Diktat a Mel Gibson:
sconfessa tuo padre, è negazionista
effedieffe
Maurizio Blondet
08/12/2005
L'attore e regista Mel Gibson
durante le riprese di "The Passion of Christ"
E’ un vero ultimatum, scrive
The Australian (1).
L’ha intimato all’attore-regista australiano Rafael Medoff,
ebreo americano che sarebbe «un’autorità mondiale sulla
soluzione finale di Hitler», e capo del «Wyman Institute
for Holocaust Studies», un influente gruppo di pressione,
che ogni anno pubblica un elenco - o schedatura - di «negazionisti»
di tutto il mondo.
Il diktat è giunto in seguito alla notizia che Mel Gibson
sta realizzando per la ABC (network americano posseduto
dalla Walt Disney) un telefilm in quattro puntate su una
«vittima del genocidio».
Si tratta di una donna realmente esistita, Flory Van Beek,
una ebrea olandese salvata dalle retate nazionalsocialiste
grazie all’aiuto eroico di tre famiglie cattoliche che la
nascosero nelle loro case.
Evidentemente, Gibson
deve fare ammenda della colpa di aver prodotto e diretto «La
Passione di Cristo», che l’intera lobby ebraica mondiale ha
bollato come «antisemita».
E nel mondo dello spettacolo, da loro dominato, l’etichetta
di antisemitismo significa la fame.
Nel suo telefilm, che si pretende «realtà storica», Gibson
inserirà anche una scena di battaglia dove migliaia di
nazisti e migliaia di eroici ebrei si precipitano armati
l’uno contro l’altro, in campo aperto.
Una scena da «Braveheart», ovviamente mai avvenuta nella
realtà.
Ma alla lobby, questo non basta ancora.
A suo nome, il sullodato Rafael Medoff ha intimato alla
Disney di licenziare Gibson se questi non riconosce «appieno
e pubblicamente» la verità ufficiale dell’olocausto; anzi se
non sconfessa pubblicamente le idee di suo padre, Hutton
Gibson, che è «negazionista».
Dice la lettera-ultimatum di Medoff
(le maiuscole e le ripetizioni sono nel testo): «Visto
che con il suo telefilm Mel Gibson si vuole inserire nella
narrativa pubblica sull’Olocausto, ha il dovere morale di
purificarsi e ripudiare apertamente le frasi di suo padre
che negano l’Olocausto. Se declina di ripudiare
pubblicamente la negazione dell’Olocausto, e continua a
sostenere che l’Olocausto fu solo una delle numerose
atrocità della seconda guerra mondiale, allora la Disney e
l’ABC devono rivedere il loro impegno con lui».
Hutton Gibson, il papà di Mel, in un’intervista alla WSNR
(una piccola radio locale di New York), ha avuto il torto di
fare questo ragionamento: «ma se i nazisti hanno perso la
guerra per mancanza di carburante, come potevano avere tutto
il petrolio per bruciare sei milioni di ebrei?».
Prontamente posto sotto interrogatorio (2) da una
giornalista della ABC, Diane Sawyer, e invitato a
sconfessare il genitore, Mel Gibson ebbe il torto filiale di
rispondere: «è mio padre, Diane. Lascialo stare. Lascialo
in pace».
Per questo il «Wyman Institute
for Holocaust Studies» di Medoff ha inserito Mel e Hutton
Gibson nella sua schedatura annuale e mondiale di
negazionisti e antisemiti.
Interrogato di nuovo dal Reader Digest - che preparava il
numero di marzo 2004 tutto dedicato all’olocausto e aveva
bisogno di una sconfessione - Mel Gibson rispose: «mio
padre mi ha insegnato la mia fede (cattolica), e io
credo a ciò che mi ha insegnato. Non mi ha mai mentito in
vita sua».
Ulteriore pressione: ma lei, Gibson, riconosce l’olocausto?
Risposta: «certo, ci sono state orribili atrocità. La
seconda guerra mondiale ha fatto milioni di morti.. Ebrei
nei campi di concentramento. In Ucraina, milioni sono morti
per fame».
Per lui è stata la fine.
Iscritto per sempre nella schedatura dei negazionisti.
Ed ora, ragioniamo su
ciò che questo significa.
Su quale «ordine mondiale» vorrebbero, e stanno realizzando,
gli ebrei.
Lì, nel governo globale, esisterà una polizia del pensiero
che imporrà a tutti di dire ad alta voce quel che pensano
dell’olocausto.
A tutti.
Non solo alle personalità pubbliche come Mel Gibson; anche
ai privati, come suo padre Hutton.
E anche a coloro che vorrebbero tenersi per sé la propria
opinione, qualunque sia.
E perché quest’obbligo?
Perché tutti i «mal-pensanti» possano incriminarsi da sé in
base alle leggi sull’antisemitismo che la lobby ha fatto
varare nel mondo. Ed essere ridotti alla fame, oggi, o
domani.
E magari essere torturati: in USA si discute di legalizzare
la tortura, e non c’è dubbio che se la cosa passa là, sarà
presto adottata nel mondo.
Evidentemente, se non vogliono incorrere nella
punizione «legale», anche i figli saranno obbligati a
sconfessare i pensieri dei padri, altrimenti ne saranno
ritenuti responsabili.
Il nuovo diritto ebraico ha giurisdizione planetaria, come
sappiamo: il britannco Irving è stato arrestato in Austria,
l’ebreo cristiano Shamir nella sua Israele, su richiesta di
un gruppo di pressione francese.
Sia chiaro: contro l’accusa di negazionismo non è concesso
di difendersi, portando prove, né dimostrando la propria
buona fede.
L’accusa è già la condanna.
E l’inquisizione del nuovo ordine mondiale rabbinico; al
contrario della Inquisizione cattolica, non si contenta che
il reo ritratti.
David Irving ha ritrattato, ha detto di aver scoperto negli
archivi sovietici (sic) le prove delle camere a gas (a 65
anni, ha il diritto di cedere).
Non basta.
Resta in galera.
Perché non è sicuro che nel suo intimo, nella sua
inviolabile interiorità, non mantenga le idee di prima.
Negazionista una volta, negazionista sempre.
Questa è la concezione del diritto che hanno gli ebrei?
Peggio: è il diritto giudaico globale in via di formazione.
La persecuzione di «psicoreati» ad un grado di capillarità,
che nemmeno Orwell aveva immaginato nel suo universo
totalitario, ermeticamente chiuso, e comunista.
Non è un caso che gli ebrei (lo dice Soltgenycin, non noi)
abbiano formato il nerbo della polizia segreta e degli
apparati repressivi sovietici, al punto che quasi tutti i
tre milioni di giudei russi si impiegarono nella macchina
del Gulag (sempre Soltgenycin).
Non gli bastava.
Vogliono di più.
Questo è il mondo che gli ebrei preparano per noi.
Il trionfo del «diritto» talmudico.
Ed hanno il potere di imporcelo.
Maurizio Blondet
Note
1)David Nason, «Disown your dad’s denial of the
holocaust, Gibson told», The Australian, 8 dicembre
2005.
2)Uso
deliberatamente la parola «interrogatorio». Anche il
sottoscritto Blondet è stato posto sotto interrogatorio da
tale Daniele Scalise, militante ebreo e attivista
omosessuale (dunque appartenente alle due lobby più potenti
del mondo), e l’ha raccontato in questo sito. Un lettore mi
ha voluto correggere: lei è stato intervistato, non
interrogato. Abbiamo lettori così, che non parlano di ciò
che non sanno. Io lo so, e insisto. Sono stato interrogato.
Quei «giornalisti» non vengono da sé, sono mandati a
interrogare dalle loro centrali, le stesse che redigono le
schedature mondiali degli «antisemiti» veri e presunti da
sottoporre, in seguito, alla punizione per loro idee. Questi
«intervistatori» non cercano la verità, ma prove per
l’incriminazione. Sono rotelle della psico-polizia.