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Alzo Zero 2008
Patria y socialismo
Di Daniele Mollo
Venerdì 14 dicembre, presso il circolo culturale “Asso di Bastoni”
di Torino, si è tenuta una conferenza intitolata “Patria y
Socialismo”, organizzato da Base Militante Progetto Torino,
dall’Associazione Sur, dalla redazione torinese di Rinascita, e con
il patrocinio di Sinistra Nazionale. L’intento della serata era di
aprire qualche spiraglio informativo sulla situazione politica e
sociale del Sud America.
I quattro relatori hanno sviscerato varie tematiche inerenti
all’oggetto in questione. Il primo, Rafael Marcone, ha premesso
immediatamente la sua non condivisione del modello bolivariano. Ha
illustrato la storia del Sud America all’epoca della dominazione
spagnola, con un occhio di riguardo nei confronti del Perù. Ha
auspicato un Sud America unito, ma senza chiarire l’iter da seguire
per raggiungere questo obiettivo. La sua simpatia personale era per
l’eroe San Martìn e non per Bolivar, che a suo dire fu deleterio per
la storia successiva del Perù.
La parola è passata a Marco Lopez, il quale ha effettuato una
panoramica su alcuni stati sudamericani, delineandone a grandi linee
la situazione caso per caso.
Il Messico ha come capo del governo Calderòn, che vinse le elezioni
in seguito ad una campagna mediatica intrapresa contro il suo rivale
Obrador, il quale, dopo essere stato in testa in tutti i sondaggi,
venne calunniato ed osteggiato pubblicamente perchè gli fosse
impedita la vittoria. Il vincitore è un neoliberale che ha nel
programma di governo lo smantellamento di quel che resta del settore
pubblico: Calderòn è infatti un “felice” abbinamento tra
fondamentalismo religioso e capitalismo con conseguente
sottomissione ai voleri di Washington.
Il Nicaragua, nel corso degli anni, ha dovuto costantemente fare i
conti con l’inserimento di paramilitari statunitensi nel proprio
territorio (ricordate i Contras?) e continua a pagarne le
conseguenze. La politica degli Usa ha sempre perseguito l’intento di
impedire ogni tipo di indipendenza all’America latina.
L’Ecuador ha avuto 7 presidenti negli ultimi 10 anni, ma sono ormai
15 anni che la classe politica scredita il Paese. I nativi sono
coloro che hanno richiesto a gran voce un cambiamento. Il presidente
Correa è l’icona del mutamento in corso in Ecuador, che ora può
continuare il suo percorso di in senso socialista, specie dopo
l’esito favorevole del referendum in favore dell’elezione
dell’assemblea costituente e dei suoi membri.
La Colombia è sempre invischiata tra guerriglia e narcotraffico,
quindi resta uno dei nodi più difficili da dipanare in quella zona
del mondo.
L’Argentina è un Paese con grandi potenzialità, che ha saputo
reagire mirabilmente alla crisi nella quale era precipitata.
La nuova presidente Kirchner/Fernandez è una ventata d’aria fresca e
quindi si stanno gettando le fondamenta per un nuovo corso positivo
anche in questo Paese.
Il Brasile ha un’enorme problema legato alla corruzione: Lula e i
suoi ministri in primis, sono l’esempio lampante sotto gli occhi di
tutti.
La Bolivia ha eletto per la prima volta nella sua storia un
presidente andino. Ci sono fonti attendibili che confermano
finanziamenti “esterni” atti a favorirne l’eliminazione.
Per il Cile, la presidente Bachelet è l’immagine di colei che si è
salvata dal regime di Pinochet, in quanto figlia di un generale
ucciso durante il regime e vicino ad Allende. Il Paese vive a
cavallo tra memoria e presente.
In Perù, siamo alla seconda elezione di Garcia. Nel primo mandato
(1985-90) si presentò come socialista e nel quinquennio mandò in
deficit il Paese (la soglia di povertà passò dal 16,9% al 44,3%).
Dal suo secondo mandato nel 2006, si sta dimostrando palesemente
neoliberale, sebbene si presenti ancora sotto mentite spoglie
socialdemocratiche. Una delle sue prime azioni di governo, fu quella
di concordare con imprenditori statunitensi la privatizzazione di
settori pubblici.
Il terzo relatore, Fulvio Ferrario, ha inquadrato la situazione post
‘89 nel mondo ed il ruolo del Sud America in questa inedita
situazione di unipolarismo, dovuta alla caduta dell’Unione
Sovietica. Le dittature militari non sono più funzionali agli Stati
Uniti, perché sono regimi che rallentano lo sviluppo economico ed il
libero mercato, priorità assoluta per capitalisti e multinazionali.
Proprio sulla scia e come reazione a questi regimi, sono nati e sono
cresciuti movimenti sociali dal basso. Alcuni presidenti del Sud
America sono ostaggio (nel senso buono) di questi movimenti sociali.
E’ importante sottolineare che per esempio, tra Morales e gli indios
non intercorrano rapporti sempre idilliaci, però è di vitale
importanza una guida politica intelligente che garantisca che si
affrontino le grandi problematiche nel tentativo concreto di
risolverle. Per quanto concerne il Venezuela, è di vitale importanza
sottolineare che Chavez è appoggiato dalla stragrande massa povera.
Questo non significa che i problemi siano in via di soluzione entro
breve tempo, ma che invece, si stia percorrendo una nuova strada
irta di ostacoli, ma che sta dimostrando giorno per giorno la sua
validità. Ci si confronta con la tragedia dei 4 milioni di sfollati
interni a causa di guerre (su 43 milioni di abitanti) della Colombia
e del femminicidio perpetrato a partire dal ‘93 in Messico: Ciudad
Juarez è la città messicana nella quale sono stati ritrovati i corpi
massacrati di 430 donne (di età compresa tra i 6 e i 25 anni) ed
altre 600 sono scomparse in tutti questi anni.
Il tentativo di costruire un modello di sviluppo nuovo è però, una
speranza concreta di indipendenza, anche se da solo potrebbe non
essere sufficiente. Per questo motivo si propongono molti progetti
di collaborazione, tra cui la creazione di una banca
interterritoriale ed un esercito comune o comunque un’interazione
tra gli apparati militari dei vari Paesi sudamericani.
Un altro problema da non sottovalutare è quello dei biocarburanti:
sono indubbiamente una risorsa, ma l’essere impiegati come
combustibili, limita drasticamente il loro utilizzo come cibo.
Il quarto intervento, è stato quello di Giovanni Di Martino, della
redazione torinese di Rinascita. L’intervento verteva sulla figura
di Chavez dalla prospettiva della stampa italiana, bilancio
consuntivo di tre anni di ricerca metodica sui quotidiani La Stampa
e La Repubblica, i principali per diffusione a Torino.
Un primo dato interessante è che fino ai primi mesi del 2006, gli
articoli sul Venezuela e sul suo presidente, avevano un taglio
cronachistico piuttosto obiettivo.
Oggi siamo alla pura mistificazione. Due esempi calzanti sono il
recente numero di Limes (una delle più importanti riviste di
geopolitica italiana) e La Stampa, dopo il referendum. Nel numero
dedicato alla possibile federazione tra Venezuela e Cuba, intitolato
“Venecuba”, Castro viene indicato come un capo di stato che nel
corso della sua vita politica ha sempre e soltanto avuto fortuna. A
Chavez, invece, viene rivolto un doppio attacco: personale, in
quanto dipinto come un pazzo volubile alla stregua di Hitler che
gioca col mondo, e che deve la sua sopravvivenza politica solo
grazie alle immani riserve petrolifere.
Potrebbe anche essere vera questa ultima affermazione, fatto sta che
a dispetto dei suoi predecessori, i ricavi dovuti alla vendite del
greggio li reinveste in opere socialmente utili.
La Stampa, in seguito al referedum, ha addirittura parlato di
“Trionfo del No”.
Quando sembrava che Chavez fosse destinato a vincere il referendum,
venne dipinto come un dittatore sanguinario che voleva governare a
vita (secondo l’editorialista Enzo Bettiza) nonchè intenzionato ad
abolire la proprietà privata (in realtà si sarebbe introdotto solo
il limite dell’ “utilità sociale”, già presente nella costituzione
italiana: i “nostri” giornalisti evidentemente temevano un comma già
presente nella nostra costituzione).
Il risultato del referendum è stato accolto con entusiasmo dalla
stampa nostrana, ma nessuno ha avuto il pudore di accennare del
fatto che l’accettazione di una sconfitta sul filo di lana, è
sintomo della maturità democratica di uno stato dove si vota ogni
anno.
Vargas Losa invece ha esaltato il re di Spagna per la sua dignità,
in seguito al confronto “dialettico” con Chavez.
Nessuno ha però affrontato le premesse del battibecco e l’oggetto
del contendere.
12/01/2008