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Alzo Zero 2007
Uscito su "Il
gazzettino" il 12/06/2007 Massimo Fini
MANICOMI GIUDIZIARI E DEMAGOGIA
C'è un progetto elaborato dal dottor Marco D'Alema, dal dottor Ditta
e dalla dottoressa Mancuso, che verrà presentato la settimana
prossima alle Regioni, di chiudere i manicomi giudiziari , ora più
pudicamente chiamati Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg). Ottima
idea, in sè. Perché se c'è un posto infame è il manicomi o
giudiziari o che unisce in sé il peggio del carcere e il peggio del
manicomi o.
Il rischio però è il solito: di fare il passo più lungo della gamba.
Come avvenne per la legge 180 che è, in buona parte, all'origine del
sovraffollamento dei manicomi giudiziari .
Su iniziativa dello psichiatra triestino Franco Basaglia la legge
180 abolì "sic et simpliciter" i manicomi . Basaglia diceva che sul
posto dove sorgevano i vecchi manicomi doveva "essere sparso il
sale", cioè non ne doveva rimanere niente. Furono così smantellate o
ridotte al minimo (alcuni malati infatti non poterono in alcun modo
essere fatti uscire perché sarebbe equivalso a un omicidio) non solo
le strutture fatiscenti, ma anche quelle di primissimo ordine come
il Mombello e il Paolo Pini di Milano, dove già si permetteva ai
malati di uscire e andare a lavorare, tenednoli sotto controllo, si
faceva ergoterapia, musicoterapia, c'erano i campi da calcio, di
pallacanestro e via dicendo. Non si apprestarono però strutture
alternative dove i malati, usciti dal manicomi o, potessero essere
curati.(Segue a pagina 25)
E non lo si fece appositamente. Nella sua astrattezza ideologica,
tipica di una certa sinistra, Basaglia voleva che i malati di mente
fossero curati "sul territorio", parola magica che però, di fatto,
significava semplicemente che i malati venivano lasciati allo sbando
o ricadevano, con tutto il peso dei loro problemi, sulle famiglie,
che è il posto peggiore dove possono stare perché spesso in famiglia
e a causa della famiglia si sono ammalati. A parte il fatto che le
famiglie - spesso due anziani genitori - non sono in grado di
contenere questo tipo di malati.
All'inizio, in base al principio che "il malato di mente è un malato
come tutti gli altri", questi malati, quando erano, come si dice in
gergo, "in acuzie", cioè davano fuori di matto, venivano ricoverati
negli Ospedali generali, nei reparti comuni. Poi quando si vide che
i matti strappavano il catetere o il respiratore ai loro sfortunati
compagni di stanza, ci si decise a creare dei reparti speciali. I
cosiddetti "repartini", con non più di 15 posti, dove non c'era
nulla, non dico un campo di calcio, ma nemmeno un flipper perché
"non bisogna istituzionalizzare la malattia". Venivano sedati con
gli psicofarmaci e poi cacciati fuori costringendoli a un periodico
e penoso elastico fra "il territorio" e questi "repartini". Gli
psichiatri democratici, eredi di Basaglia, non vollero nemmeno, per
lungo tempo, che fossero create delle strutture intermedie, le
chiamavano con disprezzo "i minimanicomi". La sola struttura che
venne alla fine approntata furono i Cps (Centri psicosociali) ora
chiamati Dipartimenti di salute mentale (Dsm). Ma qui c'era un vizio
d'origine dovuto sempre all'astrattezza, direi al furore ideologico,
della legge 180. In nome del principio dell'autonomia e della
dignità del malato di mente doveva essere costui ad avvicinare
questi centri di assistenza e non viceversa. Ora, questo lo può fare
un grande depresso, un nevrotico, un maniaco-depressivo, cioè gente
che si rende conto di non star bene e cerca aiuto, non il pazzo
vero, lo psicopatico, lo schizofrenico, il quale crede di essere
Napoleone o Cristo e pensa che malati siano gli altri.
Succedeva così che il malato di mente, che non si riconosceva tale e
non poteva riconoscersi tale, rimaneva per anni senza cure, senza
assistenza, senza essere seguito da nessuno, finché esplodeva in
qualche follia conclamata, che disturbava la quiete pubblica e
allora, senza più alcun rispetto per la sua dignità, arrivavano
l'ambulanza e la camicia di forza e lo si portava di peso nei "repartini".
Dove restava quindici o, al massimo, trenta giorni. Fino alla
prossima volta. Se la "follia" era un crimine (quante volte abbiamo
sentito di malati di mente che hanno ammazzato i genitori o,
d'improvviso, senza alcuna ragione apparente ucciso il primo che
passa?) finivano - e finiscono - nei manicomi giudiziari la cui
popolazione, dall'introduzione della legge 180, è aumentata del
40\%.
Se si chiuderanno i manicomi giudiziari chi si occuperà di questi
malati, pericolosi a sé e agli altri? I Dipartimenti di salute
mentale? Ma le stesse associazioni dei familiari dei malati di mente
fanno notare che questi Dipartimenti "attualmente non solo non sono
attrezzati per far fronte a questa nuova situazione, ma spesso sono
insufficienti anche per farsi carico della quotidianità".
I malati di mente, anche quelli che hanno commesso dei gravi reati,
non sono responsabili dei loro crimini, tantomeno della loro
malattia. Tirarli fuori dalla "cajenna" dei manicomi giudiziari è
giusto. Ma bisogna fare esattamente l'opposto di ciò che si fece con
la legge 180. Prima si apprestano le strutture per accoglierli e
curarli. Che comunque non potranno non essere strutture
concentrazionarie, anche se di più piccole dimensioni, più umane,
meglio attrezzate (perché una cosa è curare 50 malati concentrati
nello stesso luogo, altra è curarli sparsi sul "territorio", il che
si è rivelato impossibile anche per i malati di mente, diciamo così,
normali).
Ma so già come andrà a finire questa storia. Come vanno a finire
tutte le storie in Italia. Sotto la spinta demagogica i manicomi
giudiziari verranno chiusi, i malati liberati e l'opinione pubblica
italiana si compiacerà con se stessa per il nostro senso di umanità,
per la nostra legislazione così "avanzata". Poi, al primo bambino
strangolato da uno di questi disgraziati, la stessa gente griderà
all'infamia, all'ignominia, allo scandalo, all'irresponsabilità per
aver lasciato in libera circolazione "il matto".
18/06/2007