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Alzo Zero 2008
Il crepuscolo della modernità. E’ ora di fare un passo indietro
"Il gazzettino" 11/04/2008, di Massimo Fini
Argomenti trattati: Sviluppo tecnologico Analisi e commenti
Indro Montanelli mi raccontò che Leo longanesi una volta gli aveva
detto: "Tu e Ansaldo mi fregherete sempre. Perchè io capisco le cose
cinque anni prima che accadono, voi cinque giorni prima". Vasco
Rossi, fatte tutte le debite proporzioni, è più vicino al tipo
Montanelli -Ansaldo che a Longanesi. È un istintivo, ha fiuto, sente
cosa c'è nell'aria e sta per arrivare e lo capta un po' prima degli
altri. Per questo trovo molto interessante il suo ultimo disco,
appena uscito, "Il mondo che vorrei". Ricordate l'autore che cantava
"vado al massimo"? Bene, adesso lo stesso uomo, certo un po'
invecchiato, dice: "Non si può fare sempre quello che si vuole/non
si può spingere solo l'acceleratore/guarda un po': ci si deve
accontentare". E se ci è arrivato lui fra poco ci arriveranno anche
gli altri a capire che noi non abbiamo bisogno di più velocità, di
più Tav, di più Expo, di più Pil, di più produttività, di più
consumo, di più crescita, di maggiore modernizzazione ma, al
contrario, di rallentare, di frenare, di fare qualche passo
indietro. Abbiamo bisogno di ritornare a una vita più semplice e più
umana. "Ci si deve accontentare di ciò che si ha" canta Vasco. È
stato Ludwig von Mises, uno dei più estremi ma anche dei più
coerenti teorici dell'industrial-capitalismo a sintetizzarne
l'essenza e a individuarne la molla con l'affermare, capovolgendo
venti secoli di pensiero occidentale ed orientale, che "non è bene
accontentarsi di ciò che si ha". E così fondando la necessità
dell'infelicità umana. Poiché ciò che non si ha non ha limi ti,
l'uomo moderno non può mai raggiungere un momento di armonia, di
equilibrio, di soddisfazione: conseguito un obiettivo deve
immediatamente puntarne un altro, salito un gradino farne un altro e
poi un altro ancora e così all'infinito, a ciò costretto
dall'ineludibile meccanismo che lo sovrasta. Ineludibile perchè si
regge su questa ossessiva corsa in avanti alle cui esigenze piega,
lo vogliano o no, anche i singoli individui. Siamo come i cani
levrieri (fra le bestie, sia detto di passata, più stupide del
Creato) che al cinodromo inseguono la lepre meccanica coperta di
stoffa che, per definizione, non possono raggiungere. Perché serve
solo per farli correre. E il futuro orgiastico, che le leads
mondiali agitano continuamente davanti ai nostri occhi come una
sempre nuova Terra Promessa, arretra costantemente davanti ai nostri
occhi come l'orizzonte davanti a chi si incammini avendo la pretesa
di raggiungerlo.
Questa è la condizione dell'uomo contemporaneo. Ed è da questa
frustazione che nasce il mal di vivere, il disagio esistenziale
acutissimo che si diffonde sempre più fra gli abitanti anche, anzi
soprattutto, dei Paesi benestanti o ricchi o ricchissimi ,
provocando ansia, angosce, nevrosi, depressioni, dipendenza da
sostanze chimi che e picchi di suicidi sconosciuti al mondo pre
Rivoluzione industriale (decuplicati, in Europa, dal 1650 ad oggi).
Ma il paradosso finale di questo modello di sviluppo che ha puntato
tutto sull'economi a, subordinando ad essa ogni altra esigenza
dell'essere umano, è che ha completamente fallito anche in
quest'ambito. Da quando la Rivoluzione industriale si è messa in
marcia la povertà nel mondo non ha fatto che aumentare, interi
continenti ne sono stati distrutti, come l'Africa nera (che nessun
"aiuto", peloso o meno, potrà salvare, ma, al contrario, contribuirà
ad inguaiare ulteriormente strangolandola col cappio inesorabile
della globalizzazione), e adesso la fame, la dura fame, comincia a
lambire anche noi se è vero che si vedono già in giro persone, per
ora vecchi, costrette a rubare nei supermercati perché nel mondo del
Denaro chi non ne ha è perduto, né può trovare sostegno in un
tessuto sociale che è stato distrutto.
Ma io credo che la crisi economica ci sarà d'aiuto. Perchè ci
costringerà a pensare al di là dell'economico. A riflettere se aver
abbattuto l'antico principio "è bene accontentarsi di ciò che si ha"
non si sia risolto in una follia autodistruttiva. E chissà se Vasco
Rossi, con le parole semplici delle canzoni, non finirà per essere
più convincente dei tanti intellettuali che, derisi e vilipesi, da
decenni denunciano e annunciano il crepuscolo della Modernità.
15/04/2008