formulare nessuna incriminazione.
2) Gli ebrei sono vittime speciali e quindi solo da loro deve essere gestita la vendetta.
Alle Cave Ardeatine, nella rappresaglia tedesca, furono uccisi 335 italiani, tra i quali 75 ebrei. Ma tutta la vicenda mediatica si sviluppa come se le vittime fossero solo quelle di religione ebraica. Le interviste vengono fatte al rabbino Toaff, a Tullia Zevi, agli inviati dei Centri Wiesenthal, agli ebrei del ghetto. Poco importa se ci sono parenti delle altre vittime che la pensano in modo differente, che ritirano la loro istanza di costituzione a parte civile, che indicano Priebke come vittima di una persecuzione e vanno addirittura a trovarlo, per solidarizzare con il suo caso umano. Non è degna di nota la figlia del colonnello Montezemolo - capo della resistenza romana fucilato alle Cave Ardeatine quando scrive al presidente Ciampi per chiedere la grazia per Priebke. Per tutti costoro non c'è mai posto sui mass-media.
3) È sempre il partito della vendetta ad orchestrare la campagna mediatica.
Il «mostro» va costruito diffondendo notizie raccapriccianti e con un martellamento crescente. Per tutta la durata del processo. Non importa se sono falsità; invenzioni addirittura inverosimili. Servono per creare la giusta atmosfera, per mettere in soggezione le corti giudicanti e per colpire l'immaginario collettivo.
Poco importa se i pennivendoli che allora si prestarono alle mistificazioni sono oggi condannati dai tribunali, uno dopo l'altro, per diffamazione.
«Sparla, sparla, - dice l'antico adagio popolare - qualcosa resterà».
E allora giù, a piene mani: «Scovato il killer delle Fosse Ardeatine - Priebke si nascondeva in Argentina», «Priebke ha ucciso per il piacere di uccidere», «L'uomo che ordinò la strage delle Fosse Ardeatine ha 82 anni», «Priebke non fu solo un ufficiale nazista a Roma, ma collaborò a Berlino a pianificare" la soluzione finale ", lo sterminio degli ebrei», «Priebke responsabile di azioni a Verona», «Gelido, lucido, insensibile, sardonico», «Disposto a dire sì a qualsiasi orrore», «Uno spietato nazista da film», «Toaff: non lo voglio vedere, il suo volto mi ripugna», «La sua specialità? Rastrellare ebrei», «Torture psicologiche sui prigionieri alle Fosse Ardeatine», «Fece mettere i condannati davanti ai corpi delle vittime già fucilate», «Era un alto ufficiale della gerarchia nazista», «Priebke ordinò: torturate gli ostaggi», «Dopo le Fosse Ardeatine fu colpevole di un altro massacro di ostaggi al nord», «Il Boia di via Tasso», «Priebke, assassino di Buozzi», «Priebke deportò 464 ebrei», «Cercate l'oro di Priebke», «Era lui che in cella mi picchiava», «Mesi di inferno in via Tasso, lui mi umiliava e torturava», «Ero una bimba, ricordo che lui entrò in casa e torturò mia madre», «Mi costringeva a fare flessioni, nuda, mentre i suoi uomini mi pungevano con una baionetta e mi chiedevano se leggevo la Bibbia», «Lui ordinava le deportazioni». Sono tutti titoli di giornali del calibro del Corriere della Sera, l'Unità, il Messaggero, la Stampa ...
Nel revival criminalizzante suscitato nelle scorse settimane per far proibire una manifestazione a Roma indetta per chiedere la grazia per Priebke, il solito Riccardo Pacifici si è espresso con questo ineffabile ragionamento: si tratta di un uomo proprio cattivo, «un uomo che si è persino accanito contro i parenti delle vittime, che sono stati denunciati e condannati». Evidentemente l'esponente ebreo si riferisce alla condanna per diffamazione subita da Rosina Stame, figlia di Ugo Stame, la quale ripetutamente asserì che il padre fu torturato e che l'autore delle sevizie era proprio Erich Priebke: notizie risultate assolutamente prive di fondamento, palesemente inventate, come ha confermato, con una sentenza del IO agosto 2003, il Tribunale Civile di Roma. Ma, evidentemente, Priebke avrebbe fatto meglio, per galanteria, a far finta di niente.
«Sparla, sparla, qualcosa resterà».
Nella guida turistica Lonely Planet dell' Argentina, a pago 506 dell'edizione del 1999, si legge: «Bariloche ha acquistato una certa notorietà negli ultimi anni perché l'ex ufficiale delle SS Erich Priebke, rifugiatosi qui alla fine della seconda guerra mondiale, dopo aver ordinato il massacro di 335 cittadini italiani alle Fosse Ardeatine nei pressi di Roma, ».
Nel sussidiario per la classe V «Nel marsupio», Fabbri Editori, a pago 230 dell'edizione del 2001, si legge: «Nel 1996 in 1talia si è svolto il processo contro Priebke, capo nazista responsabile dell'eccidio delle Fosse Ardeatine».
Nei telegiornali dello scorso marzo, tra le notizie riguardanti la controversia sulla grazia, si è ripreso a parlare, con la massima disinvoltura, di Erich Priebke come il «responsabile della rappresaglia»; un ruolo assolutamente assurdo, ridicolo, mai preso in considerazione da nessuna corte giudicante, in nessuna sentenza ed anche in nessun capo d'imputazione. «Responsabile della rappresaglia», come se un capitano di prima nomina potesse prendere decisioni e dare ordini di spettanza del governo del Terzo Reich e del generale comandante le forze armate tedesche in Italia.
4) Sono loro che pilotano, direttamente, tutta l'operazione.
Nel maggio del 1994 il rabbino Marvin Hier scrive a Berlusconi, capo del governo, e spinge per ottenere un processo in Italia contro Erich Priebke. Berlusconi riceve il rabbino, dopo pochi giorni, a Palazzo Chigi, mentre il ministro di Grazia e Giustizia, il «garantista» Alfredo Biondi, riceve Abraham Cooper e Shimon Samuels, decani del «Wiesenthal».
Nel marzo del 1995 Susanna Agnelli, ministro degli Esteri italiano, si reca in Argentina e raggiunge un accordo con il presidente Carlos Menem. Di fronte alle telecamere del TG l, diversi anni dopo, Gregor Dionis, che si occupa di violazioni dei diritti umani, rivela che Menem si era in quell'occasione impegnato a concedere, nonostante il garantismo delle leggi argentine, l'estradizione di Priebke in Italia e che il governo italiano, in cambio, prometteva di tenere nel dimenticatoio l'affare «desaparecidos».
Nel tristemente famoso 1° agosto 1996, alla lettura della sentenza, accanto al pubblico ministero, Antonino Intelisano, siede Shimon Samuels del Wiesenthal di Parigi. Nelle ore che seguono, il rabbino giunto d'oltralpe lo si nota molto attivo, ad incitare i rivoltosi. E sono sempre i rappresentanti dei Wiesenthal a presidiare le aule di Tribunale per tutto il lungo corso dei processi, giudizio dopo giudizio, fino alla condanna finale.
5) Sono loro a decidere se le sentenze sono giuste o sbagliate.
Sono i giovani con la kippah che comandano gli scalmanati che «pretendono» ed ottengono il riarresto di Priebke dopo la sentenza di proscioglimento. È Toaff che approva, critica o proibisce. È Tullia Zevi che si dichiara soddisfatta per l'annullamento della prima sentenza, ma si affretta ad avvertire: «Ma adesso va condannato». Sono loro che, condizionamento dopo condizionamento, pressione dopo pressione, impongono che si giunga all'ergastolo.
L'autobiografia
Negli ultimi mesi è uscito un ponderoso volume intitolato Autobiografia - Vae Victis scritto da Erich Priebke e Paolo Giachini. Novecento pagine. Un macigno posto nel bivio che divide la strada della diffamazione e dell'ingiustizia da quella della verità storica. Un macigno destinato a rimanere nel tempo.
In effetti si tratta di tre libri in un unico volume; uno diverso dall'altro, pur se assolutamente complementari. Il che significa che ognuno dei tre, anche se letto singolarmente, conserva la sua intrinseca validità.
L'autobiografia. Il caso giudiziario. Le considerazioni storiche e politiche.
L'autobiografia ci offre, caso quasi unico nella letteratura degli ultimi sessant' anni, uno spaccato di vita europea degli anni Trenta e Quaranta filtrato dagli occhi di un cittadino tedesco «normale». Cioè nulla a che vedere con quella lente deformante che ha condizionato con un marcato razzismo antigermanico qualsiasi opera letteraria, teatrale, cinematografica e televisiva.
Avvezzi allo stereotipo del tedesco cattivo, crudele e disumano, certi brani dell' autobiografia di Priebke addirittura stupiscono, per la semplicità dell' esposizione, per la naturalezza dei ricordi, per l'umanità dei sentimenti.
Il Nostro nasce nel 1913 nei pressi di Berlino, in una famiglia destinata a subire violentissimi colpi dalla prima guerra mondiale. «Mio fratello Bruno, maggiore di me, è morto volontario all'età di 17 anni. Mio padre, tornato da quella guerra con un cancro allo stomaco causato dai gas asfissianti, morì nell'anno 1920. Mia madre morì sei mesi dopo, lasciandomi orfano a sette anni».
A 13 anni conosce quella Alice, sua coetanea, che diventerà sua moglie e condividerà la sua vita sino alla tragica apertura del caso giudiziario, nel 1995.
A 14 anni è costretto a lasciare gli studi e inizia la carriera alberghiera all'Hotel Explanade di Berlino. Successivamente è segretario di due alberghi a Rapallo e poi lo troviamo al Savoy di Londra.
Questo suo lavoro, svolto soprattutto all'estero, gli aveva procurato quella buona conoscenza delle lingue, soprattutto l'italiano e l'inglese, che gli consentì di essere assunto, a ventitré anni di età, nell'ufficio stampa della polizia tedesca, in qualità di traduttore.
«Il 26 giugno 1936 Heinrich Himmler, capo della Polizia e delle SS, aveva emanato un decreto che prevedeva l'assimilazione di fatto dell'intera polizia tedesca nelle SS. Entrare a far parte dell'organico della Fremde Polizeien (Polizie straniere), comportò quindi anche il mio status di militare appartenente al corpo delle SS».
Intanto l'Europa viveva avvenimenti nuovi e particolarmente coinvolgenti. «Nel marzo del 1938 ci fu un evento che ci riempì d'entusiasmo: la riunificazione con i nostri fratelli austriaci».
Priebke, come aspirante assistente poliziotto, frequenta il corso base della scuola di polizia. Nel 1939 è sottotenente e commissario in prova; nel 1940 è tenente e commissario ed è trasferito a Roma dove giunge nel febbraio assieme alla famiglia: si era già sposato ed era nato il primo figlio Jorg.
L'ufficio dove aveva preso servizio era all'interno dell'ambasciata tedesca, in Villa Wolkonski, nel quartiere di San Giovanni. «L'ufficio di collegamento con la polizia italiana era composto dal capitano Herbert Kappler e da me. C'erano poi un sottoufficiale del Nord Tirolo ed una segretaria che Kappler aveva portato con sé da Stoccarda».Nell'estate del 1941 accompagna Alice e Norma Kappler a Ischia, ospiti nella casa di un amico questore. Ne è entusiasta e, appena può, nella Pasqua del , 42, si reca a visitare anche Capri.
Espletando le sue funzioni di interprete ha occasione di accompagnare gli alti gerarchi tedeschi in visita in Italia. È a Venezia assieme a Goebbels e, a Roma, assieme a Himmler e Garing.
Nell' ottobre del 1942 nasce il secondo figlio, Ingo.
Gli sviluppi non favorevoli della guerra coinvolgono sia la popolazione civile che i militari anche nella capitale, che nel luglio 1943 è colpita da un violentissimo e inatteso bombardamento: 1500 morti nel solo quartiere di San Lorenzo.
Con il colpo di stato del 25 luglio 1943, la situazione cambia drasticamente. Da Berlino arriva l'ordine di rimpatriare i famigliari del personale tedesco. Priebke accetta l'invito di un conoscente ed invia moglie e figli a Vipiteno, una tranquilla cittadina del Sud Tirolo, in alta VaI d'Isarco, a metà della strada che collega Bolzano a Innsbruck.
NelI' agosto collabora al trasferimento - una vera e propria fuga - della famiglia Ciano da Roma e Monaco. Nelle settimane successive è impegnato a cercare informazioni sulla prigionia di Mussolini, che fornisce al maggiore Otto Skorzeny, incaricato da Hitler di liberare il Duce.
L'otto settembre, con il tradimento del re e di Badoglio, la situazione precipita. Da alleati i tedeschi si trovano nella ben diversa condizione di nemici e, con lo sgretolamento dello stato italiano, la situazione dell' ordine pubblico degrada a vista d'occhio. «L'11 settembre, verso mezzogiorno, ricevetti una telefonata di un cittadino romano che ci segnalava il saccheggio d'un magazzino dell'Aeronautica Militare. Con un piccolo gruppo di paracadutisti, eravamo in tutto 5 o 6 uomini, mi diressi con un camion al posto indicato. Già da lontano scorgemmo la folla animata; un uomo che stava portando via un 'intera forma di parmigiano, vedendoci arrivare scappò a gambe levate nonostante il peso che trasportava. Poi uno dei parà sparò una raffica in aria e la folla si disperse immediatamente».
Negli uffici di via Tasso, dove si erano stabilmente trasferiti, Priebke era il terzo in grado dei quattro ufficiali lì operativi e i suoi compiti continuavano ad essere prevalentemente di collegamento con gli italiani.
Mussolini aveva fondato la Repubblica Sociale, con la quale l'Italia riprendeva il posto che le competeva in coerenza agli impegni assunti. Roma era dentro i confini della nuova Repubblica e quindi la situazione per i tedeschi lì impiegati si era parzialmente sdrammatizzata. A ciò si aggiungeva il fatto che Roma era stata dichiarata «città aperta» e quindi le truppe e i mezzi militari erano stati posti quasi tutti fuori dalla città. I soldati che erano a Roma, circolavano, in base a tali accordi, con le armi scariche.
Il 23 marzo 1944 un attentato - che poi si seppe essere stato opera dei GAP, le formazioni partigiane comuniste - colpì in via Rasella una compagnia del Battaglione Bozen, composto da altoatesini in servizio di leva nella polizia, che stava tornando dal poligono di Tor di Quinto. La bomba aveva ucciso 32 militari e ne aveva ferito 50 (di cui 14 morirono nei giorni successivi). Furono colpiti anche molti civili italiani, che passavano lì per caso: ne morirono 5 e rimasero feriti in 20.
L'attentato aggravò pesantemente l'atmosfera che si respirava a Roma.
Dalla Germania arrivò l'ordine di applicare, se non si fossero individuati gli autori della strage, la rappresaglia in ragione di 10 italiani per ogni tedesco.
La sera stessa la radio iniziò a trasmettere un appello agli attentatori di consegnarsi per evitare il peggio. Vigliaccamente, nessuno si presentò e Hitler confermò 1'ordine specificando che doveva essere eseguito entro ventiquattro ore:
«La polizia è stata la vittima e quindi la polizia deve eseguire la rappresaglia».
Kappler cercò, nonostante la fretta, di scegliere tra i detenuti quelli sui quali maggiormente pesavano indizi di terrorismo e di responsabilità nella lotta clandestina e antitedesca, escludendo gli altri. Non riuscendo così a raggiungere il numero stabilito, incaricò le autorità italiane di provvedere a completare l'elenco, vagliando con analogo criterio i detenuti di Regina Coeli.
Quando a Priebke ed ai suoi colleghi fu comunicato 1'ordine di Hitler, ci fu un momento di sgomento e qualche protesta. «Protestammo, nei termini beninteso, in cui all'epoca e nelle nostre condizioni era lecito protestare. Il più anziano di noi, il maggiore Domizlaff, fece presente, usando il suo linguaggio forbito di giurista, che molti tra noi non erano mai stati portatori di armi di offesa a fini bellici. Lui ed i suoi uomini del reparto III, ad esempio, avevano un compito di carattere informativo, così come nel comando molti altri erano semplici interpreti».
«Nulla da fare, Kappler fu irremovibile: l'ordine era di Hitler e noi avremmo dovuto eseguirlo. Oltre tutto, aggiunse che il comando disponeva di pochi uomini e noi ufficiali avremmo dovuto essere parte attiva dei plotoni di esecuzione; l'esempio ai sottoposti era nostro preciso dovere».
«Non esagero se dico che nessuno di noi ebbe il minimo dubbio sulla legalità dell'ordine. Protestammo solo per un sentimento di naturale repulsione, che come uomini provavamo all'idea di quell'atto».
«Praticata da sempre sulla base del diritto consuetudinario di guerra, contemplata anche in alcune delle sue forme dalla convenzione dell 'Aia, la rappresaglia era, in base a quanto all'epoca comunemente si insegnava, nostro diritto di belligeranti colpiti da combattenti che si nascondevano tra i civili. Soprattutto però, la rappresaglia rappresentava un nostro preciso dovere di soldati che avevano ricevuto un ordine. Questa era la formazione militare che tutti avevamo ricevuto. Kappler fece notare che, se in pace gli uomini vengono educati ad aiutare e collaborare con il prossimo, in guerra vengono appositamente addestrati ad uccidere altri esseri umani. Oggi può forse sembrare pazzesco, ma questa logica spietata di ogni conflitto armato, era in quegli anni proprio il quotidiano compito delle nostre generazioni in divisa. Logica, sosteneva Kappler, che molti di quegli ostaggi che stavano per tramutarsi in vittime della rappresaglia, conoscevano e avevano già accettato diventando volontariamente combattenti della resistenza antitedesca. Logica che da un momento all'altro e senza preavviso, avrebbe potuto destinare a noi la stessa sorte che era toccata ai Bozen. La guerra inevitabilmente porta a convivere con queste idee».
«Secondo i dati in nostro possesso, dunque, quella rappresaglia era legittima. Si sarebbe trattato, oltretutto, di un'azione non indiscriminata sui civili,ben diversa da quelle praticate con i bombardamenti a tappeto e sulle città, in Nord Italia e in Germania dagli anglo-americani, che colpivano regolarmente anche donne e bambini».
«Per un soldato non è molto facile avanzare obiezioni, non c'è spazio per il dibattito giuridico in guerra. La natura d'un esercito consiste essenzialmente nella ubbidienza, affermata solennemente al momento del giuramento del militare. Fu così che noi, come tutti i soldati in quella sporca guerra, dovemmo fare ciò che ci fu ordinato di fare».
Anche Priebke dovette quindi ubbidire. «Se avessi potuto evitare quell' orrore lo avrei di certo fatto. Non io, ma qualunque persona sana di mente sarebbe fuggita alla vista di quel folle «girone», se non altro per semplice egoismo. Nessuno può scegliere volontariamente di provare quel brivido agghiacciante che irrefrenabile irrompe dentro di te al momento di uccidere un inerme ed è anche inutile tentare di descriverlo. Nitido mi rimane solo lo stato d'animo di quando, i vestiti madidi di un sudore freddo, toccò a me entrare nelle cave. Nonostante che la mia memoria di novantenne sia ancora oggi abbastanza buona, non ricordo quasi nulla di ciò che accadde in quei pochi minuti passati all'interno delle grotte. Non ricordo l'atto del premere il grilletto, come se il cervello avesse steso un velo».
Si seppe negli anni successivi che nel trambusto di quelle ore, tra la lista preparata dai tedeschi e quella preparata a Regina Coeli, fu commesso un errore di calcolo e, alla fine, i fucilati risultarono cinque in più del numero stabilito. Dell' errore - considerato omicidio non volontario - al processo svoltosi nel dopoguerra, fu ritenuto responsabile Kappler.
Il fronte intanto - giugno 1944 - si stava spostando verso il Nord e le truppe angloamericane si avvicinavano a Roma. Arrivò così per i tedeschi l'ordine di smobilitare e di spostarsi a Firenze. Di lì Priebke fu trasferito a Brescia, come ufficiale di collegamento con la GNR, la Guardia Nazionale Repubblicana.
A Brescia non c'era il fronte, ma come in tutto il Nord Italia incombevano i bombardamenti e i mitragliamenti aerei. «Di giorno i caccia americani prendevano di mira il traffico stradale un po' ovunque. - scrive Priebke, e prosegue con una punta d'ironia - Buontemponi e sportivi, colpivano i treni, i vaporetti di linea sui laghi, i carri agricoli; arrivavano con un certo sadismo a mitragliare nei centri urbani autobus, pulman, macchine isolate e, con speciale gusto, i ciclisti».
«Prima di Brescia, però, mai avevo fatto la conoscenza di "Pippo", un aereo leggero che, soprattutto di notte, seminava il panico tra la popolazione. Se la spassava approfittando della ormai assoluta padronanza del cielo da parte delle forze alleate. Quando calava il buio "Pippo" sparava e gettava le sue bombe su qualunque fonte di luce, fosse un veicolo o un edificio».
«Il nostro comando era vicino ad un incrocio stradale dove sempre diverse persone aspettavano i mezzi di trasporto: bersaglio questo tra i preferiti di "Pippo". Una notte sentii esplodere una bomba molto vicino a casa. Anche se il mio primo impulso era stato quello di saltare giù dal letto, uno strano istinto mi fece restare in posizione orizzontale. Fu la salvezza, perché una scheggia penetrò nella parete pochi centimetri sopra la mia testa».
Nell'aprile del '45, la situazione precipita e Priebke riceve l'ordine di trasferirsi a Trento. Di lì è inviato a Bolzano, dove viene a sapere che la guerra è finita e le truppe tedesche sono allo sbando. A questo punto si precipita a Vipiteno per raggiungere moglie e figli. "Al mio arrivo, seppi che mia moglie con i bambini si erano trasferiti presso degli amici, in una piccola valle isolata dove c'era una contrada di poche case, fuori dalla portata delle bombe aeree. La raggiunsi lì e grazie a Dio erano tutti sani e salvi".
«La mattina seguente arrivò una jeep dell'esercito americano con un sottotenente dell'US Army. Sorprendentemente proprio lui, vestito della divisa nordamericana, mi portava un ordine del generale Wolff. Altro non potevo fare che ubbidire. Poche ore più tardi con la mia macchina arrivai a Vipiteno, dove mi presentai al comandante americano di zona». Si rivelò tutto un trucco. Lì inizia la sua prigionia e viene condotto al campo di concentramento di Rimini.
Nella primavera del 1946 è trasferito al campo allestito alla periferia di Ancona; dopo qualche mese a quello di Afragola. Siamo al settembre del 1946 e i prigionieri vengono a conoscenza del verdetto del processo di Norimberga. Dopo la sconfitta militare, dopo lo sbando delle truppe, dopo mesi e mesi di prigionia è l'intero mondo dei valori nei quali aveva sempre creduto che crolla davanti agli occhi di Priebke.
«Quando sentii parlare per la prima volta di un gigantesco apparato messo in piedi per sterminare gli ebrei, uomini, donne e bambini, per mezzo di camere a gas omicide, del fatto che essi venivano saponificati e ancora delle fosse comuni di Katyn ed altri ancora atti orrendi, tutti commessi da noi tedeschi, rimasi allibito. Né io, né nessuna persona da me conosciuta ne aveva mai sentito parlare».
«Solo e soltanto quando sulla mia pelle ho poi dovuto sperimentare che cosa potesse essere un complotto, frutto di mistificazioni costruite a tavolino con la collaborazione della stampa, di alcune autorità e di testimoni compiacenti, solo allora capii il vero significato storico, politico e sociale che assume il marchio di infamia impresso dal vincitore sullo sconfitto».
Dopo una breve sosta nel carcere di Napoli, la prigionia prosegue, nuovamente, nel campo di Rimini. Dopo venti mesi può finalmente riabbracciare moglie e figli.
Siamo nel' 47 e i tempi sono maturi per prendere una decisione sul cosa fare e sul dove andare. «Non potevamo ritornare in Germania senza evitare di finire in un campo profughi. Gli italiani potevano espellerci da un momento all'altro poiché non avevamo il permesso di soggiorno, i nostri soldi stavano per finire ed io non avevo un lavoro».
Nel 1948 Erich Priebke, con la famiglia, sbarca in Argentina, dove deve ricostruirsi un'esistenza partendo da zero. Inizia come lavapiatti, poi, presa un po' di dimestichezza con la nuova lingua, diviene cameriere al ristorante Adam,il numero uno delle birrerie di Buenos Aires.
Nel 1949 gli parlano di una località sciistica in Patagonia dove, per chi opera nel settore alberghiero, ci sono grandi opportunità. Nel 1952 è maitre d'hotel a Bariloche, la «Svizzera argentina». Il lavoro va bene e nel '55 riesce ad affittare una bella casa con giardino.
Nel 1959, approfittando di una buona occasione, acquista un negozio di alimentari che gestisce con successo sino all'età della pensione.
Nel 1967 nasce il primo nipote. Nel 1988, assieme ai familiari e agli amici, festeggia le nozze d'oro, avviandosi con serenità verso il crepuscolo di una vita piena di vicissitudini, ma anche di soddisfazioni, in quella Bariloche divenuta per lui un po' una nuova patria.
Quattro anni dopo, lo scoop dei Centri Wiesenthal. Il servizio televisivo. Gli articoli sui giornali. Il presidente Menem che, nel corso dei vari gradi di appello, preme sui giudici che si dimostrano recalcitranti a concedere l'estradizione. Gli agenti che pongono Priebke agli arresti domiciliari in attesa della decisione della Suprema Corte Argentina.
La Corte delibera il 2 novembre 1995, nonostante il parere contrario di tre giudici che vollero motivare in un documento congiunto il loro dissenso. Lunedì 20 novembre viene prelevato in casa e portato in aeroporto.
«Poco dopo le sette del mattino, l'avvocato Pedro Bianchi venne a casa, tentando di alleggerire il peso di quello che sarebbe stato il momento terribile della separazione violenta da mia moglie e dalla famiglia. Tutti piangevano. Io ero in uno stato di grande confusione, non potevo credere a ciò che stava avvenendo. Pedro mostrava tutta la sua frustrazione di anziano giurista, ferito proprio in ciò in cui per una vita intera aveva creduto. Alice si afferrava a me, un gesto disperato, irrazionale, non voleva lasciarmi andare».
«In quei momenti, mentre vivevo minuto per minuto lo sgretolarsi di ciò che era stata la mia esistenza, potei avvertire anche in modo fisico la lacerazione che si sarebbe creata nei nostri 55 anni di amore sincero. Ero troppo vecchio ormai per riuscire a fare qualcosa per proteggerla come avevo sempre fatto dal giorno del nostro primo incontro di tredicenni. Le ristrettezze economiche, la guerra, la prigionia, ci avevano insegnato a soffrire, ma ora era diverso, il dolore di noi anziani era senza speranza. Se ci avessero tolto la vita lì, insieme, quel giorno, sarebbe stato forse meno crudele. L'ultimo nostro abbraccio fu di due persone che stavano naufragando e accecato dal dolore non mi resi nemmeno conto di cosa quel trauma stava causando in lei».
«Solamente più tardi ho cominciato a capire cosa era successo. Quando già da carcerato a Roma per la prima volta potei ascoltare la sua voce al telefono, rimasi agghiacciato. Capii che per mia moglie quell'addio aveva avuto conseguenze fatali: l'inizio della graduale perdita della memoria e dell'autosufficzenza».
In auto fin sotto 1'aereo, un Falcon dell' Aeronautica Militare, appositamente inviato a Bariloche dal Governo Italiano. «Erano da poco passate le sei del mattino quando arrivammo a Ciampino».
Finisce così l'autobiografia di Erich Priebke e comincia l'amaro, assurdo e disumano caso giudiziario che vede, ancor oggi, un novantunenne costretto, a Roma, dietro le sbarre, agli arresti domiciliari.
Il caso giudiziario
A prescindere da tutti gli escamotage utilizzati, dai vari magistrati che si sono occupati del caso, per non contrariare i desiderata del partito della vendetta, la questione giuridica del caso Priebke è di una semplicità assoluta.
L'ordinamento giuridico italiano, così come quello di tutti i paesi civili, stabilisce che un cittadino non può essere giudicato due volte per lo stesso reato.
Iter giudiziario del casp Erich Priebke
20 novembre 1995
Estradato in Italia
5 aprile 1996 Respinta la richiesta di arresti domiciliari
1 agosto 1996 Sentenza del l o processo con dichiarazione di non punibilità e riarresto su iniziativa del ministro di Grazia e Giustizia
ottobre 1996 Annullamento della sentenza del lO agosto 1996
21 marzo 1997 Trasferimento di Priebke al Convento di San Bonaventura di Frascati
luglio 1997 20 processo di l° grado
22 luglio 1997 Sentenza del 20 processo di l° grado, con condanna a 15 anni
19 ottobre 1997 Trasferimento al Policlinico Militare
23 dicembre 1997 Arresti domicili ari a casa del dott. Paolo Giachini
27 gennaio 1998 Inizio del processo di Appello
maggio 1998 Sentenza del processo di Appello, con condanna all'ergastolo
16 novembre 1998 La Cassazione conferma la condanna all'ergastolo
24 novembre 1998 Trasferimento al Policlinico Militare
27 gennaio 1999 Trasferimento al Carcere di Forte Boccea
3 febbraio 1999 Concessione degli arresti domiciliari da scontarsi nella casa del dott. Paolo Giachini
12 luglio 2000 La Corte Costituzionale respinge la richiesta di indulto
16 luglio 2001 La Corte Militare di Appello respinge la richiesta di amnistia
23 aprile 2002 La Corte di Cassazione conferma il rifiuto della concessione di amnistia
Nel 1948 a Roma si è svolto il processo sui tragici fatti delle Cave Ardeatine. Imputati colleghi e superiori in grado di Priebke. Kappler fu ritenuto responsabile dell'errore - pur se involontario - che condusse alla morte cinque persone in più del numero stabilito e della decisione di aggiungere all' elenco ulteriori dieci nomi per la morte, sopraggiunta in ospedale, di un altro soldato del Bozen. Per tutto ciò Kappler fu condannato all'ergastolo. Tutti gli altri furono assolti. La posizione di Priebke fu quindi prima quella di indagato, poi di imputato, poi fu stralciata e alla fine fu archiviata.
In pratica, nessuno fu condannato per la rappresaglia perché, nonostante a soli quattro anni dai fatti le emozioni fossero ancora estremamente vive, non si poté considerare reato ciò che era semplice atto di ubbidienza ad un ordine superiore con la convinzione che tale ordine fosse legittimo. In tempo di guerra la rappresaglia era una prassi prevista dalle Convenzioni internazionali e praticata da tutti gli eserciti. Sarà il caso di ricordare che i russi l'applicarono nella proporzione di l a 120, gli americani di l a 110 e i francesi di l a 80.
Non si comprende quindi come il ministro della Giustizia Giovanni Conso possa aver affermato, violando palesemente l'indipendenza della magistratura: «Priebke è candidato all'ergastolo per il massacro delle Fosse Ardeatine, un crimine di guerra imprescrittibile».
Non si comprende come abbia potuto il giudice Intelisano solo in mezza giornata - come da lui stesso affermato - formulare e firmare l'ordine di arresto di Priebke da inoltrare alle autorità argentine. Come è possibile, in così poco tempo, aver rintracciato, studiato e valutato tutti i faldoni dei vari gradi di giudizio del processo Kappler?
Probabilmente è proprio per creare una cortina fumogena e confondere le carte su un caso che correva il rischio di finire in un flop, che la gazzarra giornalistica si incentrò soprattutto sulla costruzione dell' immagine di un «mostro»torturatore, sul «Boia di via Tasso».
«Eppure nel 1945 una apposita commissione alleata di controllo, aveva indagato sugli abusi avvenuti all'interno del comando della polizia tedesca di via Tasso e tra i vari nomi segnalati nel rapporto conclusivo, non aveva fatto una sola volta quello di Erich Priebke. Anche quando nell'agosto del 1946, prigioniero di guerra nel campo di concentramento di Afragola era stato interrogato dalle autorità militari inglesi, nulla di simile gli era stato contestato. E così pure nel 1948, al processo Kappler, nessuno lo aveva accusato o aveva parlato di lui in questi termini. Come mai tutte queste storie sulle "teutoniche efferatezze" di Erich Priebke emergono improvvisamente dopo un silenzio di mezzo secolo?».
Man mano che la sceneggiatura del caso Priebke veniva scritta dai media e dalle lucide e dettagliate «testimonianze» improvvisamente, dopo cinquant'anni, emerse dall'oblio, la scena che prendeva forma andava sovrapponendosi in maniera impressionante con quella rappresentata nel film «Roma città aperta» di Roberto Rossellini.
Il regista, tra i più compromessi con il passato regime - suoi sono gli apologetici «Un pilota ritorna» e «L'uomo della croce» - è tra i primi a cercare di riciclarsi con il ben sperimentato sistema di buttarsi ad occupare posizioni più estreme di quelle di quei pochi che antifascisti lo erano stati davvero.
«La trama del film scaturisce da uno schema piuttosto rozzo, che contrappone i cattivi ai buoni; i primi rappresentati dai tedeschi, esseri assolutamente ripugnanti. Chi veste la divisa tedesca è descritto sempre nei panni dell' aguzzino, dalle scene di tortura all'interno del carcere di via Tasso, fino a quelle dell'essere laido che tenta di insidiare le donne italiane e questo a maggior ragione se si tratta di un ufficiale, come nel caso del comandante, arrogante e privo della minima umanità».
«Ci viene proposta l'immagine di un'orrida prigione di via Tasso, vero regno del terrore, dove ogni tanto qualche urlo infastidisce il comandante che in una occasione arriva a sbottare con aria tra lo stizzito e l'annoiato: "Ma quanto urlano questi italiani"».
«In quel carcere viene offerto agli occhi dello spettatore un angosciante panorama di torture, che poi diventeranno un classico nei racconti di certa narrativa successiva. Ci appare un tedesco con una frusta in mano, nelle vicinanze una fiamma ossidrica appoggiata su di un tavolo che, come si vede per un istante, serve ad arroventare dei ferri i quali, è facile presumere, saranno usati per dilaniare carni umane. Accanto un secchio d'acqua che senza dubbio sarà fatto ingurgitare a viva forza al malcapitato di turno».
«Nel 1995, una ex combattente gappista pubblicherà un articolo ne l'Unità basato proprio su questi temi. È quella Maria Teresa Regard che si è vantata di aver fatto strage di tedeschi con un attentato, mentre per sua stessa ammissione a lei non era stato torto un solo capello durante la detenzione a via Tasso».
lndro Montanelli, che le celle tedesche aveva conosciuto, confidò in un'intervista al giornalista Michele Brambilla: «c'erano ufficiali tedeschi "umani". C'erano. Non è vero che smaniassero tutti di ammazzare... I tedeschi non torturavano...».
Rossellini, con il suo film ottimamente confezionato, aiutato in ciò da attori del calibro di Anna Magnani e Aldo Fabrizi, realizzò un'opera di fantasia destinata col tempo a sostituire il realmente accaduto nella memoria collettiva.
Con l'ausilio della campagna di stampa, l'imputato Priebke è così praticamente collocato al centro delle scene rappresentate in «Roma città aperta», come se si trattasse di una prova documentaria o l'indicazione di reati effettivamente commessi.
* * *
La parte centrale del libro riproduce in modo completo e dettagliato tutti i risvolti del «caso giudiziario», sino a pubblicare gran parte degli atti processuali relativi alle testimonianze. Rimandando quindi il lettore ad utilizzare il libro per i doverosi approfondimenti, accenneremo qui a quelle altre tematiche che è bene conoscere per una giusta valutazione di questo caso, sia dal punto di vista storico che da quello giuridico.
La resistenza romana, prima dell' attentato di via Rasella, era organizzata in maniera collegiale e, oltre alle cellule riferibili direttamente al PCI, erano operanti cellule monarchiche, comuniste, socialiste, democristiane, liberali e del Partito d'Azione. Badoglio aveva nominato capo del Centro Militare Clandestino il colonnello monarchico Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo.
I GAP -le cellule riferibili al PCI, organizzatrici dell'attentato - ambivano, come in altre zone d'Italia, a conquistare la leadership della resistenza. Gli storici, sulle delazioni che condussero all'arresto dei «resistenti», hanno effettuato ricostruzioni diverse, più o meno prudenti; fatto sta che nei giorni precedenti l'attentato, nelle celle di via Tasso e di Regina Coeli s'erano create molte «presenze», a partire dallo stesso Montezemolo. E, tra gli arrestati, molti erano i partigiani di «Bandiera rossa», quei comunisti che facevano concorrenza a quelli dei GAP.
Le vittime della rappresaglia - che era assolutamente prevedibile - furono scelti tra coloro che erano reclusi e, dopo quelle esecuzioni, la leadership della resistenza nella capitale risultò radicalmente cambiata.
Qualche tempo prima, un altro attentato era stato organizzato dai GAP, ai danni del ministro dell'Interno Buffarini Guidi, ma, all'ultimo momento, come scrive il gappista Bentivegna, arrivò il contrordine: «L'azione è sospesa. Emmanuele Rocco e altri [dei GAP] sono stati arrestati ieri, potrebbero essere uccisi per rappresaglia. Torniamo alla base». Come mai nell'attentato di via Rasella furono prese decisioni di segno opposto? (2)
A chi, dunque, poteva convenire quell'attentato?
Non certo alla popolazione che, oltre a piangere la morte di 5 passanti - tra cui un bambino di tredici anni, Pietro Zuccheretti, il cui corpo dilaniato dall' esplosione fu ritrovato in diversi pezzi sul selciato di via Rasella - e il ferimento di 20, dovette subire il trauma della rappresaglia e un inasprimento delle condizioni di vita.
Certamente non agli antifascisti militanti che furono decimati dalla rappresaglia.
Allora, a chi giovò?
La mentalità sicuramente contorta che è all' origine di questo attentato ricorda molto da vicino un ragionamento che fece, in una lettera a Vincenzo Bianco, Palmiro Togliatti nel febbraio del 1943: « ...se un buon numero di prigionieri [italiani in URSS] morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire. Anzi. E ti spiego il perché... il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, è il più efficace degli antitodi. Quanto più largamente penetrerà nel popolo la convinzione che aggressione contro altri Paesi significa rovina e morte per il proprio, significa rovina e morte per ogni cittadino individualmente preso, tanto meglio sarà per l'avvenire d'Italia...».
Nel marzo del 1949 alcuni parenti delle vittime delle Cave Ardeatine citarono in giudizio gli esecutori dell'attentato di via Rasella - Rosario Bentivegna, Franco Calamandrei, Carlo Salinari e Carla Capponi - ed i mandanti Sandro Pertini, Giorgio Amendola e Riccardo Bauer.
Nel 1950 il Tribunale di Roma rigettò la richiesta di risarcimento. Non solo. A Rosario Bentivegna, in seguito, fu consegnata una medaglia d'argento al valor militare e alla Capponi addirittura una medaglia d'oro. In quell'occasione molti protestarono; il generale dei paracadutisti Giuseppe Palumbo manifestò tutto il suo sdegno restituendo le medaglie guadagnate sui campi di battaglia.
Un nuovo procedimento contro gli ex gappisti Bentivegna, Capponi e Balsamo, con l'accusa di strage, prese l'avvio nel 1996, ma anche questa volta la Procura di Roma chiese al giudice per le indagini preliminari di archiviare il caso. Ma il GIP, Maurizio Pacioni, studia le carte, si prende la briga di controllare gli articoli delle leggi, non è convinto, e rinvia gli atti al sostituto procuratore, chiedendo ulteriori indagini sui retroscena e sulle motivazioni dell'attentato dei GAP. Apriti cielo! I mass-media si scatenano in un linciaggio morale contro il malcapitato Pacioni che è costretto a rinunciare ad occuparsi della pratica.
* * *
Nelle more del processo, Erich Priebke ha l'occasione di leggere il libro di memorie «Il provinciale» scritte dal capo partigiano Giorgio Bocca, dove c'è un aneddoto che riguarda un maresciallo delle SS caduto prigioniero nelle mani dello scrittore: «... conosce tutti i nostri depositi, conosce noi del comando, se ce lo portiamo dietro l'occasione di scappare la trova, no, è un rischio troppo forte e poi c'è la regola feroce e forse sbagliata ma che nessuno si sente di violare: se arriva un rastrellamento i prigionieri vanno fucilati, forse che i nostri non li fucilano o impiccano appena li prendono? Si, ma mettere Hans davanti un plotone di esecuzione non me la sento. Ci deve pensare uno di noi, uno dei comandanti. Li chiamo e dico: "tiriamo la paglietta, tocca alla più corta". La più corta rimane nella mano di Megu, il medico, un Dogliotti di Canelli, primario di fama, dopo. Poi in ordine di lunghezza toccherebbe a uno dei gemelli Silvestri o a Mario il novarese. Ci incamminiamo verso il Col Birone e il Megu che si è messo tra i primi subito dopo Hans comincia ad arretrare, ha gli occhi della paura dietro gli occhiali, mi viene al fianco e mormora: "Non me la sento, Giorgio, non me la sento". Non se la sente neanche Silvestri e neanche Mario il novarese e i partigiani seguono i nostri gesti, i nostri mormorii e io capisco che potrebbe essere la fine, chi verrà all'appuntamento a Susa se si dubita del comandante? E allora tocca a me. Vado dietro a Hans e alla prima curva del sentiero quando non copre i partigiani sparo. Si sente il clic del Thomson che fa cilecca. Lui si volta sbiancato. Ha sentito, ha capito. Fa ancora due passi e questa volta la raffica parte. Si arruota con il suo urlo, come se volesse sfuggire alla morte avvitandosi nell'aria. Ho i visceri attorcigliati ma un comandante è quello che si aspettano i suoi uomini. "Seppellitelo" dico con voce fredda».
Priebke commenta amaramente: «In Italia c'era dunque chi poteva tranquillamente raccontare di aver commesso una simile violazione della convenzione di Ginevra, un tale crimine di guerra: uccidere colpendo alle spalle un prigioniero inerme. Si poteva in questo paese confessare di aver premeditato, portato a termine coscientemente ed in base al proprio arbitrio, una così riprovevole azione e nonostante tutto ciò, poi continuare ad essere una celebrità riverita e superpagata dagli editori. Altro che imprescrittibilità dei crimini di guerra...! E questo mentre, senza complessi, si continuava poi a perseguitare uno che aveva invece ubbidito ad un ordine preciso di rappresaglia, basato, a torto o a ragione, sul diritto consuetudinario di guerra». E, aggiungiamo noi, mentre americani e israeliani continuano a praticare indisturbati esecuzioni sommarie.
* * *
Montanelli, nella sua pagina del Corriere della Sera, il 17 dicembre del 1998 scrive: «Se la mia penna potesse qualcosa, il processo Priebke, a cinquant'anni di distanza dal verdetto della Corte marziale che lo aveva scagionato, non si sarebbe fatto, e comunque non si sarebbe concluso per volontà di due uomini che ora lo hanno sulla coscienza, ammesso che abbiano una coscienza: il procuratore Intelisano, ma ancor più di lui il ministro della Giustizia Flick che per un atto di arbitrio fece revocare la sentenza che praticamente confermava quella di cinquant'anni fa, e ne ordinò non la revisione, ma il rovesciamento. ... caso Priebke, vergogna della Giustizia italiana».
La lettura storico-politica dei fatti
Il 27 aprile del 1996 Priebke riceve in carcere la visita di un giovane imprenditore, Paolo Giachini, che, scandalizzato per il trattamento riservato all'anziano capitano tedesco, si mette a disposizione per cercare di compensare, nel limite delle sue possibilità, la «vergogna della Giustizia italiana».
Per tutta la vicenda questo incontro risulta fondamentale. Se Giachini non avesse sposato la causa di Priebke, probabilmente, questo caso sarebbe finito nel dimenticatoio dei mass-media e, prima o poi, in un carcere o in ospedale militare, nel disinteresse generale, sarebbe stato registrato il decesso di un quasi sconosciuto detenuto ultranovantenne.
È merito di questo imprenditore, presidente dell' «Associazione Uomo e Libertà», se Priebke è stato assistito da adeguati collegi di difesa, se è riuscito a veder stemperato 1'atroce trattamento iniziale, se è riuscito ad usufruire di arresti domiciliari e a vivere in questi ultimi anni recluso, ma dignitosamente.
L'ultima parte del libro «Vae victis» è opera di Paolo Giachini che, sulla base dei dettagliati approfondimenti che ha avuto modo di fare soprattutto in questi ultimi otto anni, ci offre una serie di considerazioni storiche e politiche di grande valore.
L'inizio è dedicato ad inquadrare il periodo del secondo conflitto mondiale. L'andamento della guerra, i bombardamenti terroristici sulle città europee e giapponesi: Lubecca, Colonia, Amburgo, Dresda, Tokyo, Hiroshima, Nagasaki ... I campi di concentramento per i prigionieri tedeschi, le foibe istriane ... Le varie sfaccettature, insomma, di una storia sinora divulgata solo in modo artefatto e interessatamente fantasioso. "
Si giunge quindi a trattare del processo di Norimberga e delle sue conseguenze.
Sintomatico, per valutare lo spirito che ha guidato questi processi, è il fatto che Americani e Inglesi dovettero, per istituire le corti giudicanti, addirittura modificare nei propri codici penali militari norme del tipo: «Appartenenti alle forze combattenti, che commettono delle infrazioni alle norme che disciplinano la condotta di guerra e che abbiano al riguardo ottenuto un ordine dai loro superiori, non sono considerati criminali di guerra, e pertanto non possono essere condannati dal nemico». Oppure: «Appartenenti alle forze combattenti non vengono puniti per reati che essi abbiano commesso dietro ordine superiore o con il consenso del loro governo ovvero con il consenso di chi ha loro impartito l'ordine».
Ancor più interessante poi è il fatto che, una volta conclusi i processi di Norimberga, emesse le sentenze ed eseguite le impiccagioni, gli inglesi eliminarono le modifiche e i codici militari tornarono ad essere, integralmente, come prima.
L'autore riporta a questo punto una citazione del senatore Robert A. Taft pubblicata - e sottoscritta - da John F. Kennedy nel 1956.
«La Costituzione degli Stati Uniti, che non consente l'introduzione di leggi retroattive, non è una raccolta di parole soggette a libera interpretazione: è il fondamento della nostra giustizia. È cosa disgustosa che a Norimberga si sia venuto meno ai nostri principi costituzionali per punire un avversario sconfitto. Queste considerazioni sono condivise, ritengo, da molti americani di oggi e furono condivise, sia pure riservatamente, da molti americani del 1946. Un processo tenuto dai vincitori a carico dei vinti non può essere imparziale per ché in esso prevale il bisogno di vendetta, e dove c'è vendetta non c'è giustizia. Nei processi di Norimberga, noi accettammo la mentalità sovietica che antepone la politica alla giustizia, mentalità che nulla ha in comune con la tradizione anglossassone. Gettammo discredito sull'idea di giustizia, macchiammo la nostra Costituzione e ci allontanammo da una tradizione che aveva attirato sulla nostra nazione il rispetto di tutto il mondo». (3)
Giachini si occupa quindi del sionismo e della questione mediorientale, che rappresentano il nodo essenziale per comprendere la mentalità e le finalità sottese ai gesti dei burattinai del caso Priebke e di tutti i «nazishow».
Prende così corpo, anche nei dettagli, quel «partito della vendetta», come noi lo abbiamo chiamato, vera e propria punta di diamante di un sistema di potere mondiale. Un partito che, dopo essere riuscito ad imporre come storia e rappresentazione del vero, il frutto di fantasie maniacali e razziste (4), spesso collocabili molto al di là del limite della credibilità, è giunto ad un delirio di onnipotenza ormai incontrollabile e dalle conseguenze imprevedibili.
Paolo Giachini conclude il suo scritto con una considerazione pessimistica: «Il nostro tempo è malato, bisogna lasciarlo al suo destino di possente realtà affetta da un male incurabile A noi non resta altro che aspettare, la società attuale finirà da sola».
Paolo Giachini è un moderno samurai. Una roccia. Uno strenuo difensore dei propri valori. Non un politico. Noi invece, che crediamo nella validità degli interventi per fermare il degrado, che temiamo che un esasperato fatalismo possa condurre, oltre che alla fine di questa società, anche alla fine del nostro popolo, cerchiamo di seguire la nostra sensibilità politica, di affinarne il sentire e provocarne, il più possibile, l'agire.
Ma Paolo Giachini non è un politico; se lo fosse stato probabilmente non avrebbe fatto quello che ha fatto, o avrebbe agito in modo assolutamente differente. Ed è proprio grazie all'agire di questo moderno samurai che oggi, come italiani, di fronte al caso Priebke, possiamo vergognarci un po' meno.
La dignità di Erich Priebke
Al termine della sua Autobiografia, il capitano tedesco affida al lettore questa considerazione: «Mi pesa molto la mancanza della libertà e molto più ancora la mancanza di Alice. La mia coscienza di uomo si sente libera però. Per nessun motivo vorrei essere al posto dei miei persecutori che, senza vincoli nello spazio, ma prigionieri nell'animo, mi hanno tolto la libertà. Mai, però, mi toglieranno la dignità».
La dignità, ecco l'elemento che per il partito della vendetta rappresenta una colpa imperdonabile. Sicuramente avrebbero preferito mostrare al mondo un'immagine differente: piagnucolosa, supplichevole, disposta a ritrattare ed affermare qualsiasi cosa pur di ottenere un qualche piccolo beneficio.
Invece Priebke si è comportato da signor ufficiale in tutti i dieci anni che lo hanno visto al centro di questo caso giudiziario.
Dignità nel sopportare tutte le angherie che spesso hanno raggiunto il limite della tortura; ne ricordiamo alcune:
- Meno di due ore dal suo arrivo a Ciampino fu sottoposto al primo, lungo interrogatorio. Tre ore con più di 100 domande. «Fisicamente mi sentivo a pezzi, oltre la stanchezza c'era il cambio di fuso orario, ma soprattutto ero turbato dalla mia nuova condizione di recluso in carcere; solo come un cane da quest'altra parte del mondo. Ero completamente esausto e mi sentivo incapace di sostenere quel confronto. I due giudici, il procuratore militare lntelisano e il giudice per le indagini preliminari Mazzi non parlavano la mia lingua e con loro avevano una interprete che si sarebbe poi rivelata non all'altezza della situazione. In cinquant'anni il mio italiano era molto scaduto e per giunta già allora anche il mio udito lasciava parecchio a desiderare. Alla fine scelsi comunque di essere fiducioso nella giustizia e accettai di sottopormi immediatamente all'interrogatorio; visto anche che i miei avvocati sostenevano che data la mia età, avevo sicuramente diritto alla libertà in attesa di giudizio. In risposta, alla fine del confronto, si chiusero definitivamente per me le porte del carcere».
- «Tutte le sere un agente montava di guardia dentro la mia cella. Per tutta la notte la porta rimaneva aperta e lui, ovviamente, passava il suo tempo a chiacchierare con i colleghi nel corridoi, mentre io di conseguenza non potevo dormire».
- «Uno specchio grande sul soffitto, rifletteva le immagini della mia nuova cella alla vista di quattro guardie che stavano sempre fisse al di fuori, nel corridoio. Anche il gabinetto era controllato da un piccolo spioncino che dava sempre sul corridoio. Dovevo essere esposto alla loro vista anche quando facevo i miei bisogni, cosa questa alla quale la prigionia anni prima mi aveva più o meno abituato, ma che ora da vecchio era per me un peso. Ancora più duro però, era sopportare la faccia dei dirigenti del carcere, quando dicevano che tutto questo, che purtroppo per me risultava così pesante, naturalmente veniva fatto per il mio bene».
- "Al principio i continui controlli furono per me causa di una notevole ansia. Mi ci volle molto tempo per abituarmici, specie per le irruzioni notturne. Nel bagno c'era una doccia dove non arrivava mai acqua calda, ma da buon berlinese mi imposi di lavarmi lo stesso tutti i gironi, restando diversi minuti sotto l'acqua fredda. Era quasi un esorcismo contro le malattie»
- «Paolo, con una istanza, chiese al Tribunale di far prendere ai due medici visione diretta di tutte le mie passate analisi cliniche. Ottenuto il permesso, essi poterono finalmente esaminare la mia cartella clinica fino ad allora inaccessibile ai sanitari non militari. Nelle vecchie lastre radiografiche della tomografia RN del mio cervello, scoprirono lesioni ischemiche piuttosto vistose, mai segnalate nei rapporti del policlinico militare ai giudici. Per l'omissione fu fatta subito una denuncia all'ordine dei medici il quale, naturalmente, neppure si degnò di rispondere».
- Nel 1998 Priebke fu afflitto da un violento mal di denti. Chiesta l'autorizzazione di condurlo dal dentista, la risposta arrivò solo dopo 14 giorni; «due lunghe settimane che io dovetti passare con il mal di denti. Non finì lì perché lo schieramento che i carabinieri misero in piedi per portarmi all'ambulatorio dentistico (causa le paranoie dell'ufficiale addetto alla sicurezza) fu tale che il dentista, finito subito sulle pagine dei giornali, fu costretto a rinunciare a curarmi».
- «Quelle quattro mura del policlinico erano sorvegliate al solito da una quantità di carabinieri; porta e luce dovevano restare aperte 24 ore su 24. La notte tentare di dormire era di nuovo impossibile, ... io avevo il letto vicino all' entrata e la luce mi illuminava per bene in faccia».
A tutto ciò Priebke ha risposto con un atteggiamento serio, compassato e dignitoso. Così lo abbiamo visto anche nelle udienze, mentre riceveva gli insulti più volgari.
Sempre dignitoso, soprattutto, nel non vergognarsi mai di essere stato un onesto e disciplinato soldato della patria tedesca.
L'importanza delle sentenze contro i diffamatori
«l tribunali raramente hanno voluto riconoscere che i miei diritti erano stati lesi dagli insulti e dalle menzogne. In genere la scusa addotta nelle sentenze ricordava la storia del cane che si morde la coda: io, in pratica, non avevo più una dignità da poter difendere (perché il gran coro di insulti e menzogne mi avevano tolto di fatto ogni possibilità di ottenere rispetto) e quindi, di conseguenza, era dato per acquisito il diritto di mentire e di insultarmi ancora».
Le denunce penali sono quindi sempre, puntualmente archiviate.
Priebke, con teutonica costanza, riprende, a questo punto, tutte le denunce di diffamazione archiviate in sede penale e le ripropone in sede civile.
Per il giudice, l'archiviazione del procedimento civile è infatti praticamente impossibile e, una volta giunti in aula, di fronte all'evidenza dei fatti dibattuti, le cose possono andare in modo diverso dal passato.
Dal 2001 cominciano ad arrivare le sentenze di condanna: Edizioni Mursia, lo scrittore De Simone, Famiglia Cristiana, il Messaggero, la Stampa, Corriere della Sera, l'Unità, Shalom... E pensiamo proprio che la lista sia destinata ad allungarsi.
Si tratta di sentenze molto importanti perché contribuiscono a bilanciare, pur se in minima percentuale, questa enorme «vergogna della Giustizia italiana». Una vergogna, peraltro costata allo Stato oltre 14 miliardi delle vecchie lire.
Ancor più importanti sono le copie dell' Autobiografia che verranno diffuse e lette. La verità storica e la correttezza dell'informazione, alla fine, sono destinate a prevalere.
Mario Consoli
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ERlCH PRlEBKE
AUTOBIOGRAFIA «VIE VI CTIS»
DI ERICH PRlEBKE E PAOLO GIACHINI
NEL BUIO DELLE CAVE ARDEATINE, PIÙ DI MEZZO SECOLO FA, UCCISE DUE UOMINI CON UN COLPO D'ARMA DA FUOCO ALLA NUCA. OGGI, CONDANNATO ALL'ERGASTOLO PER CRIMINI DI GUERRA, ERICH PRIEBKE CI RACCONTA LA SUA STORIA.
NATO NELL'ISOLAMENTO DI UNA CELLA QUANDO IL PROTAGONISTA GIÀ QUASI NOVANTENNE ERA SOTTO MISURE CARCERARIE SPECIALI, QUESTO LIBRO CI PORTA INDIETRO NEL TEMPO. NELLA GERMANIA NAZIONALSOCIALISTA AL COSPETTO DEI GERARCHI GORING, HIMMLER, HEYDRICH.
POI DURANTE LA GUERRA, A "ROMA CITTÀ APERTA", CON I RICORDI DELLA PRIGIONE DELLA GESTAPO IN VIA TASSO, DOVE VENIVANO RINCHIUSI I PARTIGIANI E DA DOVE, CON LE MANI LEGATE, USCIRONO MOLTE DELLE VITTIME DELLA RAPPRESAGLIA PER ANDARE A MORIRE QUEL 24 MARZO DEL 1944.
DOPO AVER AVUTO PARTE NELLA LIBERAZIONE DI MUSSOLINI DAL GRAN SASSO E NELLA FUGA DI GALEAZZO CIANO E DELLA MOGLIE EDDA, A FINE CONFLITTO ERICH PRIEBKE ABBANDONA LA DIVISA DI CAPITANO DELLE SS PER VESTIRE QUELLA DEL PRIGIONIERO DI GUERRA FINO AL GIORNO IN CUI, SCIVOLANDO SOTTO IL FILO SPINATO, FUGGIRÀ VERSO UNA VITA NUOVA NEL PARADISO ARGENTINO.
IMPROVVISAMENTE DOPO PIÙ DI 50 ANNI DI OBLIO, IL 5 MAGGIO 1994, IL SUO VOLTO APPARE IN AMERICA DAGLI SCHERMI IN UNO SPECIALE TELEVISIVO DELLA ABC E IL GIORNO DOPO È SULLE PRIME PAGINE DI TUTTI I GIORNALI DEL MONDO. DA ALLORA, PER ANNI I MEDIA SI SONO OCCUPATI DI LUI.
NÉ EICHMANN NÉ BARBIE NÉ ALTRI ANCORA TRA QUEGLI UOMINI, CHE OGGI SEMBRANO QUASI FANTASMI EMERSI DALLE NEBBIE DEL PASSATO, CI HANNO LASCIATO UN DOCUMENTO VERO, DA TESTIMONI OCULARI DEGLI EVENTI DI QUEL MONDO QUALI ESSI FURONO, COSA CHE INVECE CON QUESTO LIBRO HA FATTO ERICH PRIEBKE. UN DOCUMENTO DI ECCEZIONALE VALORE NON SOLO STORICO; SOPRATTUTTO UN MESSAGGIO DALL'INCOMMENSURABILE VALORE UMANO.
IL LIBRO PUÒ ESSERE ACQUISTATO IN LIBRERìA O PRESSO LA ASSOCIAZIONE UOMO E LIBERTÀ, VIA PANISPERNA 209, 00184 ROMA. TEL.: 0647821743 - FAX: 0647821742 "E-MAIL: INFO@UOMOELIBERTA.IT
(1) La richiesta arrivò in seguito, ma la Corte Costituzionale, interpellata, la dichiarò illegittima e quindi, con ciò, fu riconosciuto illegittimo il «riarresto» deciso dal ministro Flick. Segno dei tempi: Flick, successivamente, forse come premio, fu nominato addirittura membro della Corte Costituzionale.
(2) Rosario Bentivegna, Achtung Banditen, Gruppo Ugo Mursia Editore S.p.A., 1997, p. 24.
(3) Dal 1963, anno dell'assassinio del presidente Kennedy, fui convinto che quell'attentato avesse rappresentato semplicemente una resa dei conti tra lobbies concorrenti. Ma negli ultimi anni ho rintracciato alcune notizie che mi hanno stupito. A 20 anni, durante il suo viaggio in Italia, Kennedy invia al padre una lettera nella quale si esalta il regime fascista «che tutti in Italia avevano l'aria di gradire» e soprattutto il sistema economico corporativo.
Come presidente, in aperta polemica con i poteri forti della Federal Reserve, fece stampare banconote di Stato - che non gravavano di interessi né sul bilancio del governo, né sui cittadini americani - che, in modesta quantità, sono ancora in circolazione.
Ora, con la scoperta della citazione del senatore Taft, fatta propria da Kennedy, mi viene il sospetto che, approfondendo l'argomento, potrebbero emergere, su quel presidente americano, altre interessanti notizie.
(4) A monte di tntto l'agire del «partito della vendetta» è smaccatamente evidente un fortissimo razzismo antitedesco, così come Israele è pervaso da un diffuso razzismo antipalestinese, così come in tutto il mondo, nei giornali, nelle televisioni, nell'editoria è sempre più presente, strafottente, supponente, intollerante, la spocchia di chi non è disposto ad accettare limiti o critiche, sentendosi appartenente ad un popolo «eletto».
Condanne per diffamazione ottenute sino al febbraio 2004 a favore di Erich Priebke
Casa Editrice Mursia Sentenza del Tribunale civile di Roma del 28.09.2001 Lo aveva ingiustamente accusato dell'assassinio del sindacalista Bruno Buozzi, avvenuto nel giugno 1944.
Cesare De Simone (scrittore) Sentenza del Tribunale civile di Roma del 28.09.2001 Lo aveva ingiustamente accusato dell'assassinio del sindacalista Bruno Buozzi, avvenuto nel giugno 1944.
Famiglia Cristiana Sentenza del Tribunale civile di Alba del 5.11.2002 Per essere stato ingiustamente accusato di aver avuto parte nella deportazione degli ebrei romani, avvenuta nell'ottobre 1943.
Il Messaggero Sentenza del Tribunale civile di Roma del 5.07.2002 Per essere stato ingiustamente accusato da un articolo di Luis Sepulveda di attività criminali e di losche connivenze in Argentina.
La Stampa Sentenza del Tribunale civile di Torino del 21.02.2003 Per lesioni della dignità personale subite a causa di un articolo di 19or Man.
Corriere della Sera Sentenza del Tribunale civile di Milano del 7.07.2003 Lo aveva ingiustamente accusato dell'assassinio del sindacalista Bruno Buozzi, avvenuto nel giugno 1944.
Rosina Stame Sentenza del Tribunale civile di Roma del 1.08.2003 Per essere stato ingiustamente accusato di atti di tortura ai danni del padre.
L'Unità Sentenza del Tribunale civile di Roma del 12.01.2004 Per essere stato ingiustamente accusato di aver compiuto deportazioni verso i campi di sterminio ed aver, da ricattatore vile e peifido, deciso di mandare a morte alle Fosse Ardeatine un detenuto del carcere di via Tasso per vendicarsi del rifiuto che la moglie dello stesso avrebbe opposto ai suoi tentativi di corteggiamento.
Shalom
Sentenza del Tribunale civile di Roma del 14.01.2004 Per aver ingiustamente abbinato il suo nome e quello del suo procuratore dotto Paolo Giachini a episodi vandalici compiuti nel cimitero ebraico di Prima Porta.
01/07/2007