NOTIZIE 2006

Anche il Libano ‘scopre’ l’uranio impoverito

Oltre alle munizioni al fosforo e alle cluster bombs, l’esercito israeliano potrebbe aver utilizzato, nell’aggressione contro il Libano, anche armi all’uranio. La notizia non stupisce.
Prima di tutto perché Tel Aviv non si pone nessuno scrupolo nel rendersi responsabile di stragi di ogni genere e poi perché molte delle armi usate da Tsahal provengono dagli Stati Uniti, che notoriamente, dall’Iraq ai Balcani, hanno usato a profusione le testate all’uranio impoverito.
Sabato scorso, il giornale britannico ‘The Independent’, ha riferito che sono state rinvenute tracce di uranio in almeno due crateri provocati dalle bombe israeliane nel sud del Libano sganciate durante il conflitto dell’estate scorsa. I due siti si trovano nei villaggi di Khiam e al Tiri e il terriccio prelevato rivelaerebbe elevati livelli di radioattività. La fonte del giornale è il segretario scientifico della ‘Commissione europea sui rischi della radioattività’, il britannico Chris Busby.
Probabilmente messo ‘in allarme’ dalla scoperta europea, il Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite (Unep), avrebbe a sua volta inviato una equipe di lavoro in Libano per raccogliere campioni di terreno utili a determinare se gli israeliani abbiano utilizzato munizionamento all’uranio ‘depleto’. Con ‘The Independent’, il direttore dell’Unep, Boutros al-Harb, non si è esposto, affermando: “se è stato usato uranio, lo troveremo e l’annunceremo. In questo momento non possiamo confermare nulla, ma stiamo aspettando i risultati”. Ma lo studio effettuato precedentemente dall’organizzazione ambientalista dell’Unione europea sul materiale presente nei crateri provocati dall’esplosione dei missili israeliani ha già confermato l’uso di munizioni all’uranio impoverito e in particolare l’impiego di ordigni sperimentali sparati contro presunti covi di Hizbollah. Le tracce delle esplosioni esaminate presenterebbero infatti elevati tassi di radioattività, compatibili o con l’uso di armi termobariche sperimentali, oppure di bombe per i bunker, le ‘bunker buster’ di fabbricazione Usa che adoperano l’uranio.
Sin dalla fine del 2004, Israele fa infatti scorta di sistemi di armi convenzionali e nucleari di fabbricazione statunitense. Questo accumulo, tra l’altro finanziato proprio dagli aiuti militari Usa, è stato ampiamente completato nel giugno del 2005. Tel Aviv si è così dotata di diverse migliaia di quelle ‘armi intelligenti’ da lanciare con gli aerei che gli iracheni conoscono bene, e di circa 500 bombe ‘bunker buster’, che si possono anche utilizzare per portare bombe tattiche nucleari.
La dichiarazione con cui il ministero degli Esteri israeliano, ha affermato che “tutte le armi e le munizioni utilizzate sono conformi alle leggi internazionali” non rassicurano di certo, visto che le armi all’uranio non sono proibite, come pure l’uso del fosforo o delle ‘cluster bombs’. In questo caso sarebbe opportuno parlare di ‘coscienza’, ma sarebbe un puro esercizio di grammatica. I risultati degli studi compiuti dall’Unep, visto che i materiali prelevati nelle due località sono stati inviati per ulteriori esami, nel laboratorio inglese di Harwell nell’Oxfordshire, in Gran Bretagna, potrebbero essere resi pubblici già il prossimo dicembre.


Alessia Lai 

04/11/2006


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