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Alzo Zero 2007
Una farsa olocaustica
di Claudio Mutti
Più di una trentina d’anni fa venne proiettata in Italia una
pellicola romena intitolata "I Daci"; il regime nazionalcomunista di
quegli anni incoraggiava anche nel cinema una produzione che mirasse
a celebrare la formazione del popolo romeno e le sue successive
vicende storiche.
Da
allora, se ben ricordiamo, dalla Romania non è più arrivato qui da
noi nessun prodotto cinematografico, nonostante nel paese danubiano
non abbiano scarseggiato, nell’ultimo trentennio, registi di buon
livello.
Tra questi non rientra affatto Radu
Mihaileanu, il quale però ha capito come
va il mondo (smecher! direbbero i suoi
concittadini con un prestito linguistico d’origine yiddish) e ha
trovato la maniera per garantirsi un successo che non avrebbe
certamente conseguito, qualora avesse coltivato il filone dell’epica
nazionale. Le scolaresche italiane non sarebbero state deportate in
massa nelle sale cinematografiche per assistere a un film su Traiano,
Decebalo, Stefano il Grande o il
Maresciallo Antonescu.
Perciò Mihaileanu ha fatto un film, "Train
de vie", ispirato all’epica ufficiale dell’Occidente: quella
olocaustica. La vicenda che fa da sfondo
al film è nota, perché i giornali ovviamente non sono stati avari di
recensioni e di segnalazioni; anzi, nel 2003, in occasione di quella
nuova festa nazionale italiana che è la Giornata della Memoria, "Train
de vie" è stato anche inserito in alcuni programmi televisivi.
La storia comunque è la seguente. Nell’estate dell’anno cinquemila e
rotti dalla creazione del mondo, cioè nel 1941 dell’era volgare,
dunque all’epoca della dittatura instaurata dal generale
Ion Antonescu
in seguito all’espulsione dei legionari dal governo, l’esercito
tedesco sta deportando tutti gli ebrei dalla Romania, naturalmente
“in gas” (per dirla nell’italiano di Primo Levi). Immaginate che
bolletta catastrofica, visto che erano più o meno ottocentomila gli
ebrei che tra il XIX e il XX secolo avevano invaso la Romania.
In una imprecisata località di questa
pseudoromania ammannita agli spettatori occidentali (ché in
Romania "Train de vie" non hanno osato
proiettarlo), lo scemo del villaggio suggerisce una via di salvezza:
deportiamoci da soli e andiamo in Palestina in treno. E la
Palestina, a quanto si apprende dai dialoghi curati da
Moni Ovaia, è un luogo disabitato, un
deserto che aspetta solo l’arrivo dei sionisti per poter essere
trasformato in giardino.
L’idea dello scemo dello shtetl è
accolta con entusiasmo dal rabbino e dagli altri saggi, perché per
bocca degli scemi, dice il rabbino stesso, parla il dio degli ebrei.
E così gli ebrei del villaggio si mettono al lavoro e in quattro e
quattr’otto fabbricano un treno nuovo di zecca. La maggior parte
della popolazione dello shtetl salirà
sui vagoni posteriori, mentre sulle lussuose carrozze anteriori
saliranno gli ebrei che si sono travestiti da SS. Li guida il bravo
Mordechai, che si è tagliato la barba,
si è travestito da colonnello SS e in poche ore ha imparato a
parlare un tedesco perfetto: Die
deutsche Sprache
gut und schnell,
come promettono alcuni corsi di lingua tedesca. Col suo tedesco
impeccabile e una dialettica che farebbe invidia a un talmudista,
Mordechai riesce a mettere nel sacco gli
ufficiali tedeschi che ai posti di blocco vogliono controllare
quello strano convoglio, il quale non
è
registrato né negli orari ferroviari né nelle liste dei “treni
segreti”. I tedeschi, d’altronde, oltre ad essere delle bestie
feroci, sono anche dei bestioni imbecilli, sicché il treno riesce a
raggiungere la frontiera sovietica.
Qui gli ebrei si imbattono in un gruppo di zingari che, minacciati
anche loro di sterminio dalle belve naziste, hanno avuto la stessa
idea degli ebrei e si sono travestiti da
deportatori e da deportati per potersene
andare… in India. A questo punto ebrei e zingari
fraternizzano e viaggiano insieme sul medesimo treno, finché
arrivano tutti (o quasi) a destinazione.
La storia, in sé, è una vera e propria farsa, condita col tipico
umorismo di un cabaret jiddish; si è detto, d’altronde, chi è
l’autore dei dialoghi. Tra le profonde riflessioni teologiche,
affidate per lo più allo scemo del villaggio, ci limitiamo a citare
questo capolavoro di dottrina: “Che importanza ha che Dio ci sia o
non ci sia? Ci siamo mai chiesti se esiste l’Uomo?” A parte i
witz di questo genere, lo spettatore
ricava alcuni messaggi di tipo storico-politico; uno dei quali
consiste nella già riferita tesi sionista circa la Palestina.
Ma il messaggio principale che la storia intende trasmettere
riguarda la deportazione degli zingari e degli ebrei della Romania
ad opera dell’esercito tedesco.
Ora, per quanto riguarda gli zingari, alcuni anni fa avemmo il modo
di intervistare, nella sua “cancelleria” di Bucarest, Sua Maestà
Ion Cioaba
I, al quale è succeduto il figlio Florin,
attualmente assiso sul trono zingaresco. Ebbene, il vecchio
Ion Cioaba,
che aveva rappresentato gli zingari presso
una
commissione dell’ONU, dichiarò che i suoi sudditi dovevano
ringraziare Antonescu se non erano stati
internati nei campi di concentramento tedeschi, perché il
Conducator li aveva arruolati per il
lavoro coatto, mandandoli a costruire fortificazioni sul fronte
orientale.
Quanto agli ebrei, vale la pena di riferirsi ad una fonte non certo
sospettabile di velleità “negazioniste”: l’ebreo di Romania
Radu Ioanid,
direttore del Registro Nazionale dei Sopravvissuti dell’Olocausto.
Da un’intervista che Radu
Ioanid ha accordata a un giornalista
ebreo, Andrei Cornea, e che è stata pubblicata sul n. 6 (9-15
febbraio 1994) del periodico in lingua romena “22” (finanziato dalla
Fondazione Soros), risulta una
situazione molto diversa da quella che Train
de vie vorrebbe suggerire. Secondo Ioanid,
sotto il governo di Antonescu “gli ebrei
furono mandati in distaccamenti esterni di lavoro, furono privati di
ogni diritto civile, furono depredati e spesso maltrattati,
deportati da una zona all’altra, ma non furono sistematicamente
sterminati”. Ebbero luogo alcuni pogrom, tra i quali quello
descritto da Malaparte in Kaputt, ma si trattò delle azioni
spontanee di una popolazione esasperata da decenni di sfruttamento.
In ogni caso, nel periodo della dittatura di
Antonescu i tedeschi non effettuarono deportazioni di ebrei
dai territori dello Stato romeno.
Il film di Mihaileanu, che ci mostra una
Romania nella quale l’unico esercito esistente è quello tedesco,
insiste dunque su una menzogna che da alcuni anni a questa parte
viene diffusa a vari livelli allo scopo di esercitare un ricatto nei
confronti della Romania. Infatti alcuni anni fa gli ambienti
sionisti presentarono al governo di Ion
Iliescu una salata richiesta di riparazioni di guerra, rivendicando
il 60% dei beni immobiliari dei grandi centri urbani!
Simultaneamente, un gruppo di parlamentari del Congresso
statunitense ingiunse al presidente della Romania di dichiarare
Antonescu “criminale di guerra”.
31/05/2007