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Alzo Zero 2007
L’EFFETTO SERRA ANTROPOGENICO (ESA) NON ESISTE
di Franco Battaglia. Da: portale milania
Ci dicono che i ghiacciai si sciolgono, il livello del mare si
eleva, gli uragani imperversano e che è tutta colpa nostra. Ci
dicono continuamente che, al di là di ogni dubbio, siamo, noi
uomini, la causa di eccezionali cambiamenti climatici in corso. Non
siate terrorizzati: non è niente vero, ci dicono continuamente
bugie. Intendiamoci: il riscaldamento globale (RG) attuale è reale,
nel senso che la temperatura media globale è, oggi, più elevata di
quella di 200 anni fa. Semplicemente non è la CO2 la causa di questo
aumento. L’effetto serra antropogenico (ESA) non è un’ordinaria
teoria scientifica: è presentato dai media come se avesse l’autorità
di una teoria scientifica consolidata dalle ricerche di una
organizzazione scientifica internazionale, l’International Panel on
Climate Change (Ipcc). In realtà, l’Ipcc è un’organizzazione
intergovernativa voluta dall’Onu e, come tutte le organizzazioni
volute dall’Onu, è puramente politica, con numerosi esponenti, molti
neanche scienziati, scelti dai politici e da costoro profumatamente
pagati con denaro pubblico perché dicano ciò che i politici
desiderano sia detto. Le conclusioni finali dell’Ipcc sono guidate
dai politici, e le obiezioni di quegli specialisti che non
concordano con quelle conclusioni e rifiutano di sottoscriverle sono
semplicemente ignorate ma il nome di quegli scienziati appare
ugualmente tra gli autori. L’esempio – uno fra i tanti – del prof.
Paul Reiter dell’Istituto Pasteur di Parigi, noto studioso di
malattie causate dagli insetti e membro dell’Ipcc è illuminante,
come vedremo alla fine.
Un riscaldamento nei momenti sbagliati e nei posti sbagliati, ovvero
l’irrilevanza della CO2
Ci dicono che il clima della Terra sta cambiando: ma il clima della
Terra cambia continuamente. Nella storia della Terra furono
innumerevoli i periodi sia più caldi che più freddi di oggi, con
vaste aree coperte ora da foreste tropicali ora da grandi estensioni
di ghiacciai: il clima è sempre cambiato, senza bisogno di alcun
intervento dell’uomo. Osservando la temperatura del pianeta sino a
circa 1000 anni fa, notiamo, tra il 1400 al 1700, la piccola era
glaciale, tre secoli di temperature ben inferiori a quelle attuali.
E se andiamo indietro nel tempo di altri 1000 anni, ci fu, tra il
1100 e il 1300, il periodo caldo medioevale, con due secoli in cui
le temperature furono ben maggiori di quelle odierne. L’evidenza
storica è inconfutabile: vi sono dipinti del 1600 raffiguranti il
Tamigi, ghiacciato, usato da pattinatori e attraversato da carri;
così come vi sono i racconti di Chaucer a testimoniare come nel XIII
secolo i vigneti fiorivano anche nel nord dell’Inghilterra. Andando
ancora indietro nel tempo, sino all’età del bronzo, nel periodo che
i geologi chiamano Olocene la temperatura fu per oltre 2 millenni
notevolmente superiore a quella odierna, e ad essa ben sopravvissero
gli orsi polari, della cui estinzione oggi ci si preoccupa contro
l’evidenza che la loro popolazione è, oggi, più numerosa che nel
secolo scorso.
L’idea che la CO2 sarebbe responsabile del RG del XX secolo è in
totale contraddizione coi dati reali. Il RG dell’ultimo secolo
cominciò proprio nella seconda metà dell’Ottocento – quando la
popolazione mondiale era ancora di circa 1 miliardo, e le
automobili, gli aeroplani o i generatori di corrente elettrica non
erano stati ancora inventati – e proseguì fino ai primi decenni del
Novecento quando la produzione industriale era ancora nella sua
infanzia, limitata a pochissime nazioni e frenata dalle guerre e
dalla depressione economica. Curiosamente, dal 1940 in poi il RG
ebbe un arresto, con le temperature che diminuirono, non per uno o
due anni, ma per oltre 3 decenni, sino al 1975: eppure, furono
proprio quelli successivi alla seconda guerra mondiale gli anni
testimoni del maggiore sviluppo industriale e di una crescita
esponenziale della concentrazione atmosferica di CO2. Di più: le
temperature cominciarono a risalire la china dopo il 1975, proprio
in corrispondenza di un’altra recessione economica. Insomma, il RG
dell’ultimo secolo è occorso in momenti diversi da quelli previsti
dall’ipotesi della sua origine antropica.
La ragione per cui fu ipotizzato che la CO2 sarebbe responsabile del
cambiamento climatico è che la CO2 è un gas-serra. Senonché, il
principale gas-serra non è la CO2, bensì l’acqua, che contribuisce
per il 95% all’effetto serra naturale; per cui, quando si considera
l’immissione antropica in atmosfera di CO2, il suo contributo va
calcolato rispetto non alla CO2 già presente ma rispetto alla
totalità dei gas-serra già presenti. In questo modo, il contributo
antropico all’aumento di gas-serra risulta insignificante, meno
dello 0.01%. Inoltre, se l’attuale RG fosse dovuto all’incremento di
gas-serra, per il meccanismo stesso dell’effetto serra, l’aumento
della temperatura della troposfera, 10 km sopra le nostre teste,
dovrebbe essere accentuato più che a livello della superficie
terrestre. Le misure della temperatura della troposfera, eseguite da
sonde su palloni aerostatici e, più recentemente, dai satelliti, non
registrano, lassù, alcun aumento di temperatura. Ancora una volta,
l’intera teoria dell’ESA ha fallito: il RG degli ultimi 40 anni è
occorso in luoghi diversi da quelli previsti dall’ipotesi della sua
origine antropica. Detto in altri termini, l’ESA è occorso nel posto
sbagliato e nel momento sbagliato, cioè, secondo la teoria corrente
e politicamente corretta, dove non doveva e quando non doveva.
Al Gore, presidente mancato degli Stati Uniti, ha prodotto un
recente film con l’intenzione di diffondere informazione, a suo dire
corretta, sull’intera questione. Egli fonda tutto il suo
ragionamento su due fatti, entrambi veri: la CO2 è un gas-serra e,
secondo le misure eseguite sulle carote di ghiaccio estratte dai
ghiacciai polari, si osserva correlazione tra le variazioni di
concentrazione di CO2 occorse nel passato e le variazioni di
temperatura. Ciò che Al Gore omette di osservare è, innanzitutto, la
relativa importanza (meno dello 0.05%, come già detto) della CO2
come gas-serra. Inoltre, egli omette di osservare che “correlazione”
non significa “relazione di causa-effetto”. Per intenderci: esiste
una forte correlazione tra il canto del gallo e il sorgere del sole,
ma questo non sorge perché il gallo ha cantato. Più precisamente, le
analisi sulle carote di ghiaccio estratte dai ghiacciai polari
dimostrano, in modo inequivocabile, che quella correlazione esiste
davvero, ma procede nella direzione opposta a quella che Al Gore
lascia intendere: in tutto l’arco temporale (di estensione
geologica) interessato da quelle correlazioni, le variazioni di
temperatura precedono, anche di 800 anni, le corrispondenti
variazioni di concentrazione di CO2. In altri termini, ogni aumento
(diminuzione) di concentrazione di CO2 ha seguito e non preceduto il
corrispondente aumento (diminuzione) di temperatura. Insomma,
l’ipotesi fondamentale dell’ESA è, ancora una volta, contraddetta
dai fatti: l’aumento di CO2 non può essere la causa del
riscaldamento ma, semmai, è il riscaldamento la causa dell’aumento
di CO2.
Ma da dove verrebbe la CO2 e, soprattutto, da dove verrebbe il
riscaldamento? La risposta alla prima domanda è facile. Premesso che
la frazione antropica di CO2 è una piccola percentuale di quella da
altri emettitori (i vulcani, ad esempio, emettono ogni anno più CO2
di quanto non faccia l’insieme di tutte le attività umane), i più
potenti emettitori sono gli oceani, enormi serbatoi di CO2 in essi
disciolta (di fatto, una buona metà delle emissioni antropiche è
dagli oceani assorbita) e pronta ad essere immessa in atmosfera non
appena la temperatura superficiale delle acque aumenta Ma perchè vi
sono fino a 800 anni di differenza tra le variazioni di temperatura
e quelle di concentrazione atmosferica di CO2? La ragione è che gli
oceani sono così vasti e così profondi che hanno bisogno di
centinaia d’anni prima di memorizzare, per così dire, l’avvenuta
variazione di temperatura: osservare una variazione, ad esempio,
oggi nell’oceano Atlantico, può significare che qualcosa è accaduto
decine o centinaia d’anni fa in qualche remota parte di qualche
altro oceano.
La rilevanza del sole
Rispondiamo ora alla seconda domanda: visto che non è certamente la
CO2, cos’è allora che determina il riscaldamento? Anche qui, la
risposta è semplice: bisogna innanzitutto essere consapevoli che
tutte le attività degli oltre 6 miliardi di esseri umani sono un
nonnulla rispetto all’attività di quel gigante, lassù nel cielo, che
è il nostro sole. Le macchie solari sono, sappiamo oggi, intensi
campi magnetici che appaiono durante periodi d’elevata attività
solare. Ma per secoli e da molto prima che se ne conoscesse
l’origine, gli astronomi ne hanno registrato il numero, e dai dati
raccolti si può notare che nel periodo della piccola era glaciale vi
fu una drastica riduzione nel numero delle macchie solari (minimo di
Maunder, dal nome dell’astronomo inglese che osservò la
circostanza). Quanto il numero di macchie solari sia un attendibile
indicatore del clima lo scoprirono il ricercatore danese
Friis-Christensen e i suoi collaboratori, che nel 1991 dimostrarono
la stretta correlazione tra attività solare e temperatura globale in
tutto il periodo compreso fra il 1860 e il 1990. Per escludere che
quella correlazione fosse una semplice coincidenza, andarono
indietro nel tempo per altri 400 anni e, di nuovo, accertarono la
stretta correlazione tra attività solare e temperatura globale.
Un’ulteriore conferma di quanto la CO2 sia ininfluente nella
determinazione del nostro clima si ebbe nel 2005, quando geofisici
di Harvard pubblicarono le registrazioni di temperature artiche
durante gli ultimi 100 anni e, con esse, le variazioni di
concentrazione di CO2 e le variazioni di attività solare registrate
indipendentemente da altri ricercatori: la correlazione tra
quest’ultima e le temperature era perfetta, mentre nessuna
correlazione si osservò tra le temperature e la CO2. Ancora una
volta, l’inevitabile conclusione è che è il sole ciò che guida il
nostro clima, mentre la CO2 è irrilevante.
Il sole influenza il clima non solo, direttamente, col suo calore ma
anche, indirettamente, attraverso le nuvole, che hanno un potente
effetto raffreddante. Le formazioni nuvolose globali si hanno anche
grazie all’interazione del vapore acqueo dagli oceani con le
particelle di raggi cosmici provenienti dall’esplosione di stelle
lontane giunte alla fine della loro vita, per cui le molecole di
vapor d’acqua colpite dai raggi cosmici diventano nuclei di
condensazione da cui si formano le nuvole. Quando il sole è più
attivo, cioè quando il campo magnetico da esso è più intenso, i
raggi cosmici (che sono particelle elettricamente cariche) sono
maggiormente deviati da quel campo magnetico: ne consegue un più
debole flusso cosmico cui corrisponde una minore formazione di
nuvole e quindi un maggiore riscaldamento. La potenza di questo
effetto è diventata chiara solo recentemente, dopo che si sono
confrontate, nel corso degli anni, le temperature globali con il
flusso di raggi cosmici, scoprendo, ancora una volta, una stretta
correlazione tra temperatura globale e flusso cosmico: la prima
aumenta ogni volta che il secondo diminuisce, e viceversa. Insomma:
il clima è controllato dalle nuvole, queste sono controllate dal
flusso di raggi cosmici a sua volta controllato dall’intensità del
campo magnetico dal sole, cioè dalla attività della nostra stella.
Origine e fortuna dell’imbroglio dell’ESA
Ma perché mai, allora, sebbene l’ipotesi di lavoro dell’ESA si sia
rivelata totalmente priva d’ogni fondamento, ne siamo ancora tutti
bombardati come se fosse un fatto indiscutibile? Per comprendere
come una congettura errata abbia potuto mantenere intatta la sua
potenza mediatica, dobbiamo sapere come essa nacque. Negli anni
Settanta, dopo 3 decenni di raffreddamento globale, si cominciò a
temere per una imminente era glaciale, fino al punto che qualcuno
avanzò la stravagante idea che essa si sarebbe potuta evitare con
l’immissione volontaria di CO2 in atmosfera, anche se non ebbe il
tempo di essere ascoltato perché, nel frattempo, letemperature
cominciavano ad aumentare di nuovo. Tuttavia, furono quelli, anche,
anni di recessione economica, col prezzo del petrolio alle stelle e
grandi sommosse tra i lavoratori del carbone. In Inghilterra,
Margaret Tatcher, preoccupata per la sicurezza
dell’approvvigionamento energetico del proprio Paese e,
evidentemente, poco fiduciosa sia verso i petrolieri del Medioriente
che verso i sindacati dei lavoratori delle miniere di carbone, pensò
fosse proprio dovere sostenere la causa del nucleare. La
preoccupazione che la combustione di combustibili fossili potesse
elevare la temperatura del pianeta sino a metterne in pericolo il
clima cadeva proprio a fagiolo, e così, molto tempo prima che
l’effetto serra diventasse una preoccupazione globale, la Tatcher
trovò in quella preoccupazione la possibilità di un’ottimo sostegno
alla causa pro-nucleare che aveva deciso di sposare. Decise così di
allocare consistenti fondi in ricerche che in qualche modo
provassero i rischi dell’immissione di gas-serra in atmosfera, una
decisione che suggellò il legame tra la politica e l’ESA, un legame
che, inevitabilmente, promosse enormi flussi di denaro nel settore
della climatologia, purché, però, fosse inequivocabile l’enfasi
sulla relazione tra CO2 e clima. Fu così possibile la nascita dell’Ipcc,
il cui Primo Rapporto, del 1990, ignorando completamente le
conoscenze più accreditate della climatologia, inclusi gli effetti
del vapore acqueo, delle nuvole e del sole sul clima della Terra,
“prediceva” ciò che i politici volevano predicesse: il disastro
climatico come conseguenza dell’immissione in atmosfera della CO2.
Agli inizi degli anni Novanta l’ESA non era più un’eccentrica idea
di un gruppo ristretto ma una vasta e fiorente propaganda politica.
Fatto che incrementò l’attenzione dei media, che, a sua volta,
incrementò il flusso di risorse: in pochi anni, il solo budget
annuale americano sulle ricerche dei cambiamenti climatici salì da
200 milioni a 2 miliardi di dollari (oggi è di quasi 4 miliardi). Si
crearono nuovi “posti di lavoro”, occupati da persone prive di
alcuna competenza specifica nel campo della climatologia, ma che
traevano di che vivere da un poderoso budget che a sua volta
ingigantì vieppiù la propaganda politica, in un vortice senza fine.
Il mondo della ricerca non era escluso da questo vortice: condizione
necessaria per vedere finanziati progetti di ricerca nei più
disparati rami dello scibile era rivendicarne l’importanza nel
contesto dell’ESA. Oggi le università abbondano di corsi di
matematica ambientale, fisica ambientale, chimica ambientale,
biologia ambientale, geologia ambientale, ingegneria ambientale,
economia ambientale, diritto ambientale e così all’infinito: è nato
un intero corpo dello scibile privo di contenuti scientifici ma
esuberante di politica. Gli studenti di questi corsi spesso non
hanno alcun interesse per la scienza, una scienza peraltro assente e
inventata dai politici, e il loro unico scopo è acquisire un patacca
che gli consenta di parlare ai politici e influenzare la politica.
Allo stesso modo sono nati i movimenti ambientalisti: i loro
esponenti sono quasi sempre digiuni degli elementi di base della
scienza, della fisica, della chimica, e gli scienziati, i fisici, i
chimici, i biologi, sono i loro nemici, a meno che non
accondiscendano, compiacenti, alla congettura dell’ESA.
Una gran parte delle risorse di ricerca allocate sull’ESA ha
foraggiato la stesura di corposi modelli di calcolo per prevedere il
clima del futuro. Per chi scienziato non è, i modelli al computer
sembrano scienza rigorosa, inducono stupore e incutono rispetto. La
verità è che, per compiacere i finanziatori, gli autori di questi
modelli ignorano l’influenza del sole, del vapore acqueo e delle
nuvole, e assumono tutti, direttamente o indirettamente, che le
emissioni antropiche siano il principale responsabile dei
cambiamenti climatici. Gonfiando a dismisura le emissioni antropiche
di CO2, quei modelli hanno prodotto scenari climatici senza alcuna
connessione con la realtà delle cose, scenari che ci dicono, ad
esempio, che da qui a 100 anni la temperatura globale si eleverà da
un minimo di 1.4 ad un massimo di 6.8 gradi e il livello dei mari si
eleverà da un minimo di 9 a un massimo di 90 cm. Ma è importante
notare gli scenari non sono previsioni e che i modelli dipendono da
parametri, variando i quali si può ottenere tutto e il contrario di
tutto. Ad esempio, se seguendo con un modello gli effetti dello
scioglimento di un ghiacciaio i risultati dicessero che nulla
accadrebbe di interessante, allora quei risultati non sarebbero
neanche degni di pubblicazione. Se invece, variando opportunamente i
parametri del modello, lo scioglimento del ghiacciaio “predicesse”
un qualche disastro climatico, allora quella “previsione”
diventerebbe interessante per la pubblicazione, non solo in un
normale quotidiano, per sua natura interessato alle notizie
sensazionali, ma anche nelle riviste scientifiche, le quali
contengono così solo quei risultati “interessanti” che, a loro
volta, tanto più sono drammatici tanto più facilmente attirano
l’attenzione dei media. L’ESA ha insomma fatto nascere un nuovo tipo
di giornalista, il giornalista ambientale, il quale attira tanta più
attenzione quanto più catastrofista è la notizia che riporta.
Ad esempio, qualunque testo elementare di meteorologia insegna che
la principale causa di violenti eventi meteorologici è la differenza
di temperatura tra i tropici e i poli. Gli stessi testi insegnano
che quando la temperatura globale è più elevata quella differenza è
meno accentuata e, quindi, minori sarebbero quegli eventi violenti.
Ma ciò non viene detto, perché a dirlo si sarebbe poco
catastrofisti, cioè, alla fine, poco interessanti. Un altro esempio:
veniamo terrorizzati che anche un minuscolo aumento di temperatura
globale potrebbe causare catastrofici scioglimenti dei ghiacciai, ma
la storia del clima della Terra non giustifica questo terrore, come
insegna il caso della Groenlandia, che nel passato ha goduto di
temperature ben più alte di oggi senza che i ghiacciai si siano
sciolti. E ancora: i media riportano le repentine rotture dei
ghiacci, suggerendo essere, esse, una conseguenza dell’ESA, ma non
dicono che i ghiacci si muovono costantemente e oggi, grazie ai
satelliti, possiamo seguirne i movimenti, di cui le rotture sono
eventi tanto frequenti quanto lo sono le foglie che cadono in
autunno. I media riportano anche la prospettiva di un rapido aumento
del livello dei mari. Il livello dei mari cambia continuamente a
causa di due principali fattori: un fattore locale, che consiste
nella variazione di dislivello tra il mare e la terraferma, spesso
dovuto a movimenti della terraferma stessa; e un fattore globale,
che non ha niente a che fare con lo scioglimento dei ghiacci ma è
dovuto all’espansione termica delle acque, un’espansione che è la
risposta a variazioni di temperatura occorse, magari, centinaia di
anni prima. Un altro motivo di terrore legato all’ESA è la possibile
diffusione verso elevate latitudini di malattie tropicali, come la
malaria. Ma la malaria non è una malattia tropicale: quando il Prof.
Reiter, membro dell’Ipcc, fece notare che le zanzare sono abbondanti
anche ai poli e che una delle più devastanti epidemie di malaria
occorse in Siberia negli anni Venti del secolo scorso, con milioni
di casi l’anno per diversi anni e con un totale di 600.000 morti, le
sue osservazioni non furono recepite nella stesura dei rapporti
dell’Ipcc, rapporti ove si inventò di sana pianta l’idea che la
malaria avrebbe devastato zone della Terra sempre più a nord e ove
si può leggere che «le zanzare che trasmettono la malaria non
sopravvivono a temperature invernali inferiori ai 16-18 gradi». Per
non vedere il proprio nome infangato con informazioni errate, il
prof. Reiter chiese che il proprio nome fosse cancellato dalla lista
degli autori di quei rapporti, ma fu accontentato solo dopo aver
intrapreso una formale azione legale. Il caso di Reiter non fu un
caso isolato.
18/11/2007