Alzo Zero 2007

Ecco perché ero su quel palco 

di Massimo Fini
 
Sarebbe un grave errore pensare che la folla che ha partecipato al
riuscitissimo "'V-Day", organizzato da Beppe Grillo in Piazza Maggiore a
Bologna e in altre 150 città italiane, rappresenti una parte del
cosiddetto "popolo di sinistra" deluso dall'operato del proprio governo.
 Così come fu un errore pensare che il milione di persone che si radunò qualche
anno fa in piazza San Giovanni a Roma per protestare contro le vergognose
leggi "ad personam" fosse composto esclusivamente da gente "di sinistra" (la
sinistra, oggi, in piazza, mobilitando tutti gli apparati e le "truppe
cammellate", è in grado di mandare, al massimo, trecentomila adepti).
Ho partecipato ad entrambe le manifestazioni, in piazza Maggiore sono
intervenuto anche dal palco, insieme ad Alessandro Bergonzoni, Marco Travaglio,
Sabina Guzzanti, al giudice Norberto Lenzi, oltre a Grillo che ovviamente si è
riservato, con un'energia incredibile per un uomo che è vicino alla sessantina,
la parte del leone, e credo di sapere di che cosa parlo. Si tratta di un
movimento trasversale, formato da una miriade di gruppi non sempre omogenei,
alcuni dei quali sono venuti allo scoperto, in piazza, come quelli di Grillo,
di Flores D'Arcais, dei NoTav, del mio Movimento Zero, ma il cui grosso si
trova, per il momento, su Internet, ed è formato in grande prevalenza da
giovani, i quali chiedono certamente il ritorno ad un minimo di decenza legale
e formale (i punti qualificanti del "V-Day" erano: via gli inquisiti dal
Parlamento, non più di due legislature per ogni deputato o senatore, poter
votare per nominativi singoli e non solo per liste dove gli eletti sono già
decisi, di fatto, dagli apparati dei partiti), ma che, nella sostanza, hanno
perso ogni fiducia nei partiti in tutti i partiti, e nei loro uomini, nelle
classiche categorie politiche vecchie di due secoli - liberalismo e marxismo,
con i rispettivi derivati, nella destra e nella sinistra - e anche, nel
profondo e magari inconsciamente, nella democrazia rappresentativa.
Lo deduco anche dal modo in cui è stato recepito il mio intervento che andava
ben oltre i temi del "V-Day". Pensavo che sarebbe stato accolto gelidamente da
una platea fortemente legalista (le maggiori ovazioni sono toccate a Marco
Travaglio che della legalità ha fatto il suo cavallo di battaglia). Ho infatti
detto che ero d'accordo con i temi del "V-Day" (figuriamoci se non lo sono,
anch'io batto, da anni, sul tasto della legalità come sanno i lettori di questo
giornale), ma che rischiavano di mascherare la questione di fondo che riguarda
proprio l'essenza della democrazia rappresentativa. Che è un imbroglio, una
truffa, "un modo, sicuramente sofisticato e raffinato, per ingannare la gente,
soprattutto la povera gente, col suo consenso". E che questo non è un problema
italiano, anche se certamente il nostro sistema presenta aspetti degenerativi
specifici, ma di tutte le democrazie occidentali, particolarmente inquietante
in un periodo storico in cui queste stesse democrazie pretendono di omologare a
sè, con la propaganda ideologica, la propria economia e, se del caso, le bombe
e l'intero esistente. Ma che la rivolta contro la "democrazia reale", quella
che concretamente viviamo, inizi dal nostro Paese è molto interessante perchè
l'Italia, nel bene e nel male, è sempre stata uno straordinario laboratorio di
novità (l'ascesa della classe mercantile, che porterà alla Rivoluzione
industriale che ha cambiato il nostro intero modo di vivere, inizia a Firenze e
nel piacentino, il fascismo nasce qua, persino il berlusconismo, che io
considero un fenomeno postmoderno - non è vero che Berlusconi imita Bush, è
vero il contrario - è un fenomeno che prende il via dall'universo mediatico
italiano).
Innanzitutto non si è mai capito bene cosa sia davvero la democrazia. È un
animale proteiforme, mutante, cangiante, sfuggente. Lo stesso Norberto Bobbio,
che pur ha dedicato a questo tema la sua lunga e laboriosa vita, scrive in un
passaggio che i presupposti fondanti della democrazia sono nove, in un altro ne
indica sei, in un altro ancora tre e alla fine ne dà una definizione talmente
risicata da perdere qualsiasi senso. In ogni caso si può dire che
la "democrazia reale" non rispetta nessuno dei presupposti che, almeno
nella "vulgata", le vengono attribuiti. Prendiamone, a mo' di esempio, solo
due. 1) Il voto deve essere uguale. Il voto di ogni cittadino non deve valere
nè di più nè di meno di quello di qualsiasi altro. 2) Il voto deve essere
libero. Deve ciè essere conseguenza di una scelta spontanea e consapevole fra
opzioni effettivamente diverse. I governanti devono avere un reale consenso da
parte dei governati.
Bene. Il voto non è uguale e il consenso è taroccato. Sul primo punto ha detto
parole definitive la scuola elitista italiana dei primi del Novecento: Gaetano
Mosca, Vilfredo Pareto, Roberto Michels. Scrive Mosca ne "La classe
politica": «Cento che agiscano sempre di concerta e d'intesa gli uni con gli
altri trionferanno sempre su mille presi uno a uno che non avranno alcun
accordo fra di loro». Il consenso è taroccato perchè ampiamente indirizzato dai
massmedia, in mano alle oligarchie economiche e politiche, che non per nulla
vengono, spudoratamente, chiamati gli "strumenti del consenso". E lo stesso si
può dire per tutti gli altri presunti presupposti della democrazia che Hans
Kelsen, che non è un marxista nè un estremista talebano, ma un giurista
liberale, considera una serie di "fictio iuris".
Nella realtà la democrazia rappresentativa non è la democrazia ma un sistema di
minoranze organizzate, di oligarchie, di aristocrazie mascherate, politiche ed
economiche, strettamente intrecciate fra di loro e, spesso, con le
organizzazioni criminali - quando non siano criminali esse stesse - che il
liberale Sartori definisce, pudicamente, "poliarchie", che schiacciano il
singolo, l'uomo libero, che non accetta di sottomettersi a questi umilianti
infeudamenti, cioè proprio colui di cui il pensiero liberale voleva valorizzare
meriti, capacità, potenzialità e che sarebbe il cittadino ideale di una
democrazia, se esistesse davvero, e invece ne diventa la vittima designata.
Del resto senza tanti discorsi teorici lo vediamo tutti, lo sentiamo tutti che
noi cittadini non contiamo nulla. La nostra unica libertà è di scegliere, ogni
cinque anni, legittimandola, come l'unzione del Signore legittimava il Re, da
quale oligarchia preferiamo essere dominati, schiacciati, umiliati. Non siamo
che sudditi.
Kelsen scrive: «Si potrebbe credere che la particolare funzione dell'ideologia
democratica sia quella di mantenere l'illusione della libertà». E si chiede
come «una tale straordinaria scissione fra ideologia e realtà sia possibile a
lungo andare».
Me lo chiedo anch'io da tempo. E ho concluso così il mio intervento: «Le
democrazie (inglese, francese, americana) sono nate su bagni di sangue. Ma non
accettano, nemmeno cencettualmente, di poter essere ripagate dalla stessa
moneta. Anzi hanno posto, come una sorta di "norma di chiusura" per dirla con
lo Zietelman, che la democrazia è il fine e la fine della Storia. Saremmo
quindi tutti condannati, per l'eternità, a morire democratici. Ma la Storia non
finisce qui. Finirà, con buona pace di Fukujama e di tutti i Fukujama della
Terra, il giorno in cui l'ultimo uomo esalerà l'ultimo respiro. Non sarà
certamente la nostra generazione, quella mia e di Beppe Grillo, non sarà questo
ludico "V-Day" a cambiare le cose, ma verrà un giorno, non più tanto lontano,
in cui la collera popolare abbatterà questa truffa politica, come, in passato,
è avvenuto con altre». Ovazione.

Massimo Fini

 
17/09/2007


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