Alzo Zero 2007

In difesa di un perseguitato

Claudio Moffa

Il liceo Cavour di Torino
Claudio Moffa è docente all’Università di Teramo, facoltà di Scienze Politiche, che da tempo denuncia con coraggio gli attacchi alla libertà d’opinione in Italia.
Il docente ci chiede di diffondere il testo qui pubblicato.
Ci sembra un dovere, anche verso il perseguitato professor Pallavidini.
Per il quale la sua preside ha chiesto una visita psichiatrica: una imitatrice italiota della procedura, gloriosamente inaugurata dal KGB, di definire malati mentali i dissidenti che dicevano la verità.
Renato Pallavidini, professore di liceo, autore di diversi libri di filosofia di cui uno prefatto da Remo Bodei, un curriculum di insegnamento professionale, e una vita non rinnegata di militante «impegnato» in un percorso di maturazione-revisione di cui tutto si può dire tranne che non sia coraggioso: tanti si adeguano ai nuovi tempi delle «legittime» guerre di distruzione della Jugoslavia e dell’Iraq, lui Pallavidini no, resiste, difende le sue idee, le aggiorna e arricchisce di nuove letture, le utilizza nelle sue lezioni evitando il più possibile di «fare politica» in classe.
Ma come credere che filosofia e storia siano completamente neutrali?
E soprattutto, come non rispondere ad una innocente domanda di una studentessa, data 26 gennaio 2007, oggetto la «giornata della memoria», quesito perché lei Pallavidini non la celebra?
E così Pallavidini cade nella trappola: non risponde che non celebra la «giornata della memoria» perché lede la laicità dello Stato molto più di un ormai silente crocifisso appeso alla parete dell’aula, ma replica - alla domanda politica - parlando giocoforza di politica: «in classe - racconta Pallavidini su internet - non ho mai espresso posizioni politiche, tanto meno sulla questione mediorientale, perché avvertito sin dall’inizio che una delle studentesse era la figlia di Elena Loewenthal de la Stampa, nota sionista, che sull’aggressione al Libano ha preso sempre una chiara posizione giustificativa dell’azione israeliana … una studentessa mi chiese, senza per altro atteggiamento polemico, perché io non celebrassi mai nelle classi la ‘giornata della memoria’. Dopo aver cercato per un attimo di svicolare dal discorso, ho affermato che la consideravo strumentale a giustificare la politica aggressiva dello Stato d’Israele in Medio Oriente, con l’intenzione di non andare oltre sulla questione, che percepivo, sin dall’inizio dell’anno, assai delicata nella classe in questione».
Che coraggio ha Pallavidini!
O la sua è semplicemente una dichiarazione ovvia fino alla banalità in una società malata di «Grande Paura»? - e poi il casino: la figlia riferisce alla madre, che riferisce alla Preside Zanini che riferisce al Direttore Generale dell’Ufficio Provinciale Catania, che riferisce al suo omologo Regionale De Sanctis che incarica l’ispettore scolastico Favro che nello stesso giorno del ricevimento della lettera - siamo arrivati al 31 gennaio - si precipita a scuola a compiere il suo dovere, e - assente il professore nel suo giorno libero - lo convoca a colloquio per il giorno successivo.
Il tutto mentre il caso monta lungo altri due binari: La Stampa, innanzitutto, e cioè Maria Teresa Martinengo, giornalista, che spara a titoli cubitali sul quotidiano di Torino, «professore in cattedra: ‘Israele va distrutto’» e ci va giù pesante col professore che pure nel testo dell’articolo non conferma quella frase.

Il secondo binario è di nuovo istituzionale: il 27 gennaio stesso infatti, senza aspettare l’esito della ispezione da lei stessa richiesta, e dunque scavalcando il normale iter procedurale, la Preside Zanini invia un fax alla ASL di Torino per chiedere la visita medico-legale per il professore. Procedura dubbia, fin dall’inizio: la preside, Clelia Zanini, agirebbe nientemeno che ai sensi del mitico Statuto dei Lavoratori, perché sarebbe lei nel caso specifico il «datore di lavoro» di cui all’articolo 5.
Senonché questo articolo parla solo di facoltà «di controllare la idoneità fisica del lavoratore», e il Decreto ministeriale del 21 giugno 1996, fissando i ruoli nel pubblico impiego corrispondenti al privatistico «datore di lavoro» aggiunge «per quanto riguarda gli obblighi di competenza».
E allora, che tipo di visita andrà a subire il professor Pallavidini, solo fisica?
Oppure anche «psicologica», e se sì, in questo caso che c’entra l’articolo 5?
E ancora: una visita di tal fatta - un enorme successo dei nemici del Pallavidini, che finalmente lo vedono incastrato - riguarda gli obblighi di competenza del datore di lavoro locale, o non piuttosto del datore di lavoro superiore, l’Ufficio scolastico territoriale?
Ed anzi, di più: visto che il datore di lavoro è colui che elargisce lo stipendio, e visto che lo stipendio del professor Pallavidini è statale, non dovrebbe essere il ministero ad assumere in prima persona - magari tramite delega ufficializzata agli uffici scolastici decentrati - il caso, prima che tutta la procedura parta in modo regolare?
Domande che restano sospese nell’aria, mentre il carro armato invasore del libero e sovrano insegnamento avanza e bombarda.
A Torino - la Torino resistenziale azionista, non garibaldina - resistere a certi carri armati è indubbiamente difficile.
Ecco dunque il colloquio dell’ispettore Favro col professore Pallavidini, il 1 febbraio 2007 - un colloquio a porte chiuse, senza registratori, senza testimoni, durante il quale Favro ascolta e prende gli appunti che vuole - ed ecco il risultato, la sua relazione - dove ancora l’ispettore ha scritto quel che ha voluto scrivere - consegnata al superiore committente in data 7 febbraio e spedita il 2 marzo successivo a Pallavidini da Pessano.
La signora Rossana Pessano, ufficio VIII della direzione generale dell’ufficio regionale per il Piemonte, che comunica al professore anche una serie di «addebiti».
Leggiamo prima la relazione, e poi gli addebiti.

Dal documento si evince innanzitutto che l’ispettore Favro aveva ricevuto incarico non solo di condurre una indagine sul «fattaccio» del 26 gennaio ma addirittura di «presenziare alle lezioni (sic: plurale) tenute dal Docente», epperò assente in quei giorni per malattia.
Domanda: quale titolo ha un ispettore ministeriale per giudicare in prima persona - in quanto uditore diretto di una lezione - della validità correttezza e professionalità delle lezioni di un quale che sia docente, passato al vaglio - prima di insegnare per più di vent’anni nelle scuole della Repubblica - dell’esame di Stato di idoneità, esame condotto da commissari competenti a giudicare perché anch’essi insegnanti?
Nessun titolo.
Per giudicare il professor Renato Pallavidini, ci vorrebbero semmai altri docenti, e non un ispettore ministeriale.
E allora: non è questa direttiva dell’ufficio scolastico territoriale, palesemente illegale e incostituzionale, lesiva in particolare dell’articolo 33 della carta fondamentale della repubblica, che difende la libertà di insegnamento?
E se è così, non si è di fronte ad un vero e proprio atto persecutorio da parte di un organo «deviato» dello Stato nei confronti del professor Renato Pallavidini?
Ma andiamo avanti nella lettura del rapporto Favro.
Il quale «in via preliminare» (sic) produce gli allegati, che in genere, nella redazione di qualsiasi atto seguono l’atto stesso, perché supporto di quanto autonomamente e preliminarmente scoperto o indagato dal suo estensore: mentre qui, nell’atto di accusa contro il professor Renato Pallavidini, fin da subito (pagina 1) vengono offerti alla visione del superiore committente l’incarico.
Quali allegati?
«Gli articoli di Stampa (sic: maiuscolo) che hanno sollevato, diffuso e con varie sfaccettature, illustrato l’episodio, il docente progatonista, l’intervento dell’Amministrazione scolastica».
Favro alla scuola di Jabotinsky, o meglio della Martinengo: perché qui appunto il quarto potere è in salsa e dimensione torinese, e non dà il là a «ministri» e «capi di Stato» - come nel caso dal grande leader sionista - ma, appunto, a un periferico ispettore scolastico.
Il piatto sembra già preparato, fin dall’inizio: a che pro un comunicato stampa dell’ufficio scolastico ancora a fine gennaio, se non per amplificare il caso prima ancora di capire se lo è veramente?
E non ha del resto emesso già la condanna nei confronti del professore, appena pochi giorni dopo la domanda galeotta, e settimane prima che il rapporto Favro venisse consegnato ai superiori, il dottor Antonio Catania, dirigente dell’ufficio scolastico provinciale, quando ha dichiarato alla solita Stampa del 1 febbraio che il professore avrebbe potuto ottenere dalla direzione scolastica regionale «un parere migliorabile: tre mesi di sospensione anziché sei, per esempio»?
A che serve l’ispezione se la condanna è già emessa, e si deve solo decidere l’ammontare della pena?
Non è quello del dottor Catania oltre che un attacco «preventivo» a Pallavidini - e come tale a rischio di pesante diffamazione - interferenza nei confronti dell’ispettore Favro - che proprio il 1 febbraio aveva fissato un colloquio con il professore - e persino del suo «superiore» De Sanctis?
Ma andiamo ancora avanti.

Innanzitutto colpisce l’enfasi con cui essa tende, con diversi aggettivi o con incontri selezionati, a costruire una immagine di completo isolamento del professor Pallavidini dentro la sua scuola: «l’intero Istituto - scrive ad esempio Favro - aveva chiesto ed ottenuto un’assemblea degli studenti sulla vicenda», alla quale era stato invitato «il vicepresidente della comunità israelitica di Torino».
Domanda: come fa Favro a sostenere che l’assemblea e l’invito siano stati richiesti «dall’intero istituto» senza produrre alcun documento in merito, magari una raccolta di firme?
E se non esistono prove cartacee, ha forse il Favro interrogato tutti gli studenti della scuola?
No di certo.
Secondo l’avvocato Giuseppe Zucco, difensore del professore, l’ispettore Favro ha interrogato in una riunione ristretta solo degli studenti contrari al suo assistito, alcuni neppure suoi allievi.
Del resto, che il rapporto di Favro sia a rischio di forte faziosità lo dimostrano le dichiarazioni rese da altri giovani, che con diversi toni hanno difeso il loro professore: il quale, dicono, ci insegna con un taglio anche superiore a quello di un liceo, di tipo universitario, è bravo colto e preparato: anzi «preparatissimo».
Perché nel rapporto Favro non emerge alcun accenno a queste voci, raccolte - sia pure tardivamente, e a linciaggio avviato - anche da la Stampa?
Perché Favro ha riportato solo le critiche al docente?
Del resto, anche nel presentare i suoi colloqui con uno dei due (sic) genitori che avevano segnalato l’episodio del 26 gennaio - «la dottoressa Lowenthal» - l’ispettore scivola in una affermazione non confortata da prove, lì dove scrive che «la signora Elena Lowenthal esprime il disagio della classe e dei genitori per le affermazioni del docente …»: con tutto il rispetto per la collega, esisteva una qualche delega certa e documentata delle classi del professor Pallavidini dalla quale si evincesse che la studiosa stava parlando all’ispettore Favro a nome di tutta la classe?
O l’ispettore già abbacinato dal fulgore del «quarto potere» torinese, è rimasto abbagliato di fronte alla indubbia autorità di chi aveva davanti, attribuendole una rappresentatività mai dichiarata?
Dalla costruzione un po’ forzata di un isolamento totale che non c’è - ci sono ovviamente le critiche di alcuni, anche dure, le polemiche, e perché no, magari anche un po’ di mobbing - alle accuse rivolte «dagli studenti» al professor Pallavidini.
Ecco la principale, il casus belli: «alla fine della lezione di filosofia, ove veniva trattata la tematica della ‘Repubblica’ di Platone, e prima della lezione di storia, ove si parlava della politica di Filippo II» (dal che si deduce, per inciso, che Pallavidini è stato tirato per i capelli a discutere della «giornata della memoria»), il professore avrebbe detto che «Israele utilizza la ‘giornata della memoria’ per giustificare, anzi nascondere le sue colpe politiche genocide contro (sic: il mancato presenziatore Favro avrebbe dovuto anche controllare il buon italiano del professor Pallavidini, mentre faceva lezione?) i Palestinesi ed in Medio Oriente, compresa quella porcata più grossa che è la guerra contro il Libano».
E allora?
Dov’è lo scandalo?
Italiano a parte, si tratta di una affermazione probabilmente condivisa da tre quarti dell’umanità e comunque - anche non fosse vera siffatta percentuale - assolutamente lecita senza essere accusati di sacrilegio.
«C’est la guerre, c’est la politique»: acqua fresca, insomma.
Prosegue poi Favro la frase appena citata attribuita al professor Pallavidini: «E ciò avviene senza alcun motivo e senza giustificazioni perché non vi sono Stati ostili ad Israele nel Medio Oriente».
Domanda: l’esternazione di Pallavidini è qui ben riferita, o questa frase - in sé assurda - è invece una pessima trascrizione di altro e diverso giudizio del professore, e cioè che gli Stati arabi non ce l’hanno con gli israeliani aprioristicamente - «solo in quanto ebrei», come recita certa propaganda che fa dell’antisemitismo lo scudo difensivo di Israele - ma solo per alcuni eventi precisi di cui i coloni ebrei si sono resi, e si rendono a tutt’oggi protagonisti, come l’occupazione illegale di terre palestinesi, la cacciata dei profughi, la distruzione dei villaggi?
Se così fosse, questo vorrebbe dire solo due cose: o che Favro non capisce quel che gli si dice, o che fa finta di non capire a fini di migliore demonizzazione della sua vittima.
Dalla probabile deformazione-incomprensione, all’ignoranza totale della storia e della stessa cronaca attuale: «Hezbollah è un esercito popolare partigiano - dice Pallavidini sempre secondo la catena di trasmissione studente-ispettore - che difende il territorio libanese ed Ahmedinejad è il presidente della repubblica iraniana democraticamente eletto»: verità ineccepibili, che solo un imbecille o un imbroglione può contestare.
Non si capisce dunque lo scandalo anche per questa frase.
«Appena» nel secolo scorso, all’Ipalmo - l’Istituto per l’America latina e il Medio Oriente gestito da tutti i partiti di quello che si definiva arco democratico, partito liberale incluso - i movimenti di guerriglia delle allora colonie portoghesi - accusati da Lisbona di essere «terroristi» - o l’ANC sudafricano - anch’esso «terrorista» secondo il governo di Pretoria - erano ritenuti appunto «eserciti» e «movimenti» «popolari partigiani».
Se l’ispettore Favro ignora l’abc della storia della decolonizzazione e della cronaca attuale (come negare che Ahmedinejad sia stato eletto democraticamente?) non ha i titoli per ispezionare un docente che dice la verità.
Non riesce evidentemente a comprendere i fatti, o per un limite personale o per effetto del clima subculturale dei nostri tempi, propinato a piene mani da falsi professionisti - come quelli che ad esempio, dalle colonne della «autorevolissima» stampa giuravano che Saddam aveva le armi di distruzione di massa - alla pubblica opinione.
Ma non è finita: «il docente - scrive ancora l’ispettore - riferisce inoltre, sempre all’interno della lezione, che ‘Hezbollah è il suo ideale politico’ »: frase negata da Pallavidini - «mai detto questo!» dice - e dunque probabilmente «dedotta» dalla sua corretta e politologicamente scientifica definizione degli Hezbollah come «movimento partigiano».
Del resto la faziosità dell’ispettore risulta evidente anche dalla maliziosa specificazione: «sempre all’interno della lezione».
E’ forse il proseguimento di una lezione, una risposta a una domanda di una studentessa, che viene offerta da Pallavidini dopo - per citare lo stesso Favro - la sua lezione su Platone e prima di quella su Filippo II, e che impegna il docente e tutta la classe per una decina di minuti al massimo?
Nessun altro insegnante d’Italia fa mai qualche divagazione rispetto all’«ora di lezione», su quale che sia argomento non rigorosamente attinente ai programmi ministeriali?


15/04/2007


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