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NOTIZIE
Quel partitino che spaventa il potere tedesco
Maurizio Blondet
Il NPD
(Nationaldemokratische Partei Deutschland) è una piccola formazione
nazionalista, che gli avversari dicono nostalgica di Hitler.
Nel 2003, i partiti maggiori della Germania hanno tentato i metterlo
fuorilegge: la Corte Costituzionale federale ha però respinto la petizione,
perché non è riuscita a far testimoniare gli agenti della polizia politica
tedesca che - come si rivelò nel dibattito - avevano infiltrato il NPD.
Fu chiaro allora che questo gruppo «neo-nazista»
era affollato di informatori e agenti provocatori del governo.
In ogni caso, il NPD ha vivacchiato ai margini della politica, circondato
dal silenzio dei media, fino all’anno scorso.
Allora i suoi pochi deputati nel parlamento di Sassonia - la cui capitale è
Dresda - uscirono clamorosamente dall’aula quando l’assemblea celebrò il
rituale «minuto
di silenzio»
in ricordo delle vittime di Auschwitz.
Il NPD aveva chiesto, senza ottenerlo, un minuto di silenzio per le 250 mila
vittime del bombardamento di Dresda, operato dagli anglo-americani il 13-14
febbraio del ‘45 con bombe al fosforo.
I media scatenarono l’inferno contro questo partito che non si piegava ai
riti della sola religione pubblica obbligatoria rimasta in Europa.
Risultato: il NPD ha visto crescere a 12 i suoi deputati in Sassonia, ed ha
conquistato una significativa presenza parlamentare a Brema e nel
Brandeburgo, in alleanza con il DVU, Unione del Popolo Tedesco, un partito
sulle stesse posizioni ideologiche.
Ed ora il leader del NPD, Udo Voigt, ha buone speranze di affermazione nelle
prossime elezioni in Baviera, Hessen e Saar, con la possibilità di portare
deputati al Bundestag nel 2009.
Secondo gli analisti politici, il partito ex partitino sta approfittando
cinicamente della crescente insoddisfazione sociale tedesca.
Le sue campagne
puntano il dito sullo
smantellamento della previdenza sociale in corso, sulla precarietà nel
lavoro sulla disoccupazione al 18 %, sull’invasione di immigrati e sul duro
rigore fiscale imposto dalla Merkel a una società in via di impoverimento e
di precarizzazione: non tacendo - fatto significativo - che le tasse
aumentano per i tedeschi poveri, mentre Berlino continua a pagare (coi soldi
dei contribuenti) i suoi pesanti tributi all’Unione Europea e ad Israele.
L’evidente favore popolare di cui comincia a godere il partito, in contrasto
evidente con la crescente impopolarità della grande coalizione capeggiata
dalla Merkel, ha provocato una nuova campagna per far dichiarare illegale il
NPD.
Wolfgan Thierse, vicepresidente del parlamento federale e socialdemocratico
con Peter Struck, presidente dello stesso SPD, hanno reclamato a gran voce
una trattativa urgente col ministro dell’Interno, il democristiano Wolfgang
Schaeuble per «una
risposta più dura della polizia»
contro l’NPD e «la
sua proibizione».
Illuminante il ragionamento di Thierse per sostenere l’incostituzionalità
del partitino di destra: è lecito che «la
rabbia, l’indignazione e la delusione»
dell’opinione pubblica tedesca siano interpretate (e vadano a ingrossare di
voti) dal partito comunista tedesco, che si chiama - guarda caso - PDS; ma
non si può permettere che la protesta sia raccolta da un partito «populista
e antisemita».
Insomma, l’ammissione che i comunisti sono addomesticati alla
globalizzazione.
Ma più temibile è stata la reazione di Michel Friedman, vicepresidente del
Congresso ebraico europeo e uno dei capi della comunità giudeo-tedesca.
Per di più, è una star della TV a diffusione nazionale Hessische Runfunk,
per cui dirige un abrasivo talk-show («Attenti,
cè Friedman»), dove è un pò Gad
Lerner e molto Santoro. «L’inquisitore
televisivo», lo chiama servilmente
Der Spiegel.
Ora questo personaggio
non se l’è presa col NPD,
ma con i tedeschi: «La
Germania è un paziente che deve essere trattato con gli antibiotici, visto
che l’aspirina non basta più»,
ha scritto in un furibondo articolo apparso su Stern: «dobbiamo
chiarire ai tedeschi che mentre i voti di protesta sono leciti in una
democrazia, non si può usare il voto per legittimare partiti ostili»:
ciò che rende temibile la minaccia di Friedman è il fatto che questo
personaggio è stato all’origine della feroce campagna contro il politico
liberale Juergen Moelleman, che si è conclusa con la strana morte di
Moelleman stesso nel 2003.
Questo personaggio, fondatore del partito liberale (anch’esso allora in
ascesa) era stato convocato nella trasmissione di Friedman e messo sotto
accusa dal conduttore in quanto filo-arabo, dunque «antisemita».
Moelleman aveva risposto che l’antisemitismo, se mai, veniva alimentato da
personaggi odiosi come Friedman, e che l’influsso degli ebrei in Germania
era sproporzionato alla loro consistenza numerica.
Dopo la serata, contro Moelleman era partita un’inaudita campagna
mediatico-giudiziaria per screditarlo e demonizzarlo.
E immediatamente il politico era stato messo sotto inchiesta per corruzione
(si «scoprì»
che aveva accettato fondi non dichiarati); si giunse al punto che Moelleman
venne espulso dal partito che lui stesso aveva fondato.
Non bastava: l’energico, battagliero Moelleman proclamò che avrebbe fondato
un nuovo partito e che avrebbe lottato contro il conformismo politico
pro-sionista dominante in Germania; promise anche che avrebbe svelato certi
altarini.
Il 4 giugno 2003,
Moelleman è morto a 57 anni mentre praticava il suo sport preferito.
S’è lanciato con un paracadute che non si è aperto, perché qualcuno ne aveva
tranciato i tiranti.
Ma si parlò, ovviamente, di suicidio di un politico disperato per essere
stato smascherato nella faccenda di tangenti e corruzione.
Dunque la minaccia di Friedman - per la Germania, non più aspirina ma
antibiotici - assume un significato assai concreto e sinistro.
Anche perché l’impunità di Friedman - ritenuto comunemente il mandante del «suicidio»
di Moelleman - è provata e accertata.
Nello stesso 2003 in cui la stampa tedesca si scagliava contro Moelleman per
corruzione, Friedman il moralizzatore veniva colto sul fatto mentre offriva
cocaina a prostitute ucraine; il tutto in uno sfondo ambientale che
comportava rapporti con la criminalità organizzata, la tratta di donne
dall’Est europeo, droga e video compromettenti.
Ma i media, in quell’occasione, fecero a gara nell’assolvere il temutissimo
ebreo.
«Tutto
per un po’ di coca»,
titolò il Suddeutsche Zeitung.
E i giudici che indagavano sul losco personaggio vennero bollati dal
Frankfurter Zeitung e dal Tagesspiel di Berlino come «antisemiti».
In copia conforme, il 24 giugno, interveniva a favore del presentatore anche
Il Corriere della Sera: «A
rafforzare la teoria del complotto
[contro Friedman] c’è
un video dove Friedman è filmato nell’atto di offrire cocaina a ragazze che
i malavitosi ucraini cercano di vendere a caro prezzo».
Dunque l’indizio di colpevolezza è invece la prova di «un
complotto»
contro il povero Gad Lerner tedesco.
Certi complotti esistono, qualche volta.
Maurizio Blondet
03/10/2006