Alzo Zero 2007


Il muro di cui nessuno parla

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I lavori sono iniziati nel 1980 e mai interrotti, si sviluppa per 3 mila km. ed è in un territorio occupato dal Marocco e serve a confinare gli indipendentisti del Polisario ( Frente popular para la liberatiòn de Saggia el Hamra de Rio de oro ).

Per i marocchini è una “ Berm”(barriera)difensiva, ma per il popolo Saharawi è il “ muro della vergogna”, eretto da arabi per soffocare altri arabi e benché l’Onu abbia riconosciuto il diritto dei Saharawi all’indipendenza nel 75, mai c’è stata una risoluzione contro il muro. Cessate il fuoco virtuale in vigore dal 91.

Insieme alla Muraglia cinese, che batte in lunghezza, è il solo manufatto visibile dallo spazio, e non si trova stavolta in Israele.

Tifatiti, un triangolo d’Africa al confine marocchino, di cui i grandi media non ne parleranno mai. Perché il cattivo non è bianco, ricco, ebreo o filo occidentale, bensì un paese islamico di aspiranti “vù cumprà”, il Marocco appunto, che da 15 anni tiene rinchiusa un’altra nazione, anch’essa islamica, in una striscia di sterile deserto maghrebino. La nazione è la Repubblica araba Saharawi democratica , nata nel 76 e riconosciuta da 74 Paesi tra cui la Spagna. Gli abitanti sono 200 mila.

Da Tifariti il muro si intravede già all’orizzonte. Dalle tendopoli e dalle casupole di sabbia seccata dove i Saharawi sopravvivono da quando l’esercito reale marocchino, nel 1975 li cacciò a furia di napalm dal Sahara Occidentale, l’ex colonia spagnola loro patria per secoli. In seguito all’invasione, 200.000 profughi abbandonati a se stessi fuggirono nel più ostile dei deserti, creando al contempo un movimento di resistenza armata, il Fronte Polisario, con l’obiettivo di liberare i territori occupati.

Il risultato fu una guerriglia determinata quanto efficace, tanto da costringere all’impasse la ben più folta armata dell’invasore e venne l’idea di stroncare per sempre, erigendo un muro, i sanguinosi attacchi condotti dal Polisario in territorio marocchino o contro i coloni inviati da Rabat nelle nuove terre attraverso la cosiddetta Marcia verde. In pratica rinunciare ad una porzione delle terre usurpate desertiche per meglio difendere il resto del territorio, fertile e pescoso in quanto bagnato dal mare, ricco di petrolio e miniere di fosfati le più grandi del mondo.

La barriera di separazione, in arabo Berm, prese il via nell’agosto 1980 e con data di consegna dell’opera nell’aprile del 1987. In realtà non è ancora terminata e i lavori mai interrotti. Peggio del Duomo di Milano dal cantiere perpetuo.

I finanziamenti iniziali giunsero dall’Arabia e mantenerla costa al governo di Rabat un milione di dollari al giorno: un totale di 2720 km (1600 alla fine il controverso muro israeliano) per 3-4 metri di altezza di un misto di roccia e muratura, inframezzato da reti elettrificate, filo spinato (rotolo da 20.000 km) e guardiole a distanza regolare. A vigilare sul Berm 160.000 soldati marocchini, 240 batterie d’artiglieria, mille veicoli blindati, decine di postazioni radar a largo e medio raggio. Inoltre batterie di missili, mortai e dall’alto un’aviazione tra le più potenti del continente. In prossimità del muro in zona Saharawi 5 milioni di mine proibite antiuomo e anticarro anche a frammentazione, gran parte di vecchia fabbricazione italiana.

Per i Sahawari è divenuto impossibile anche solo avvicinarsi all’area del muro, chi ci ha provato, in centinaia, è finito in pasto agli scorpioni.Si trovano letteralmente sigillati tra esso e il sorvegliato confine mauritano. In una terra di nessuno ribattezzata dal 1976 “Rasd”, tra deserto e campi profughi di là dal confine algerino i “ rasdiani” conducono una vita da primato dell’indigenza. Tutto deve essere portato da fuori, acqua, cibo, combustibile. Le case di sabbia, unico materiale disponibile, possono crollare alla minima tempesta e ai 60° estivi si liquefanno. Moltissime le famiglie spezzate dalla costruzione del muro, con genitori, figli o fratelli che non si vedono da oltre 30 anni e, a volte, si parlano al telefono, in dialetto hassaniya una volta ogni due, dato che le autorità marocchine cercano di scoraggiare futuri ricongiungimenti.

Mentre i bambini si allenano giocando al “salto della mina” gli uomini sono tutto l’anno al fronte, o meglio a pattugliare su jeep rattoppate un fronte ormai virtuale da deserto dei tartari. Soltanto lo stoicismo delle loro donne, le più emancipate dell’Islam, permette alle comunità (dayre) di tirare avanti, sopperendo in prima persona all’assenza di ospedali, scuole, strutture politiche, lavoro. Uniche entrate qualche aiuto internazionale,ma sempre meno, e qualche commessa di tappeti artigianali.

E l’Onu che fa ? Nel 91 inviò osservatori in vista di un referendum tra Saharawi e coloni che avrebbe sancito l’indipendenza del Sahara Occidentale. Si chiamava missione “ Minurso”, però in prossimità della scadenza dal marocco partì una seconda Marcia verde con 255.000 coloni, al fine di alterare la bilancia demografica in chiave referendaria. Al Palazzo di vetro rimasero a guardare, senza intervenire come per il muro. Un silenzio assordante che ha un responsabile nella Francia con diritto di veto , supporter incondizionato del regime marocchino.

Se il muro salva vite israeliane e la lotta di liberazione è quella palestinese, allora il caso arriva all’Aja e alle Nazioni Unite, ma se invece i murati vivi sono arabi non Wahabbiti e gli usurpatori beneficiati sono fidi alleati sullo scacchiere nord africano, allora non è il caso di intervenire.

 

ERCOLINA  MILANESI 

03/09/2007


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