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Alzo Zero 2007
L'"amico americano" che i
giapponesi detestano
"Il gazzettino" il 09/03/2007 Massimo Fini
Un film giapponese , «Vado a morire per te», scritto e prodotto dal
governatore di Tokyo Shintaro Ishihara rivaluta come eroi, per la
prima volta dalla fine della guerra mondiale, i kamikaze mentre
l'aviazione americana viene presentata solo nelle vesti di
massacratrice di civili innocenti: Il premier Abe ha dato uno
schiaffo al Congresso americano che pretendeva che il Giappone
porgesse scuse ufficiali ai Paesi vicini per le «schiave del sesso»
usate dai militari nipponici durante la guerra, nei Paesi occupati:
«Ma quali scuse? E quali schiave» ha detto «Erano solo delle
prostitute». In precedenza Abe aveva rotto, per la prima volta dal
1945, il tabù nucleare, affermando che anche Tokyo ha diritto di
costruirsi il suo arsenale atomico e ha, per questo, programmato di
riformare «la Costituzione imposta dall'America».
Sono tre segnali che confermano un'impressione che ebbi la primavera
scorsa quando fui invitato dall'università di Kyoto a tenere,
insieme ad altri intellettuali e studiosi, cinesi, coreani,
americani, tedeschi, spagnoli, oltre che giapponesi, una conferenza
su «Americanismo e antiamericanismo»: fra qualche decennio il
Giappone scaricherà una cinquantina di atomiche su New York.
Apparentemente i rapporti fra i due paesi sono più che ottimi. Gli
scambi commerciali, economici, finanziari intensissimi. Il paese del
Sol Levante è una specie di «seconda sponda», sul Pacifico, degli
Stati Uniti. Nella modernizzazione è più americano dell'America.
Anzi per tecnologia ed efficienza (un'efficienza imbozzolata in un
formalismo ferreo) gli è ormai avanti. Basterebbe fare un confronto
fra l'aeroporto Nakrita di Tokyo o quello, splendido, di Osaka,
disegnato da Renzo Piano, eleganti, lindi, funzionali e il Jfk di
New York, sporco, sbrecciato, malconcio, scomodo, con scale mobili
che non funzionano quasi mai, per rendersene conto.
Ma il fuoco cova sotto la cenere di quest'efficienza e di questo
formalismo. La modernizzazione maschera un'anima antica, feudale.
Non solo perché il feudalesimo giapponese , che è stato il più
rigido e coerente che storicamente si conosca, è durato fino al
1871, ma perché quella che viene chiamata la «Restaurazione Meiji»,
che dovrebbe essere l'equivalente della nostra Rivoluzione francese,
non fu fatta, come da noi, dalla borghesia ma dai samurai di seconda
schiera sia pur finanziati dai mercanti. La natura più profonda del
giapponese resta quindi samurai, anche se fortemente repressa dalle
esigenze della modernizzazione. E come tutto ciò che è represso è
pronta ad esplorare con violenza. Lo si intuisce dai dettagli. Da
certi gesti bruschi, militari, quasi nazi che compaiono
improvvisamente nella conversazione, tradizionalmente cortesissima e
distaccata, dei giapponesi o nel tifo belluino per i ripugnanti
combattimenti fra scarafaggi. E questa violenza repressa potrebbe
prendere un giorno la direzione del nascostamente odiato «amico
americano». I giapponesi non hanno mai perdonato all'America
Hiroshima e Nagasaki, ovviamente, ma anche di aver costretto il
Tenno, l'Imperatore, a rinnegare la propria origine divina, cosa che
a noi pare irrilevante e quasi ridicola, e che per loro è invece
fondante. Naturalmente questo antiamericanismo sotterraneo non
compare mai in superficie. I giapponesi sono educati da sempre a non
manifestare i propri sentimenti e le proprie emozioni. Ma viene
fuori in modo indiretto. Proprio nel periodo in cui ero a Tokyo ci
fu una partita di baseball, disciplina in cui i nipponici sono
piuttosto forti, fra Stati Uniti e Giappone perso per un solo punto
dai giapponesi che, a loro dire, era stato un grazioso regalo
dell'arbitro. Bene, i principali giornali giapponesi, lo Ashai
Shimbum, lo Yomuri Shimbum The Japan Times, che di solito si
occupano solo di cose serissime, di finanza, di economia, di
politica internazionale, sono andati avanti per dieci giorni a
parlare di questo furto sportivo degli americani. Era evidente che
il baseball era solo un pretesto.
16/03/2007