Alzo Zero 2008

 

Il fatto la crisi: il fascino irresistibile delle "rivoluzioni colorate"


Ci risiamo. Dopo la Serbia, l’Ucraina, la Georgia e il Libano, torna a suonare, in Myanmar, l’orchestra delle “rivoluzioni colorate”.
A parte il solito apparato disinformativo costituito da giornali e tv asserviti agli interessi atlantici, e le ‘selettive’ campagne di Amnesty International più le “petizioni on line” (che non si sa mai da dove partono!), questa volta tra i trombettieri dei “diritti umani” si notano, con tutto il fracasso e la pedanteria che sanno fare solo i neofiti, esponenti delle cosiddette “estreme” extraparlamentari, uniti nell’auspicare la “libertà del popolo birmano”.

Si noterà, tuttavia, che nelle parole d’ordine di ciascuno dei due “opposti estremismi” si tradisce in una forma che non spicca per originalità il “discorso” incartapecorito delle due case-madri di riferimento, la Destra e la Sinistra. Segno che anche da chi si colloca alle “estreme”, svolgendo per lo più un ruolo da “grillo parlante” tipico di chi è rimasto “deluso” da presunti “tradimenti ideologici”, non ci si può aspettare nulla di buono, stabilito che “buono” non coincide con un astratto concetto di “libertà” che, ovviamente, va a braccetto con la richiesta di “diritti”, individuali (“diritti umani”) o collettivi (“autodeterminazione dei popoli”).
Così, “a sinistra”, il Campo Antimperialista non ha trovato di meglio che lanciare la parola d’ordine del “né Than Shwe né San Suu Kyi”, parafrasando gli slogan dei “pacifisti” (“Né Bush né Saddam”) e della “destra radicale” ben noti a chi legge questo giornale: “Né Usa né Urss”, “Né Usa né Cina”, “Né Usa né Islam”… (chiunque noterà che il primo termine è significativamente immutabile). Costoro sostengono che “la protesta è spontanea” e perciò si situano a fianco delle “aspirazioni democratiche del popolo birmano” e in appoggio alle “nazionalità oppresse”, concludendo che la posizione da tenere è “Né servi degli USA né della Cina!”. È evidente come tutto ciò non possa tradursi in alcunché di effettivamente politico e di fattivo, ma si limiti ad aver “detto la propria” su una questione che è, per chi la osserva da quaggiù senza le lenti dell’ideologia, essenzialmente di carattere geopolitico, come si spiegherà in seguito.
Una costola della “sinistra”, poi, quella dei “movimenti pacifisti” d’ispirazione cattolica, non trova di meglio che inscenare per l’ennesima volta una “marcia della pace” (ora dei “diritti umani”) completamente inutile, a parte – come accade per chi produce a getto continuo “raccolte di firme” – far sentire chi vi partecipa con la “coscienza a posto”. Tra i “marciatori” arcobaleno fa inoltre molta presa il fatto che al potere in Myanmar c’è una “giunta militare”, oltre al fatto che una “protesta” guidata da dei monaci non può non suscitare tra costoro una forte simpatia: Buddismo e “non violenza” sono come il classico cacio sui maccheroni per chi, come alcuni centri di “dialogo interreligioso”, organizzano serate dove “le religioni” discutono di cose di cui farebbero meglio a tacere, se non fosse che anche questi centri, sovente sovvenzionati con denaro pubblico, devono svolgere una determinata funzione. Infatti, non si dà il caso di esponenti religiosi “dialoganti” che s’affrettano, mentre a Gaza si vive in un lager a cielo aperto, a chiamare a raccolta il “popolo della pace” per denunciare il governo israeliano…
Ma il caso più pittoresco – ma non contraddittorio! – è quello della cosiddetta “Area”, tra le cui fila l’adesione alla “protesta dei monaci” contro il governo del Myanmar è pressoché totale.
In quest’ambiente, coerentemente col “paradigma ideologico” di riferimento (nazionalista con significativi residui anticomunisti di stampo evoliano, da cui non è disgiunto un cattolicesimo parato da “paganesimo”), appoggiano gli “indipendentismi” delle “minoranze”, in perfetta sintonia coi comunicati dell’“Associazione per i Popoli minacciati” che inneggiano al “cambio di regime in Myanmar”. Nello specifico birmano, l’appoggio va ad una popolazione, i Karen, vista come incarnazione della metastorica lotta del “sangue contro l’oro”.
Particolarmente significativa la foto di un guerrigliero karen apparsa sul sito Noreporter.org, in una sorta di posa da “camerata con gli occhi a mandorla” con tanto di maglietta di un gruppo musicale dell’Area. Dai Karen al Tibet il passo è breve, così lo stesso Noreporter.org soffia a pieni polmoni nella trombetta dirittumanofila (parandosi dietro un “popolo oppresso”) sperando di nuocere alla Cina. Un vecchio motivo del MSI, quello del Tibet, poi passato alla FT e a Forza Nuova, che s’accodano volentieri al bau bau mediatico sui prodotti cinesi “nocivi” (il tormentone 2007-2008 dopo la Sars e l’Aviaria, da annoverare tra le grandi bufale dei nostri tempi accanto alla versione ufficiale dell’11 Settembre).
Perché il colore delle “rivoluzioni colorate” è l’arancione lo si capisce proprio adesso. L’obiettivo, più che la Russia, è la Cina, e forse lo scacco matto (ci riferiamo al Brzezinski de “La grande scacchiera”, ma non si dimentichino le indicazioni già fornite da Kleeves sull’anelito Usa ai “mercati d’oriente”) lo si prepara proprio ai danni di Pechino, mandando avanti il Dalai Lama (che mette d’accordo tutti, dato che è percepito come una sorta di “Papa buono esotico” e perciò meno ingombrante) e tutto il codazzo di attori e “testimonial” che gli si prostrano ai piedi (ad es. Roberto Baggio – v. “Ansa” del 4 ottobre 2007). Si fa un gran parlare delle moschee e degli imam, però sarebbe certo più utile per noialtri capire i legami di alcuni santoni buddisti con le centrali della sovversione atlantica.
Ma dopo aver passato in rapida rassegna questa ‘corte dei miracoli’, veniamo alle cose serie, per capire l’unica cosa che ha senso capire in quanto italiani, europei, mediterranei, eurasiatici colonizzati da oltre sessant’anni da chi punta ad un “cambio di regime” in Myanmar.
A costo di essere ripetitivi è il caso di sottolineare che per cogliere la reale posta in gioco l’unico approccio in grado di chiarire la situazione, vaccinando dalle interpretazioni ideologiche e dunque assiomatiche, è quello geopolitico. Il quale, per snobismo, insipienza o semplice coazione a ripetere i soliti errori da decenni, non è tenuto nel debito conto dai novelli “rivoluzionari colorati” delle suddette “estreme”. A parte le loro fisse ideologiche (nel caso siano in buona fede) e il loro legame “inconfessabile” con le case-madri di Destra e di Sinistra (nel caso in cui si tratti di specchietti per le allodole), essi muovono l’obiezione secondo cui l’approccio geopolitico sarebbe in un certo qual modo “immorale”, ignorando, da un lato, le “grida di una minoranza” che ha diritto alla propria “autodeterminazione” (obiezione da destra), dall’altra, le rivendicazioni di un popolo (intendendo con ciò l’intero “popolo birmano”) che reclama “democrazia e diritti”, ovvero il “potere” (obiezione di sinistra).
Eppure, se ciascun “popolo” ha diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza, perché gli stessi apparati propagandistici “democratici” così solerti nel sensibilizzarci sui “diritti” degli ucraini, dei libanesi e dei birmani non abbracciano la causa dei serbi di Bosnia mentre hanno fatto propria, unilateralmente, quella degli albanesi del Kosovo? E i baschi, perché per gli appartenenti ai Centri sociali e i ‘nazionalitari’ hanno ragione? Come mai i ceceni sono in grado d’esaltare l’anima “nazionalista” di certa “sinistra” (da chi vede nell’Islam il nuovo verbo internazionalista ai rottami sessantottini oggi russofobi) ma la difesa dell’interesse nazionale condotta da Putin viene travisata in ogni modo presentandolo come un “autocrate”? Perché il Kuwait andava difeso a spada tratta “perché membro dell’Onu”, ed ora l’Onu ficca il naso (ha inaugurato la moda con la ex-Jugoslavia) nelle faccende interne di un Paese suo membro? Perché gente che parla tedesco ma che s’è trovata a vivere entro i confini dello Stato-nazione Italia è sempre stata odiata dai “camerati” quando quella chiedeva “autonomia”? Perché la Lega Nord, per rispettare il ‘galateo’, dev’essere demonizzata quando parla di “secessione della Padania” e poi si dà ragione agli “indipendentismi” di mezzo mondo? Perché la Transnistria, l’Abkhazia ed altre “autonomie” (ma la propaganda atlantica in quei casi parla di “secessione”) appoggiate da Mosca non vanno bene?
La verità è che alla fine tutti, comprese le estreme “destra” e “sinistra”, appoggiano “autonomie” ed “indipendenze” con lo sponsor USA o che comunque non gli dispiacciono affatto.
Costoro non riescono a capire che la “questione delle minoranze” è stata esaltata appositamente per creare, a beneficio degli atlantici, “linee di faglia civilizzazionali”, mettere in difficoltà realtà statuali scomode ed inserire dei cunei geopolitici in aree che vanno integrandosi inevitabilmente.
Ma anche questi “oppositori”, volenti o nolenti, portano acqua al mulino della balcanizzazione del mondo, già all’opera nel Vicino Oriente.
Ecco perché una volta creato un “governo democratico” in Myanmar, addio “Cindia” (Cina e India, secondo una formula che ha avuto un certo successo mediatico)… e addio integrazione eurasiatica a beneficio d’oltreoceano.
In chi s’esalta per i “popoli in lotta” agisce il medesimo impulso che sta alla base dello slogan wilsoniano promosso all’epoca della disintegrazione degli imperi (tedesco, austro-ungarico ed ottomano): “autodeterminazione dei popoli!” (poi, chissà perché, creavano la Jugoslavia e la Cecoslovacchia...). Ed ora il giochino viene replicato al livello degli Stati-nazione, che sono diventati inservibili…
Se almeno i “camerati” paladini dei “popoli” si ricordassero la lezione evoliana sul “doppio volto del nazionalismo”! Realizzerebbero che sulla piega che hanno preso non si finirà più nello spezzettamento (e nella conseguente fagocitazione dal parte dell’atlantismo), il quale corrisponde, sul piano delle collettività, a quello che a livello del singolo si chiama “individualismo”...
Il trionfo del particolare sull’universale. E a questo punto non è un caso la simpatia che molti di loro provano per un movimento come la Lega Nord…
L’obiettivo da perseguire, se si è davvero capito che cosa sono gli Stati Uniti, la loro smania di dominio planetario e il modello di “civiltà” da essi rappresentato, è l’esatto contrario, ovvero una compagine imperiale eurasiatica, differenziata al suo interno, che però non può prescindere dalle fondamenta spirituali, altrimenti trattasi di un equivoco o di qualcosa di più tragico... In altre parole, se gli USA sono “la parodia dell’Impero” (a “sinistra” pare più difficile comprenderlo, ma “a destra” evidentemente lo si proclama soltanto), altrettanto parodistico è il principio (pseudo) spirituale da essi difeso, il che si traduce nella cosiddetta “civiltà moderna”, i cui disastri esistenziali e sociali sono sotto gli occhi di tutti. E per gente che, alle estreme “destra” e “sinistra”, si proclama “contro l’America”, ci pare semplicemente contraddittorio prendere le parti (più o meno convinte) della nuova “rivoluzione colorata” e “democratica”.
 

 

19/03/2008


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