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Il significato politico dell’arresto dello storico britannico Irving: effetto boomerang?
di Enrico Galoppini
Non c'era bisogno dell’arresto dello storico britannico David Irving - il quale rischia dai 10 ai 20 anni di galera in Austria - per scoprire che tutto il gran parlare di «libertà d'espressione» lascia il posto ad un silenzio di tomba non appena ci si addentra in un qualche ‘terreno minato’. E difatti non mi straccerò le vesti per quel che è accaduto e che accadrà di nuovo in questa Europa sempre più integralista ed inquisitoria[1][1].
L’apparato mediatico ha, come di consueto, svolto il ruolo che gli compete, presentando Irving come un essere abietto, un falsario dilettante mosso da odio «antisemita» e perciò intento a forzare sistematicamente i documenti per trarne conclusioni preconfezionate. E’ stato anche scritto che Irving si era recato in Austria (paese dove nel 1989 avrebbe commesso il «reato», l’«apologia del Nazismo», negando – sulla base delle ricerche sue e di altri storici - che siano mai esistite le «camere a gas naziste»)[2][2] per partecipare ad un «raduno di estremisti di destra», mentre in realtà avrebbe dovuto tenere una lezione, su invito di un’associazione goliardica universitaria di destra, sull’importante tema dei rapporti tra autorità nazionalsocialiste e sionisti ungheresi. Ma quella lezione non c’è mai stata: Irving, segnalato dagli autovelox della ‘psico-polizia’, è stato arrestato in Stiria mentre viaggiava in autostrada.
Nel ‘dalli all’untore’ di prammatica si è distinta una giornalista che, citando la querelle giudiziaria tra lo stesso Irving e Deborah Lipstadt, ha sentenziato: “Il tribunale ha tolto a Irving la patente di storico”[3][3]. Eh già, la Storia va fatta appunto nei tribunali. Ma se la storia la si lasciasse agli storici (e non si può negare che Irving sia definibile come tale)[4][4], lasciati liberi di confrontarsi ad armi pari (cioè, non tutti i media a disposizione, da una parte, qualche sito e pochi editori semisconosciuti, dall'altra, per non parlare delle mene condotte da zelanti ermellini agiti dalle centrali del mondialismo), le cose si evidenzierebbero per quelle che sono, senza esagerazioni in un senso o nell'altro, fuori da ogni teologia olocaustica e con buona pace dei giudeolatri e dei giudeofobi: ciascuno, portato a conoscenza dei fatti e delle conseguenti (provvisorie) conclusioni, potrebbe farsi più che un'idea da sé[5][5]. Ma non ci ripetono sempre che il cittadino delle «moderne democrazie» deve essere informato su tutto? Misteri delle liberaldemocrazie.
In qualche caso gli inquisitori fanno ricorso alla diffamazione. Ma è l’extrema ratio, perché nella società dello spettacolo parlar male di qualcuno (e non dei «revisionisti», dei «negazionisti» in astratto) è pur sempre parlarne. Ed è il caso di Irving, attaccato perché ha una certa notorietà ed è individuato come l'anello debole della catena: primo perché, come già detto, non è uno specialista, secondo per le sue simpatie nazionalsocialiste. Il che non significa certo che i risultati delle sue ricerche sulla Seconda Guerra Mondiale siano destituiti di serietà scientifica. Se così fosse, dovremmo porre un'incompatibilità assoluta dello storico in caso di affinità tra l'oggetto delle ricerche e le sue preferenze storico-politiche. La Vita di Gesù di Giuseppe Ricciotti non varrebbe una cicca perché Ricciotti era un cattolico tutto d'un pezzo; lo stesso dicasi della Storia del PCI di Paolo Spriano perché comunista; ma anche la recente storia del «riformismo musulmano» scritta da Tariq Ramadan, se usassimo lo stesso criterio, cadrebbe in un ‘conflitto d'interessi’... Il ragionamento, poi, curiosamente, non vale al contrario, e troviamo fieri anti-nazisti le cui opere su Hitler e la Seconda Guerra Mondiale vengono proposte a modello mentre trasudano propaganda (ma qui non intervengono i tribunali!) a piene mani (il che non vuol dire che un autore che non simpatizza per il Nazionalsocialismo non possa scrivere un libro serio: penso a Rainer Zitelmann, Hitler, tradotto da Laterza). La storia non deve passare dalle aule di tribunale, ma qui mi sa tanto che, parafrasando Burckhardt, la storia sta diventando quella che i ‘padroni del discorso’ ritengono conveniente. E' una situazione allucinante. Che si ripercuote sulla libertà, la sovranità, l’autodeterminazione e l’indipendenza dei popoli dell'Eurasia a causa del nesso, individuato da Serge Thion, tra «Olocausto» e «questione palestinese»[8][8].
In un mondo normale – ovvero intellettualmente libero - sarebbe partita una petizione di rinomati storici per l'immediata liberazione di David Irving[9][9]. Ma questo non è un mondo normale: è un mondo, invece, dove paga la circospezione, la capziosità, l’opportunismo[10][10]. Ma leggiamo l’ultimo aggiornamento su quest’assurda vicenda («La Nazione», 24 nov. 2005): «Irving si ricrede: ‘L’Olocausto c’è stato’». Pensate un po’: “Irving ha cambiato opinione[11][11] dopo ricerche negli archivi di Mosca che documentano effettivamente l’esistenza della macchina di sterminio nazista. «Ha scoperto che le camere a gas c’erano», ha detto il suo legale”. Un vero autodafé del XXI° secolo, col finale a sorpresa! Un ‘dettaglio’ così, una robetta da nulla, che miracolosamente torna alla mente di uno storico avvezzo a maneggiare tonnellate di documenti e che probabilmente adesso verrà anche accusato di aver taciuto per anni «la verità»!
Tutta questa faccenda non c’entra nulla col «rispetto delle vittime», né col «ritorno del Nazismo» e col «razzismo»: essa è squisitamente politica, e la si capisce solo se si pensa alle conseguenze, politiche, in Palestina e non solo, del successo dell’una o dell’altra linea: verità politica contro verità storica.
I moderni
Torquemada sembrano onnipotenti. Ma è anche vero che quando
gli inquisitori si accaniscono significa che hanno il fiato
corto; o l’acqua alla gola, con la verità che viene a galla
mentre loro annegano nelle menzogne che hanno propalato.
Queste cose, infatti, non si sa mai come vanno a finire: hai
visto mai che la mossa contro Irving si ritorce contro la
Olo-religione?
[1][1] Cfr. J. Kleeves, Il mandato di cattura europeo ci sarà: ma forse è meglio così, «Italicum», gennaio-febbraio 2004 (http://utenti.lycos.it/progettoeurasia/mandato.htm ) [2][2] Curioso, che si commetta un’«apologia di reato» negando che il reato in oggetto sia avvenuto! Invece, la produzione del ‘corpo del reato’, ovvero una spiegazione, tecnicamente sensata, del funzionamento di una «camera a gas di Auschwitz», non è mai richiesta!
[3][3]
Ad altri storici sono stati revocati i titoli
accademici: si scopre così che anche una laurea è
posta ‘sotto condizione’. Va altresì precisato
questo: si legge che Irving, in passato, ha fatto
ricorso ai tribunali per condizionare i risultati
della ricerca storica (come per dire «chi la fa
l’aspetti»), ma si omette di dire che Irving citò in
giudizio [4][4] Irving non è laureato, ma i ‘titoli’ se li è guadagnati sul campo, con le sue opere. Le più recenti, in traduzione italiana, sono: La guerra di Hitler, Roma 2001; Norimberga, ultima battaglia, Roma 2002; Il piano Morgenthau, Roma 2004; Apocalisse 1945. La distruzione di Dresda, Roma 2004. Il sito di David Irving è http://www.fpp.co.uk. Qui è possibile scaricare gratuitamente, in inglese, alcuni dei suoi studi. [5][5] Cfr. Eresiarca, La storia siamo noi” o “la storia la fanno loro?, «Identità», n. 2, aprile 2005, pp. 21-24 ( http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=486 ). [6][6] Faurisson ha subito varie pesanti aggressioni, anche con dell’acido. [7][7] Cfr. C. Saletta, La repressione legale del revisionismo olocaustico e l'emergere di una questione ebraica, saggio introduttivo a Chomsky, Faurisson, Thion, Il Caso Faurisson e il revisionismo olocaustico, Graphos, Genova 1997, pp. 11-60 (http://www.vho.org/aaargh/ital/archisaletta/repressione1.html); C. Mattogno, "Come gli storici delegano alla giustizia il compito di far tacere i revisionisti", «Lettera d’Informazione», 4 dic. 2005 (http://it.groups.yahoo.com/group/lettera_informazione/files/mattogno_persecuzione_revisionisti.pdf). L’articolo di Mattogno è anche qui: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=1627&mode=&order=0&thold=0 [8][8] Cfr. l’introduzione a AA. VV., Sul terrorismo israeliano, Graphos, Genova 2004 ( http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=585 ). Di questo libro ho scritto una recensione su Eurasia 1/2005, pp. 219-228 (la si può leggere qui: http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=547 ).
[9][9]
In difesa dello storico britannico e dell’assoluta
libertà di ricerca storica, sono usciti i segg.
contributi: Franco Cardini,
Se la giustizia
processa le idee e la storia,
«Avvenire», 19 nov. 2005 (http://www.db.avvenire.it/pls/avvenire/ne_cn_avvenire.c_leggi_articolo?id=595957&id_pubblicazione=2)
[lo stesso Cardini, ‘profeticamente’, aveva scritto:
“…vogliamo o no difenderla, questa benedettissima
libertà d'opinione? Allora bisogna difenderla tutta.
Quella della Fallaci, quella di Piccardo, quella di
Irving e quella di De Benoist”. Tutti per la
libertà d'opinione? Allora difendiamola tutta,
«Quotidiano Nazionale», 30 mag. 2005]; Mario
Consoli, E’ giunta l’era dello “psicoreato”;
«Rinascita», 19 nov. 2005 (http://www.rinascita.info/cogit_content/rq_editoriale/Egiuntaleradellopsicoreato.shtml);
Franco Damiani, L’arresto di David Irving, «Effedieffe.com»,
19 nov. 2005 (http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=780¶metro=politica);
Massimo Fini, Uno storico in galera è
un’assurdità, «Il Gazzettino», 20 nov. 2005 (http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=1581);
Gabriele Adinolfi, David Irving, Galileo Galilei
e quell’inquisizione che non doveva esserci più,
«Noreporter.org», 21 nov. 2005 (http://www.noreporter.org/dettaglioArticolo.asp?id=4576);
Maurizio Blondet,
Giro di vite
perché proprio adesso?,
«Effedieffe.com», 23 nov. 2005
(http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=795¶metro=politica);
Gian Franco Spotti, Gli ultimi eroi,
«Rinascita», 1 dic. 2005 (http://it.groups.yahoo.com/group/lettera_informazione/message/813).
Oltre a Cardini, altri storici hanno espresso la
loro contrarietà all’arresto di Irving, precisando
però che egli scrive «falsità» e che ha «idee
sbagliate». Cfr. N. Tranfaglia, Ma le idee non si
mettono in prigione, « [10][10] Per non parlare di coloro – certo più schietti e sinceri! - che esplicitamente chiedono la galera per David Irving perché sostenitore di «tesi aberranti», «riabilitatore del Male assoluto», in poche parole «razzista» e «antisemita»: tra questi, alcuni personaggi che sposano una visione del mondo nella quale tutto viene impostato secondo la logica del «Noi contro loro» veicolata da «sacri testi», che vediamo applicata quotidianamente ai danni dei palestinesi… Ma si legga anche quest’altro esempio di «tolleranza»: “È uno di quei casi in cui la giustizia arriva tardi, ma arriva anche per gli storici, costretti ad entrare in tribunale per le loro opinioni, se queste costituiscono una mancanza di rispetto e una violazione della memoria storica” («L’Unità», 17 novembre 2005).
[11][11] |
Ultimo aggiornamento: mercoledì 21 dicembre 2005