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                                    CINA E USA SI STUZZICANO

 

 

 

Pochi giorni fa Alan Paller, direttore del Sans Institute - una delle maggiori organizzazioni legate alla sicurezza informatica negli Stati Uniti - ha denunciato un insistente, ripetuto e sempre più invasivo attacco alle strutture telematiche nordamericane, proveniente da un’organizzazione di tipo militare ubicata in Cina.

In una conferenza stampa, Paller ha parlato di aggressioni capaci non solo di penetrare all’interno di reti industriali statunitensi ma anche in network governativi, la cui capacità e insistenza non può che ricondurre all’esercito di Pechino, la cui base operativa sarebbe in questo specifico caso nella provincia di Guangdong.

L’efficacia e la pericolosità degli attacchi è dimostrata dalla loro capacità di penetrazione - i cracker in almeno un’occasione “sono entrati ed usciti senza sbagliare un colpo e senza lasciare alcuna traccia, e dopo aver creato in meno di trenta minuti una backdoor” - e dagli obiettivi prescelti, essendo diretti contro computer di fornitori della Difesa.

Dopo l’allarme scattato la scorsa estate, quando la rivista “Time magazine” aveva parlato di una cyberwar sino-americana, ribattezzata dall’esercito statunitense “Titan Rain”, sembra che i cinesi siano giunti in possesso di informazioni estremamente sensibili.

D’altronde la rivalità geopolitica tra le due potenze sembra sempre più evidente, vista la tendenza della Cina a inserirsi in tutte le aree di tradizionale dominio statunitense.

Dopo aver stretto numerosi accordi di natura economica con i principali paesi dell’America Latina, la dirigenza di Pechino ha firmato un importante accordo per forniture petrolifere con l’Iran e ha varato imponenti manovre militari con la Russia.

Ora sembra che la gara stia per allargarsi anche all’Africa, malgrado i proclamati interessi energetici dell’Amministrazione Bush nel continente nero.

Dopo la visita del massimo inquilino della Casa Bianca in Senegal, Nigeria, Uganda e Sud Africa nel 2003, nel marzo 2004 il governo nordamericano ha invitato a Stoccarda i rappresentanti di 48 nazioni africane tra le più ricche di risorse petrolifere per implementare la reciproca collaborazione nell’ambito della sicurezza.

Nell’agosto 2004 Washington ha annunciato l’avvio di un programma di assistenza militare con la Nigeria e in quella occasione il generale Robert Fogleson, comandante USAF in Europa, ha dichiarato che tale regione unitamente all’Africa occidentale, costituisce un elemento fondamentale per la stabilità degli Stati Uniti.

Ma ora, oltre alla tradizionale concorrenza francese, il Pentagono deve affrontare il crescente inserimento della Cina, che ha cancellato il debito di numerose nazioni africane, offrendo loro supporto tecnologico e nuovi prestiti economici.

Il contrasto più forte si sta momentaneamente registrando in Sudan, dove gli interessi petroliferi di Pechino sono fortissimi: tredici delle prime quindici società straniere lì insediate sono cinesi.

Ciò spiega l’attivismo della Casa Bianca per “risolvere” la crisi del Darfour e inviare truppe nel paese.

Altra nazione africana che divide i due contendenti è lo Zimbabwe, dove gli interessi commerciali cinesi sono cospicui; non a caso, il regime guidato da Mugabe è stato inserito da Washington tra “gli avamposti della tirannia” …

 

 

 

                                                     Stefano Vernole

Ultimo aggiornamento: mercoledì 21 dicembre 2005