Dal Centro Studi Giuseppe Federici
SME E PRIVATIZZAZIONI FANTASMA, LE AMNESIE NAUFRAGANO SUL
BRITANNIA
di Mauro Bottarelli
LA LUNGA STORIA DEI PROTAGONISTI CHE "NON RICORDANO"
ROMA - «Le dichiarazioni di Berlusconi non le giudico».
Giuliano Amato affretta il passo, abbassa la testa e si
chiude alle spalle la porta a vetri dell¹elegante sede del
Council on Foreign Relations sulla 68ª strada ringraziando i
cronisti. Si chiude così la breve intervista fatta lunedì
dal corrispondente da New York, Maurizio Molinari, a
Giuliano Amato per La Stampa riguardo le accuse lanciate
dall¹attuale premier riguardo la vicenda Sme. Ma cosa ci va
a fare Amato alla sede del Cfr, pensatoio geopolitico che
fissa gli obiettivi della politica estera americana nonché
principale consorteria internazionale dell¹alta finanza,
legato al Bilderberg Group e alla Commissione Trilaterale?
Semplice, è il responsabile per la situazione italiana
all¹interno di una task-force sull¹Europa co-presieduta da
Henry Kissinger e dal rettore di Harvard, Lawrence Summers.
Buono a sapersi, visto che Amato è anche vice-presidente
della Convenzione Europea, organismo chiamato a scrivere la
futura Costituzione Ue e presieduto dal massone Valerie
Giscard D¹Estaing, emulo di quel Monnet che affossò il sogno
di De Gaulle e consegnò il futuro dell¹Europa nelle mani
degli Stati Uniti. Detto questo, il fatto che Amato non
abbia niente da dire o non ricordi (altra versione venduta
ai giudici in passato) nulla della vicenda Sme e della
successiva svendita del comparto alimentare italiano alle
multinazionali straniere lascia stupiti, soprattutto alla
luce delle sue attuali frequentazioni e delle amicizie
consolidate nel tempo. Torniamo un attimo indietro e
proviamo a rileggere la storia.
L¹ACCORDO SME E IL PATTO PRODI-DE BENEDETTI
Il processo sulla fallita cessione della Sme negli anni 80
che si celebra a Milano è per molti versi surreale. Sul
banco degli imputati c¹è il presidente del Consiglio in
carica. Tra i testimoni vi sono il suo predecessore (ora
vicepresidente della Costituente europea) e il premier del
¹96 (ora al vertice dell¹Europa). Tre premier per un unico
dibattimento che rischia di passare agli annali come la
caricatura più efficace della ³rivoluzione giudiziaria
italiana², la fotografia più chiara di che cosa sia stata la
stagione di Tangentopoli. Per capirlo basta esaminare i
fatti. Dietro la sigla ³processo Sme² c¹è la storia della
mancata vendita della holding alimentare dello Stato, la Sme
appunto, alla Buitoni, ai tempi di Carlo De Benedetti.
Romano Prodi, allora presidente dell¹Iri, firmò un accordo
di vendita con De Benedetti per 393 miliardi. Il premier
Bettino Craxi si oppose perché giudicava il prezzo
irrisorio. Negli stessi giorni un¹altra cordata avanzò una
proposta economica più vantaggiosa. Della cordata facevano
parte imprenditori del settore come Barilla, Ferrero e la
Fininvest dell¹amico di Craxi, Berlusconi.
Il ministro delle Partecipazioni Statali ordinò di valutare
le nuove offerte. De Benedetti cercò di far valere in
giudizio il suo preaccordo. Prodi e Amato, sia nel 1985 sia
oggi (al di là delle loro ³amnesie² largamente tollerate dal
presidente del processo), ammisero che senza autorizzazione
governativa il precontratto non poteva essere valido. Il
giudice Filippo Verde sentenziò l¹inefficacia dell¹accordo..
Gli altri gradi di giudizio confermarono.
Fine? Neanche per sogno. I pm milanesi sostengono che la
sentenza fu comprata da Berlusconi. Non si spiega, però, che
vantaggi ottenne la Fininvest. Chi ne beneficiò fu lo Stato
che dalla vendita della Sme (ad altri, nel ¹93) incassò
duemila miliardi in più. Il reato imputato al Cav. appare
del tutto cervellotico. Veniamo ai fatti. Il 19 luglio 1986,
una sentenza della prima sezione del tribunale civile di
Roma apre il caso. Il contratto per la cessione della Sme,
la finanziaria alimentare nelle mani dello Stato, alla
Buitoni di Carlo De Benedetti è sostanzialmente nullo. La
privatizzazione di uno dei bocconi più appetibili della
presenza pubblica nell¹economia italiana prende un¹altra
direzione. Quindici mesi prima, il 29 aprile del 1985,
l¹allora presidente dell¹Iri (poi presidente del Consiglio e
attuale presidente della Commissione europea) Romano Prodi e
il presidente della Buitoni avevano trovato un accordo:
Buitoni acquistava la partecipazione dell¹Iri nella Sme per
497 miliardi di lire (256 milioni di euro di allora). È un
passaggio chiave che conclude un¹operazione iniziata da De
Benedetti un anno prima.
Con un audace colpo di scena, l¹ingegnere dell¹Olivetti ha
bruciato sul tempo i francesi di BSN Gervais Danone, sicuri
si avere l¹affare in tasca grazie all¹appoggio di Mediobanca,
e si è assicurato la Buitoni. Un gruppo la cui situazione
finanziaria non è fiorente ma che già a fine ¹85 metterà a
bilancio un attivo di 448 milioni di lire rispetto ai forti
passivi del biennio precedente e che conta su un fatturato
consolidato di 1176,6 miliardi di lire. Il disegno di De
Benedetti è semplice quanto ambizioso: creare un polo
alimentare italiano privato, di dimensioni tali da poter
rivaleggiare con i grandi concorrenti stranieri, cedendo
eventualmente alcuni brand con un abile spezzatino
azionario. Buitoni punta la Sme per questo: con 3mila
miliardi di lire di fatturato e 18mila dipendenti, Sme
controlla marchi di prestigio come Cirio, Motta Alemagna,
Bertolli, Charms, Sanagola. Offre accesso al settore
alimentare ma anche della distribuzione (GS supermercati) e
della ristorazione (Autogrill).
IL NO DI CRAXI E L¹ALTALENA DI SENTENZE
Un progetto che non può non ricevere avvallo politico per
andare in porto vista la portata in termini strategici e di
quote di mercato. L¹accordo Prodi - De Benedetti, tuttavia,
contiene una clausola - trappola per l¹Ingegnere:
l¹esecuzione del contratto dipende dall¹ok del Cda dell¹IRI,
che arriva il 7 maggio ¹86 ³salvo l¹autorizzazione
dell¹autorità di governo². Ma il 24 maggio arriva all¹Iri
un¹altra proposta di acquisto della Sme: la presenta
l¹avvocato Italo Scalera, che non rivela il committente, e
la cifra offerta è maggiore, 550 miliardi. Appena 3 giorni
dopo, il 27, il Comitato Interministeriale per il
coordinamento della Politica Industriale delibera a favore
della privatizzazione della Sme e detta le condizioni per la
sua cessione: garanzia della non alienazione a gruppi
stranieri della partecipazione ³per un congruo numero di
anni², rispetto dei programmi di investimento e dei livelli
occupazione definiti dal governo. Inizia una settimana
cruciale per l¹avvenire della Sme, che in Borsa viene
sospesa a più riprese dalla Consob: dal 29 maggio al 6
giugno l¹Iri riceve 3 nuove offerte per la Sme. La prima è
della Iar: una società costituita da Barilla, Ferrero,
Berlusconi e Conservitalia. La seconda è della Cofima,
società di imprenditori campani guidata dal napoletano
Fimiani. La terza è della Lega delle Cooperative. Scalera
esce di scena.
Il 6 giugno, il ministero delle Partecipazioni statali
chiede all¹Iri di approfondire tutte le offerte ricevute e
di comunicare il suo orientamento entro il 13 giugno. Il 13,
il Cda Iri si riunisce e scrive al ministro delle
Partecipazioni statali Clelio Darida, sollecitandolo: ³la
mancanza di espresse determinazioni² del ministero non
rendeva di per sé applicabile il principio del
silenzio-assenso, il governo doveva pronunciarsi con
direttive precise.
³La pioggia di offerte per la Sme ci mise in crisi -
racconterà 15 anni dopo lo stesso Darida -. Questa storia,
infatti, nasce da un errore di Prodi sul quale si cumulò un
errore mio come ministro sorvegliante: dovevo subito dirgli
di no. Invece all¹inizio pensammo, sbagliando, di poter
vendere una finanziaria come la Sme a trattativa privata².
Fu davvero un errore? Una colpevole manchevolezza di
sottostima? Se così fosse la fama di manager di Prodi ne
uscirebbe a pezzi (e non si capirebbe il successo comunque
ottenuto in futuro). Ma la questione è ormai politica: da
una parte la sinistra DC di De Mita (accusata da Berlusconi
di essere ricettrice di tangenti per il caso), che vuole
cedere la Sme alla Buitoni, dall¹altra il Psi del presidente
del Consiglio Bettino Craxi e di Giuliano Amato, che
preferiscono vendere alla cordata Berlusconi-Ferrero-Barilla
vista l¹enorme differenza a favore dello Stato dell¹offerta
da loro avanzata. «Amato mi rappresentò che Craxi era
irritatissimo - racconterà ancora Darida -. Ma Amato è
persona gentile e non usò mai toni intimidatori, che
comunque io non avrei accettato. In realtà, mi disse anche
che Craxi proponeva una commissione parlamentare di indagine
sulla Sme: e questo non è quanto di più piacevole nei
rapporti tra un ministro e il suo presidente del Consiglio.
Infine Craxi mi scrisse che, se si fosse creato un conflitto
istituzionale tra lui e me, il ministro avrebbe dovuto
dimettersi».
LA MOSSA DI DARIDA E LA FINE DI DE BENEDETTI
A Darida non resta che agire: il 15 giugno il ministro delle
Partecipazioni statali firma un decreto che cambia la
procedura di silenzio-assenso ³in materia di autorizzazioni
per la cessione di partecipazioni da parte degli enti di
gestione². Ovvero, per vendere la Sme ci vuole un esame
comparato delle offerte presentate. Il trucco è svelato. Il
20 giugno 1985 la Buitoni contrattacca, visto che l¹affare
sta sfumando. De Benedetti chiede al tribunale di Roma il
sequestro cautelativo delle azioni Sme in mano all¹Iri. Il
24 giugno 1985 si consuma un altro affondo di Buitoni, che
chiede al Tar del Lazio di sospendere l¹efficacia del
decreto Darida. Il 25 giugno 1985 il tribunale di Roma
respinge la richiesta di sequestro delle azioni Sme. Il 10
luglio 1985 anche il Tar dà torto a De Benedetti,
respingendo la richiesta di sospensiva del decreto Darida. I
legali dell¹Ingegnere decidono allora per l¹attacco
frontale, e il 19 luglio 1985 citano l¹Iri davanti al
tribunale di Roma: chiedono che sia dichiarato valido il
contratto firmato da Prodi e De Benedetti per l¹acquisto
della Sme. L¹11 dicembre 1985 il sottosegretario alla
presidenza del Consiglio, Giuliano Amato, e il presidente
dell¹Iri, Romano Prodi, affermano in un comunicato congiunto
che il documento firmato con Buitoni era un¹intesa
preliminare, non un contratto vero e proprio vincolante per
le parti. Manca, infatti, l¹autorizzazione del ministro. 13
marzo 1986, sentenza della Corte di Cassazione: sulla
vicenda Sme è competente il tribunale civile e ³si deve
convenire nell¹assunto della Buitoni che non esisteva e non
esiste disposizione di legge che preveda il potere di
autorizzazione nei confronti dell¹Iri (fatta eccezione per
le partecipazioni ex Egam)². Un punto a favore di De
Benedetti, dunque, anche se la palla passa al tribunale di
Roma, che dovrà dire ³se all¹esigenza di autorizzazione
ministeriale ai fini dell¹esecuzione del contratto si debba
riconoscere natura di condizione pattizia². Ovvero, se il
via libera del governo alla cessione della Sme sia
indispensabile. Il 19 luglio 1986 la prima sezione del
tribunale civile di Roma dà ragione all¹Iri: non si può
attribuire all¹intesa del 29 aprile 1985 ³valore di proposta
contrattuale, posto che essa non costituiva (...) per
nessuno dei firmatari manifestazione di impegno negoziale e
lo stesso ingegner De Benedetti dichiara in detto documento
una semplice disponibilità a procedere al rilievo delle
azioni Sme². Di più, ³il fatto che non vi sia stato un
definitivo incontro di volontà fra Iri e Buitoni non sembra
quindi imputabile all¹Iri². Prodi, d¹altra parte, raggiunto
l¹accordo con De Benedetti, si ³era impegnato a sottoporre
con il proprio parere favorevole all¹approvazione del Cda
l¹operazione, subordinando comunque la conclusione del
contratto alla preventiva autorizzazione dell¹autorità
governativa². De Benedetti, naturalmente, ricorre in
Appello, ma nel marzo 1987 anche la sentenza di secondo
grado gli dà torto: presupposto del contratto definitivo per
la cessione della Sme è l¹autorizzazione del governo.
Secondo i giudici del tribunale di Roma, infatti, l¹Iri,
come tutti gli altri enti di gestione, è destinatario ³degli
indirizzi programmatici vincolanti espressi dall¹autorità di
governo attraverso Cipe e Cipi².
LA STORIA INFINITA CON PROTAGONISTI A ROTAZIONE
Per vendere la Sme, ci vuole quindi l¹ok dell¹esecutivo.
Storia finita? No, una vicenda paradossale che continua
tutt¹oggi: con qualche protagonista in meno davanti ai
giudici e qualche estraneo in più alla gogna. A tutt¹oggi,
Romano Prodi continua a ritenere che la mancata vendita
della Sme a De Benedetti fu un errore «perché ritardò di
dieci anni l¹avvio delle privatizzazioni a tutto beneficio
dei compratori privati». Una faccia tosta da gara olimpica,
non c¹è che dire. Bene, vediamole queste privatizzazioni,
figlie legittime del sistema politico-economico rivendicato
con orgoglio da Prodi e dai suoi accoliti. Esattamente 10
anni fa si diede infatti il via alla svendita delle grandi
aziende pubbliche ai gruppi stranieri, si tennero incontri
tra i ³Boiardi² di Stato e i magnati dell¹alta finanza a
bordo di un panfilo di Sua Maestà Britannica. Riguardo
quell¹annus horribilis della sovranità nazionale ed
economica italiana, i giornalisti Fabio Andriola e Massimo
Arcidiacono hanno scritto un libro, ³L¹anno dei complotti²
appunto, pubblicato da Baldini & Castoldi. Accaddero tante
cose, in quei 365 giorni in fondo così anonimi, e
paradossalmente la riunione sul Britannia rappresentò nulla
più che una ciliegina sulla torta. Ne parleremo, ma ora è
interessante fare un breve excursus per conoscere i
presupposti che resero possibile e determinante quella
riunione del 2 giugno 1992 sul panfilo di Sua Maestà la
regina Elisabetta d¹Inghilterra. Nel 1992 accaddero alcuni
fatti: la crisi della Prima Repubblica e il successivo
ciclone Tangentopoli (Kohl lo pagò in ritardo, esattamente
dopo il niet all¹operazione in Kosovo nel 1999), le
privatizzazioni, l¹attacco alla lira da parte del
³pescecane² dell¹alta finanza - ora riciclatosi come icona
no-global - George Soros.
L¹ATTACCO ALLA LIRA DEGLI ³AMICI AMERICANI²
Nel settembre ¹92, soprattutto, l¹agenzia di rating Moody¹s,
la stessa che ha declassato la Fiat poche settimane fa, si
accanì particolarmente contro l¹Italia: un suo declassamento
dei Bot italiani diede infatti il via a una spaventosa
speculazione sulla nostra moneta che ci portò fuori dallo
Sme (sistema monetario europeo). Ecco cosa disse Bettino
Craxi, al riguardo: «Esiste un intreccio di forze e
circostanze diverse». Parlò di «quantità di capitali
speculativi provenienti sia da operatori finanziari che da
gruppi economici», di «potenti interessi che pare si siano
mossi allo scopo di spezzare le maglie dello Sme», di
«avversari dell¹Unione Europea». Craxi lo disse allora, ma
oggi non può ripeterlo: non c¹è più. Ci sono in compenso
altri personaggi che entrano e che escono come caselle
perfettamente inserite di un domino. C¹è ad esempio Reginald
Bartholomew, figlio naturale del caso del 1993 che nel mese
di giugno diventerà ambasciatore americano a Roma. Un anno
dopo, siamo nel giugno 1994, con la scorpacciata del
Britannia bella e consumata, ecco cosa dirà Bartholomew:
«Continueremo a sottolineare ai nostri interlocutori
italiani la necessità di essere trasparenti nelle
privatizzazioni, di proseguire in modo spedito e di
rimuovere qualsiasi barriera per gli investimenti esteri».
Et voilà, il caso Italia è chiuso. Bartholomew era amico di
Leoluca Orlando, sindaco di Palermo: quest¹ultimo si recò
spesso negli Usa in nome della ³lotta alla mafia². Strano
caso, come tutto è strano ciò che nacque e accadde nel 1993,
cinque anni dopo Bartholmew diventerà presidente di Merryl
Linch Italia. Erano tempi strani, quelli: tempi durante i
quali qualche scriteriato ebbe l¹ardire di denunciare
attraverso un esposto che chiedeva alle autorità giudiziarie
di stabilire se le attività di Soros costituissero una
violazione dell'articolo 501 del codice penale, secondo il
quale è prevista una pena carceraria fino a quattro anni per
chi provoca la svalutazione della moneta nazionale e dei
titoli di stato con mezzi illeciti (il finanziere americano
in poche settimane guadagnò 450 miliardi partecipando
all¹attacco speculativo contro la nostra moneta, travolgendo
l¹imprudente difesa della Banca d¹Italia che in
quell¹occasione buttò letteralmente dalla finestra qualcosa
come14mila miliardi di lire). Queste azioni riflettevano il
tentativo di retroguardia di alcune forze politiche ed
economiche che stavano cercando di fermare, o almeno
rallentare il processo di disintegrazione delle istituzioni
dello Stato.
L¹AMERICA SI INDIGNA, MENTRE DINI E FAZIO?
Esse si agganciavano anche a quelle forze e interessi
americani, soprattutto intorno al presidente Clinton, che
stavano cercando di arginare le folli politiche di tagli
proposte da Gingrich, che era nel contempo uno dei più
accesi sostenitori della ³libera² speculazione della finanza
derivata. Infatti, le attività di George Soros erano oggetto
di indagini da parte di organi ufficiali americani,
soprattutto a partire dal giugno 1993 quando l¹allora
presidente della commissione bancaria del Congresso, il
democratico Henry Gonzalez, sollevò la questione della
grande speculazione e di Soros in una storica seduta. La
crisi in Italia aveva già raggiunto l¹orlo dell¹abisso e
minacciava di gettare la nazione in un caos totale aprendo
le porte a una cannibalizzazione dell¹economia italiana da
parte delle forze finanziarie ispirate dalla City di Londra.
In questo contesto è interessante notar il fatto che il 26
gennaio il primo ministro uscente Lamberto Dini presentò al
Parlamento il rapporto semestrale sulla politica informativa
e della sicurezza, in cui si diceva che i servizi segreti
italiani erano stati chiamati a svolgere delle indagini
sulle continue operazioni di destabilizzazione economica e
finanziaria dell¹Italia. Nel documento si leggeva che «i
mercati valutari e le Borse delle principali piazze mondiali
continuano a registrare correnti speculative ai danni della
nostra moneta originate, specie in passaggi delicati della
vita politico-instituzionale, dalla diffusione incontrollata
di notizie infondate riguardante la compagine governativa e
da anticipazioni di dati oggetto delle periodiche
comunicazioni sui prezzi al consumo». L¹azione dei servizi è
quindi stata indirizzata «alla verifica di eventuali
strategie di aggressione sistematica alla nostra sicurezza
economica, in un momento in cui è possibile attendersi la
reiterazione di manovre speculative fraudolente». Il
rapporto presentato da Dini, ma certamente da lui non
preparato, evitava accuratamente di identificare il noto
caso di George Soros. Il giorno dopo, 27 di gennaio,
parlando a Roma in occasione del cinquantesimo anniversario
dell¹Ufficio italiano Cambi (Uic), il governatore della
Banca d'Italia, Antonio Fazio, denunciava che i mercati
finanziari erano troppo forti e le banche centrali non erano
più in grado di resistere alle operazione speculative sui
mercati dei cambi. «Oggi - diceva Fazio - se le banche di
emissione tentano di far cambiare direzione o di fermare il
vento (delle operazioni finanziarie, ndr) non ce la fanno
per la dimensione delle masse in movimento sui mercati
rispetto alla loro capacità di fuoco». Per l¹Italia, il
cambiamento del clima c¹era stato nel 1990 e il vento aveva
cominciato a soffiare nel 1992: nell¹arco di quei dodici
mesi l¹Uic aveva utilizzato tutte le sue riserve di 8
miliardi di marchi tedeschi per cercare inutilmente di
smorzare la furia dei venti speculativi. Sul mercato
italiano dei cambi si registrava un¹esplosione delle
transazioni internazionali che toccavano i 50mila miliardi
giornalieri. Fazio concludeva ammettendo che le banche
centrali del mondo non possono far altro che assecondare i
³venti² finanziari e monetari. La campagna elettorale ebbe
inizio. Il governo Dini e il tentativo di Antonio Maccanico,
due ³civil servant² della grande finanza internazionale,
sono colati a picco su due scogli: il primo si chiama
Maastricht, e la sua sostanza è la logica infernale di tagli
al bilancio che, contrariamente alle paranoie monetariste,
non pareggiano i bilanci ma fanno detonare le mine sotto i
resti dell'economia reale; il secondo è costituito da una
resistenza, seppur tardiva e disorganizzata, alla
speculazione e alle privatizzazioni selvagge complottate sul
Britannia. Il quadro è completo, nitido, cristallino.
Successe di tutto in quell¹anno, capace di trasformare in
maniera indolore (fu un tracollo, un disastro senza
precedenti ma non si videro carrarmati nelle strade né
deportazioni) l¹Italia in una sorta di repubblica
centrafricana. Punta di diamante dell¹intera operazione di
svendita fu, quindi, il ³caso Britannia², riunione che si
mostrò perfettamente congruente a quello che accade prima e
dopo.
MUOIA CRAXI MA NON TUTTI I FILISTEI
Guarda caso, a differenza di Craxi, importanti protagonisti
di quella operazione sono ancora in auge al giorno d¹oggi.
L¹allora presidente del Consiglio Giuliano Amato, sì proprio
l¹uomo che non ricorda e non sa nulla. O l¹allora ministro
del Tesoro, già governatore di Bankitalia e futuro
presidente del Consiglio e presidente della Repubblica,
Carlo Azeglio Ciampi. O ancora il presidente dell¹Iri,
futuro presidente del Consiglio e presidente della
commissione Ue, Romano Prodi. Stando a quanto dichiarato dal
giornalista Fabio Andriola, «in quel periodo vi fu una
specie di ³colpo di Stato² interno alla massoneria italiana,
con il Gran Maestro Di Bernardo preoccupato per l¹offensiva
scatenata dagli incappucciati del Grande Oriente d¹Italia
capitanati da Armando Corona. La magistratura si spaccò in
due tronconi ben distinti ³ideologicamente². Ricominciarono
ad esplodere bombe che soltanto anime belle possono credere
piazzate per eliminare Maurizio Costanzo e consorte. Esplode
con tutta la sua virulenza Tangentopoli; e, dulcis in fundo,
finisce in prima pagina quel singolare scandalo, con
connotati pecorecci, che ebbe come protagonista ³Lady Golpe²,
al secolo Donatella Di Rosa, che però andò a mettere nei
guai, guarda caso, il comandante di uno dei pochissimi
reparti operativi dell¹esercito, il generale Monticone».
Accuse precise, come preciso fu per l¹ennesima volta il
comportamento del direttore generale del Tesoro, Mario
Draghi. Il quale, infatti, scese dal Britannia per evitare
di partecipare a quella che sembrava diventare una svendita
delle grandi aziende pubbliche italiane alle multinazionali
americane e britanniche. Sì, in seguito fu lo stesso Draghi
ad ammettere il suo imbarazzo. Guarda caso dopo la ³merenda²
sul Britannia le privatizzazioni vennero effettuate a ritmi
serratissimi.
LA SVENDITA DEI BENI E DELLA DIGNITÀ NAZIONALE
Parlando soltanto del settore agroalimentare, ad esempio, un
settore tradizionalmente importante per la nostra economia,
furono numerose le ditte che vennero acquistate dagli
stranieri: Locatelli, Invernizzi, Buitoni, Galbani, Negroni,
Ferrarelle, Peroni, Moretti, Fini, Perugina, Mira Lanza e
tante altre. Il meeting venne organizzato da un ben preciso
gruppo di potere londinesi: sul ³Britannia² si trasferì
infatti in quell¹occasione un pezzo della City di Londra.
Nulla di strano né di pittoresco, quindi: tanto più che
storicamente la Gran Bretagna ha sempre cercato di
ostacolare il rafforzamento di qualsiasi Paese europeo.
All¹epoca i governanti italiani, specie quelli di sinistra,
hanno cercato di accreditarsi nel ³mondo che conta²
recandosi in pellegrinaggio alla City di Londra come a Wall
Street. Assicurando ovviamente la loro disponibilità per non
disturbare troppo il manovratore. Il terminale dei politici
italiani che dovevano garantirsi sul fronte internazionale è
stato, fino a pochissimo tempo fa, proprio la City di
Londra: D¹Alema docet, Rutelli pure. In effetti, i
britannici d¹Oltremanica e quelli svezzati d¹Oltreoceano non
potevano che essere soddisfatti del comportamento tenuto dai
loro amici italiani: l¹operazione Britannia, infatti,
garantì ai soli anglo-americani di accaparrarsi quasi il 50%
(precisamente il 48%: 34 agli americani e 14 ai britannici)
delle aziende italiane finite in mano straniera. Questo è
stato il 1993, anno in cui l¹Italia e la sua classe politica
persero l¹ultimo brandello di dignità oltre che un tesoro
industriale ed economico. Ma Amato non sa o non ricorda: lui
«affretta il passo, abbassa la testa e si chiude alle spalle
la porta a vetri dell¹elegante sede del Council on Foreign
Relations sulla 68° strada?». Buona scelta e, soprattutto,
ottima compagnia.