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Garantismo double-face
 

La bufera in atto nell’alta finanza italiana, sta mettendo in subbuglio anche il Palazzo.
Dopo l’avviso di garanzia a Consorte deus machina di Unipol, da parte della magistratura romana per l’affaire Bnl, la leadership della Quercia brandisce la spada del garantismo.
“Non possono essere degli articoli di giornale -chiosa Bersani, esponente di rilievo dei Ds- e nemmeno un avviso di garanzia a determinare vicende di così enorme rilievo. Garantiamoci un minimo di garantismo”.
Due pesi e due misure. Ricordiamo tutti cosa successe a Craxi? Ci fu un linciaggio senza precedenti e il Pci-Pds-Ds, si pose alla testa dei falciatori di teste pensanti.
E né Occhetto né Bersani né D’Alema né Prodi accolsero le tesi di Craxi, anzi plaudivano agli avvisi di garanzia, purché l’ufficiale giudiziario non li recapitasse a via delle Botteghe Oscure.
L’intreccio accertato tra i vari Fiorani, Consorte, Ricucci e compagnia bella, viene valutato con nonchalance dagli esponenti del Botteghino.
“Rispetto a quanto gli viene addebitato -puntualizza Bersani- Consorte avrà pure il diritto di spiegare, di contestare. In una parola, di difendersi. Partire con il presupposto che sia stata già emessa una sentenza di condanna è aberrante”.
Il risiko bancario rappresenta una delle pagine più emblematiche dell’intreccio politica-affari, difatti si parla anche di coinvolgimenti di esponenti politici trasversali ai due schieramenti.
Dietro Unipol ci sono le cooperative e dietro le cooperative c’è il Botteghino. Lo sanno anche i sassi.
Ma Bersani continua a difendere a spada tratta l’affaire: “Sono convinto che la motivazione industriale abbia fondamento, che l’idea di bancassurance sia buona. Ma sono quattro mesi e mezzo che l’Unipol attende il disco verde. E’ un record mondiale. Allora poche storie: l’Unipol ha diritto a una risposta, positiva o negativa che sia”.
Il ridicolo della posizione dei Ds e di Bersani in particolar modo è tutta racchiusa nella successiva richiesta di dimissioni di Fazio: “Da tempo il governatore di Bankitalia avrebbe dovuto già farlo, e sarebbe auspicabile un suo soprassalto di sensibilità”.
Eppure quando a chiederne le dimissioni fu il ministro Tremonti, per giusta causa, i Ds lo difesero a spada tratta.
Però Bersani non vede nella palla il tintinnar di manette: “Non voglio credere che ci sia un ritorno alle manette facili degli anni novanta, però la cautela è d’obbligo, perché tra i reati contestati devono essere confermati. Noi non abbiamo mai legittimato gli immobiliaristi, né li abbiamo mai visti. E contesto che abbiamo mai incoraggiato o appoggiato logiche speculative”.
Ma la storia non si ripete, secondo Bersani, per ora non è emersa una sistematica collusione tra politica e affari: “Non vedo complotti. Magari c’è chi, in politica come nel mondo finanziario cogli l’occasione e mea sui Ds. Noi non facciamo scalate. E che ci venga attribuito un ruolo nella cooperazione è falso. Il collateralismo è finito”.
Eppure tra le cooperative e il Botteghino c’è un file-rouge.
D’Alema, invece, chiede alla magistratura velocità d’inchiesta: “Bisogna fare chiarezza e occorre farla al più presto. Siamo di fronte a cose che lasciano decisamente interdetti”. Insomma, Baffino spera che tutto si risolvi in un bicchier d’acqua o meglio che ci sia un altro Greganti.
Nell’intervista al Messaggero, il presidente della Quercia giudica la situazione grave “è interesse dell’opinione pubblica che sia fatta chiarezza al più presto, sia per quanto attiene alla tutela dei risparmiatori, sia per quanto riguarda eventuali connessioni con il mondo politico”.
A distanza di 12 anni dai fatti di Tangentopoli che lasciarono stranamente fuori dalla bufera giudiziaria solo i post-comunisti ecco ancora una volta D’Alema porsi a difesa del Botteghino: “Non appena si toglieranno gli omissis, sarà più chiaro il quadro delle eventuali complicità politiche di cui tanto si è parlato. Magari ci potremo togliere la soddisfazione di denunciare qualcuno di quelli che in questi mesi hanno lanciato accuse infamanti e prive di qualsiasi consistenza”.
E quindi parte lancia in resta: “Sarebbe del tutto sballato pensare che Unipol si muova sulla base di input politici. Se seguisse le direttive del partito, fallirebbe: noi non abbiamo competenza in questo campo. Abbiamo respinto un’aggressione politica. Ma per il resto non mi preoccupo né di Opa, né di scalate, né di niente”.
Insomma, i Ds non vedono, non sentono, non parlano, ma vedono solo i propri interessi. E anche D’Alema, che guarda caso lo scorso anno si allineò contro l’iniziativa del ministro Tremonti, adesso ne chiede la testa.
“Da tempo -chiosa Baffino- ritengo che il governatore avrebbe dovuto rinunciare all’incarico. E secondo la mia opinione gli ultimi sviluppi confermano l’insostenibilità della situazione”.
La chiosa finale del presidente della Quercia esula dal tema caldo caldo di Bancopoli e scivola sul suo futuro: “Ho una notevole passione per la politica internazionale di cui mi occupo e continuerò a occuparmi anche se non facessi nulla. Ma ciò non significa che prenoti qualcosa”.
Quindi cosa debbono aspettarsi gli italiani per il nuovo anno? Che D’Alema non torni a palazzo Chigi, altrimenti c’è il rischio di un nuovo Kosovo, con l’osceno bombardamento di Belgrado.
Ma soprattutto che la magistratura sciolga l’intreccio Unipol-Ds.

 

Michele Mendolicchio

Ultimo aggiornamento: mercoledì 21 dicembre 2005