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Alzo Zero 2007
L’Italia è una colonia?
di Antonella Randazzo - 13/04/2007
I mass media propagandano l'immagine dell'Italia come di un paese
libero e democratico, in cui la popolazione gode di potere politico
ed economico. Ma è davvero così? Il sospetto che l'élite egemone
economico-finanziaria si sia appropriata del nostro paese sotto
tutti i punti di vista e che lo stia guidando verso il baratro, è
venuto persino al Financial Times, che in un articolo del 16 marzo
2006 scriveva che “L'Italia sta seguendo la stessa strada
dell'Argentina verso la rovina”. L'autore dell'articolo, Richard
Perle, è un esponente dell'estrema destra americana e un accanito
sostenitore di George W. Bush, quindi è difficile credere che voglia
mettere in cattiva luce l'élite dominante. Il paragone fra l'Italia
e l'Argentina nasce da considerazioni finanziarie, precisamente
dalla scelta italiana di assumere l'euro come propria valuta, pur
essendo il paese condannato ad avere un'economia debole, a causa
delle scelte di politica economica effettuate dai governi, che
tendono ad avvantaggiare il capitale straniero piuttosto che lo
sviluppo del paese, come accade in una colonia. Anche l'Argentina,
agganciando la propria valuta al dollaro, si trovò a fare i conti
con una moneta forte, mentre la sua economia era in mani straniere.
Ciò che accadde all'Argentina è noto.
Le aziende italiane sono state in gran parte rilevate dalle grandi
corporation anglo-americane. Oggi l'Italia è il paese europeo meno
competitivo, e che ha più aziende in mani straniere. Il Fondo
Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea stanno col
fiato sul collo per controllare i pagamenti del debito, ignorando il
livello di benessere o di povertà dei cittadini italiani. Infatti,
pur di esigere i pagamenti, il Fmi non esita a chiedere tagli alla
spesa pubblica (sanità, scuola, amministrazione, ecc.) e ulteriori
privatizzazioni, peggiorando le condizioni del paese. Lo scopo
principale del Fmi (dobbiamo ricordare che esso è un istituto
finanziario controllato dai banchieri anglo-americani) è quello di
impoverire i cittadini italiani, in armonia con ciò che già, nel
1998, svelava Zbigniew Brzezinski, nel suo libro La grande
scacchiera: il primato americano e i suoi imperativi geostrategici.
L'eccessivo benessere dei paesi dell'Europa occidentale, secondo
Brzezinski, era un grave ostacolo, poiché tale livello di ricchezza
era più elevato rispetto a quello della media dei cittadini
americani, ed essendo l'Europa considerata un protettorato
americano, ciò risultava inammissibile[1]:
L'Europa ha una posizione fondamentale di fortezza geostrategica per
l'America. L'Alleanza Atlantica autorizza l'America ad avere
influenza politica e peso militare sul continente … se l'Europa
crescesse, questo beneficerebbe direttamente l'influenza americana …
L'Europa Occidentale è in larga misura un Protettorato americano e i
suoi Stati ricordano i vassalli e i pagatori di tributi dei vecchi
imperi... L'Europa deve risolvere il problema causato dal suo
sistema di redistribuzione sociale che è troppo pesante e ostacola
la sua capacità di iniziative.
L'Europa doveva essere indebitata e impoverita affinché il dominio
statunitense potesse imporsi su tutta l'Eurasia. Occorreva con
urgenza impoverire i ceti medi, e ciò è avvenuto in Italia anche a
causa della Legge Biagi, che legalizza lo sfruttamento lavorativo.
Il resto lo fecero il sistema bancario, le dittature imposte al
Terzo mondo (che hanno costretto milioni di persone ad offrire
manodopera semischiavile, abbassando il costo del lavoro e
smantellando il sistema dei diritti, frutto di lotte politiche e
sindacali), e le privatizzazioni, promosse dal Fmi. Le campagne
mediatiche menzognere fanno credere che il Fmi e la Bce tengano alla
"stabilità" del paese, o alla "competitività" delle aziende
italiane, mentre è l'esatto opposto: vogliono tenere in scacco
l'intera economia del paese, strozzandola con il debito e rendendola
poco competitiva attraverso varie strategie. I nostri politici,
anziché cercare di contrastare il potere del Fmi, lo assecondano, e
lo propagandano come giusto e autorevole, mostrando così che
l'Italia è soggiogata anche politicamente al potere straniero, come
una colonia. In molti modi (privatizzando, non tutelando i prodotti
italiani, accettando di pagare i diritti di signoraggio, foraggiando
le società private, ecc.) i nostri governi operano per la
distruzione economica e finanziaria del nostro paese, e non per il
nostro benessere e per i nostri valori.
Il livello di povertà nel nostro paese è aumentato dal 6,5% della
popolazione degli anni Novanta, all'11,7% del 2001, fino al 12% del
2005.[2] Le riforme neoliberiste imposte all'Italia dal Fmi hanno
sottratto ricchezza alla classe media e inferiore, per arricchire l'élite
già ricca, come dimostra l'analisi fatta dalla Banca d'Italia nel
periodo 1989/1998:
Il 10% delle famiglie più povere aveva il 2.7% del reddito totale
nel 1989, mentre nel 1998 questa quota è scesa al 2%. Il 10% delle
famiglie più ricche ha invece incrementato la propria quota dal
25.2% al 27.5%. L'incremento dell'indice di Gini, in 9 anni, è stato
pari all'11%... piccoli incrementi (decrementi) dell'indice di Gini
provocano enormi aumenti (diminuzioni) del divario tra il più povero
e il più ricco dell'insieme.[3]
Oggi circa il 20% delle famiglie più ricche possiede oltre la metà
del reddito del paese, mentre il 20% delle famiglie italiane povere
possiede soltanto circa il 6%. Ciò spiega perché le famiglie ricche
italiane, come i Benetton, i Pirelli e i Falck, siano così
accondiscendenti alla colonizzazione dell'Italia: ciò garantisce
loro maggiore ricchezza e privilegi.
Un paese risulta soggetto al dominio coloniale quando non è padrone
del proprio territorio e non sceglie liberamente la propria
organizzazione politica ed economica. I diritti degli indigeni
coloniali sono subordinati agli interessi della potenza dominante,
che si erge al di sopra delle leggi. Le autorità dei paesi coloniali
esigono ingenti pagamenti, come accade con le banche titolari del
nostro debito, che impongono alle nostre autorità di elaborare una
finanziaria annuale per pagare il debito. Il debito è in realtà una
forma di tassazione imposta dalle banche, architettata in modo tale
che i cittadini credano di aver ricevuto qualcosa da dover pagare,
mentre invece si tratta di una tassazione di tipo coloniale, cioè
creata per impoverire i cittadini e arricchire il sistema di potere.
Il debito imposto all'Italia è talmente alto che nel 2002 equivaleva
ad un terzo del debito pubblico complessivo di tutti i paesi
dell'Unione Europea (che era di 4707,7 miliardi di euro). Nonostante
le manovre finanziarie che hanno dissanguato il paese, nel gennaio
2007 il debito era ancora di 1.605,4 miliardi. Non sarà mai estinto,
affinché l'Italia possa rimanere in eterno assoggettata all'élite
bancaria.
Le finanziarie hanno anche l'obiettivo di stanziare denaro per la
partecipazione alle guerre del paese dominante, e nell'ultima
finanziaria il governo ha aumentato tali spese a 20,354 miliardi di
euro, che è una somma altissima per un paese che non ha nemici e
ufficialmente non è in guerra. Si comprende tale spesa soltanto se
si pensa che ogni paese sottomesso ad un potere coloniale è
obbligato a partecipare alle spese militari del paese imperiale. Gli
italiani pagano il 41% del costo di stazionamento delle basi
americane, si tratta complessivamente di 366 milioni di dollari
all'anno.[4] Proprio come una colonia, subiamo un'occupazione
militare e siamo anche costretti a pagarla. Dagli anni Cinquanta,
l'Italia è sotto controllo militare statunitense, attraverso 113
basi militari, che ospitano almeno 60.000 soldati. Gli Usa hanno
potere sul nostro territorio, a tal punto che non sono obbligati
nemmeno a precisare l'ubicazione delle loro basi o le attività che
si svolgono all'interno. Ciò viola gli articoli 80 e 87 della nostra
Costituzione, che dovrebbero proteggere la sovranità nazionale su
tutto il territorio dello Stato. Diverse basi militari sono dotate
di missili a testata nucleare, e l'accordo "Stone Ax" prevede l'uso
delle armi nucleari da parte di soldati italiani autorizzati dalle
autorità americane. Dunque, non soltanto le autorità statunitensi
hanno potere sul territorio italiano come fosse una loro colonia, ma
concludono accordi segreti che obbligano i soldati italiani a
mettersi a loro servizio, come una truppa coloniale. L'accordo Stone
Ax ("Ascia di pietra") è un accordo di cui il Parlamento non ha mai
avuto modo di discutere, poiché è stato concluso segretamente fra
Roma e Washington. Con questo accordo, che risale agli anni
Cinquanta ma è stato rinnovato dal governo Berlusconi, l'Italia
diventa uno degli avamposti per la futura guerra nucleare.
Nell'aprile del 2002, Umanità Nova, riportava la testimonianza di un
ex-analista dell'Intelligence statunitense, William Arkin, che nel
suo libro dal titolo Code names, parla di un documento chiamato "Nuclear
Posture Rewiew", in cui la Casa Bianca ordina al Pentagono di
pianificare l'uso di armi nucleari per le guerre future, contro
nemici come la Corea del Nord, l'Iran e la Siria. L'ipotesi di
guerre nucleari appare, da questo documento, tutt'altro che
improbabile, e l'accordo Stone Ax permetterebbe agli Usa di
progettare gli attacchi dall'Italia e di richiedere la
collaborazione dei militari italiani. In caso di attacco a un paese
dotato di armi nucleari (come la Corea del Nord) è assai probabile
che il contrattacco nucleare avvenga contro il nostro paese (da cui
sarà partito l'attacco) piuttosto che contro il territorio degli
Stati Uniti, che è assai più protetto. Le autorità americane, come
al solito, preferiscono che venga colpita una colonia piuttosto che
la madrepatria. Molti italiani credono ingenuamente di essere
"protetti" dalla massiccia presenza militare americana, e non
immaginano che invece è il contrario: siamo esposti al pericolo di
distruzione nucleare assai più di qualsiasi altro paese europeo.
In Italia, le testate nucleari sarebbero 90 soltanto ad Aviano e a
Ghedi, e alcune di esse hanno una potenza dieci volte maggiore della
bomba sganciata ad Hiroshima.
La presenza di armi nucleari sul suolo italiano è illegale in base
alla legge n. 185 del 9 luglio 1990, che vieta la fabbricazione, il
transito, l'esportazione e l'importazione di armi chimiche,
biologiche, e nucleari. L'articolo 1 comma 7 della legge dice: "Sono
vietate la fabbricazione, l'importazione, l'esportazione ed il
transito di armi biologiche, chimiche e nucleari, nonché la ricerca
preordinata alla loro produzione o la cessione della relativa
tecnologia. Il divieto si applica anche agli strumenti e alle
tecnologie specificamente progettate per la costruzione delle
suddette armi nonché a quelle idonee alla manipolazione dell'uomo e
della biosfera a fini militari". In base a questa legge, le autorità
italiane che hanno rinnovato l'accordo Stone Ax dovrebbero essere
processate.
Le nostre autorità, soltanto nel marzo del 2005, in seguito ad
un'interrogazione parlamentare, hanno ammesso la presenza di armi
nucleari in Italia, senza però contemplare in nessun modo la
possibilità di sottoporre il problema alla popolazione, data la
gravità, oppure di avere il dovere di chiarire da quando, dove e
perché ci sono queste armi sul nostro suolo. E' come se i cittadini
italiani non potessero avere alcun controllo sulle questioni
militari, e se a ciò si aggiunge che essi non hanno alcun potere
sulle questioni finanziarie ed economiche del paese, si può dire che
la loro condizione è simile a quella del suddito sottomesso ad un
potere che non accetta alcuna limitazione.
I cittadini italiani vengono convinti di avere potere politico, in
quanto alle elezioni possono scegliere fra "destra" e "sinistra", ma
quando essi chiedono che venga rispettata concretamente la loro
volontà (ad esempio nel caso della Tav o della base di Vicenza), si
scatena un putiferio mediatico e politico, per evitare di concedere
il benché minimo reale potere.
Dalle basi americane ubicate in Italia, sono partiti missili per
operazioni di guerra offensive, come nel caso della Jugoslavia e
dell'Iraq, in spregio all'articolo 11 della nostra Costituzione che
"ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri
popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali", e all'insaputa della popolazione. Inoltre, i
soldati americani, quando commettono violenze, abusi o omicidi, sono
impunibili dalla nostra giurisdizione, e quindi non pagano per i
crimini, dato che la loro giurisdizione li assolve quasi sempre.
Basti ricordare il caso di Ustica o di Calipari. L'uccisione del
funzionario del Sismi Nicola Calipari e il ferimento della
giornalista Giuliana Sgrena non hanno alcun colpevole secondo il
Pentagono, che ha alterato la versione dei fatti per assolvere i
soldati americani.
Il 27 giugno del 1980 esplose nel cielo di Ustica un DC-9 diretto da
Bologna a Palermo, e 81 persone morirono. Era accaduto che i servizi
segreti americani avevano appreso che Gheddafi avrebbe volato sui
cieli italiani con il suo aereo personale, e avevano deciso di
colpirlo. Ma il presidente libico non era su quell'aereo e i missili
americani abbatterono anche l'aereo italiano. Il processo per la
strage di Ustica, aperto dalla magistratura italiana, andò avanti
per 25 anni, fra depistaggi e numerosi tentativi di occultare le
prove. Si cercherà di far credere che l'incidente fosse dovuto ad
una bomba che si trovava nel velivolo, nascondendo le tracce della
presenza di forze militari americane sul luogo. Alla fine, non si
ebbe alcun colpevole né alcun risarcimento alle vittime. Le vite
degli italiani furono considerate di nessun valore, e le nostre
autorità hanno dimostrato di non avere alcun potere per proteggerle,
essendo subordinate alle autorità statunitensi, come fossero
autorità coloniali.
La privatizzazione delle aziende pubbliche (ferrovie, poste,
autostrade ecc.) ha prodotto perdite economiche gravissime, il
peggioramento della qualità dei servizi e l'aumento del costo per
l'utente. Svendere i beni pubblici non significa soltanto impoverire
il paese (che perde i profitti delle aziende vendute ed è anche
costretto a finanziarle), ma anche indebolire il governo. Ad
esempio, il Ministro per lo Sviluppo economico Pier Luigi Bersani ha
propagandato come importante la sua riforma che eliminava il costo
di ricarica delle schede telefoniche, senza dire però che il governo
non aveva alcun potere di impedire che la cifra della ricarica
venisse reinserita mediante l'aumento delle tariffe. Nel giro di
pochi giorni, alcune società telefoniche cambiarono i piani
tariffari, in modo tale da garantirsi gli stessi introiti che
avevano in precedenza. Questo è un chiaro esempio di come le
privatizzazioni sottraggono denaro e potere all'intera comunità,
costringendo i cittadini a sottostare allo strapotere delle società
private. Se i nostri ministri dovessero davvero difendere gli
interessi dei cittadini, contro le corporation e le banche,
sarebbero immediatamente richiamati all'"ordine" dalle autorità
dell'Unione Europea e da quelle statunitensi.
La privatizzazione della Telecom, avvenuta nell'ottobre del 1997,
permise ad un gruppo di imprenditori e banche di impadronirsi
dell'azienda, e al Ministero del Tesoro rimase soltanto il 3,5%. Il
piano per il controllo di Telecom era stato progettato dalla Merril
Lynch, dal Gruppo Bancario americano Donaldson Lufkin & Jenrette e
dalla Chase Manhattan Bank. Dopo dieci anni dalla privatizzazione,
il bilancio era disastroso sotto tutti i punti di vista: oltre
20.000 persone erano state licenziate, i titoli azionari avevano
fatto perdere molto denaro ai risparmiatori, i costi per gli utenti
erano aumentati e la società era in perdita.
I danni per la privatizzazione di Telecom non sono stati soltanto di
natura finanziaria, ma anche relativi alla qualità e alla sicurezza
del servizio. La privacy dei cittadini non è in alcun modo tutelata,
e gli scandali degli ultimi anni lo hanno provato.
Oggi l'azienda è ridotta male, e i titoli azionistici oscillano. Tre
grandi banche, Morgan Stanley, Goldman Sachs e Ubs, possono far
salire o scendere qualsiasi titolo, avendo nelle mani il 70% del
credito speculativo mondiale, e potendo diffondere notizie che
condizionano il comportamento degli investitori. Manovrando il
valore delle azioni, si condiziona l'andamento dell'azienda, e ciò
consente ai grandi colossi bancari di preparare il terreno per
appropriarsene, come sta accadendo anche con Alitalia.
Pirelli ha aperto trattative in esclusiva col colosso American
Telephone and Telegraph Company (At&T), che appartiene ad un gruppo
di grandi banchieri, che quest'anno ha vinto negli Usa un appalto
pubblico ricchissimo, per gestire il settore delle
telecomunicazioni, e fornire servizi a 135 delle 184 agenzie
federali, insieme a Qwest e Verizon. Le trattative con At&t, e
America Movil dureranno fino al 30 aprile, poi Generali e Mediobanca
avranno 15 giorni di tempo per esercitare il loro diritto di
prelazione.
Non sappiamo ancora se sarà la At &t ad impadronirsi di una delle
aziende più importanti del nostro paese, ma sappiamo già cosa
accadrà dopo la svendita: si avranno licenziamenti, aumenterà il
costo per l'utente, la qualità del servizio sarà sempre più scadente
ed emergeranno di tanto in tanto illegalità diffuse, che riveleranno
la possibilità di controllo su ogni cittadino.
Chi dubita che l'Italia di oggi abbia caratteristiche di natura
coloniale provi a scrivere una lettera alle autorità italiane, per
chiedere spiegazioni sui debiti bancari e sul signoraggio, sulle
privatizzazioni, sulla sovranità territoriale dell'Italia oppure
sulle testate nucleari. Non otterrà alcuna risposta chiara,
esauriente e onesta (semmai dovesse ricevere qualche tipo di
risposta), e questa sarà una prova che le nostre autorità sono a
servizio delle banche e delle corporation internazionali, e
subordinano ad esse i diritti dei cittadini italiani, come accade
nelle colonie.
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Note
[1] Brzezinski Zbigniew, La grande scacchiera: il primato americano
e i suoi imperativi geostrategici, Longanesi, Milano 1998.
[2] Fonti: World Economy 2001, Banca Mondiale, dati Istat.
[3] Bilanci famiglie Italiane 1989/1998, Banca d'Italia, "I bilanci
delle famiglie italiane nell'anno 1989 e 1998", Roma, pp. 36-53.
http://www.deiricchi.it/index.php?docnum=35. Dati consultabili sul
sito www.bancaditalia.it.
[4] La Repubblica , 6 febbraio 2007.
04/05/2007