L’Italia consegnata a Goldman Sachs
di Maurizio Blondet
effedieffe
ROMA
- Mario Draghi a Bankitalia, proveniente dalla Goldman Sachs.
Mario Monti uscente dalla Commissione, è stato assunto alla
Goldman Sachs.
Romano Prodi, futuro presidente del Consiglio, nella sua
vita è entrato infinite volte a servizio della Goldman Sachs:
era lì che trovava lavoro quando usciva dal settore pubblico
italiano.
Non sarà un conflitto d'interessi? Un tantino? Poco poco?
Ma non si può eccepire. E' vietato.
Nel quadro che ha creato Il Corriere dei Montezemolo e del
resto del salotto buono, una nuova Mani Pulite (stavolta
contro le sinistre arroccate attorno alle COOP), queste
nomine e assunzioni ci dicono che non sarà più permesso
formulare domande politicamente poco corrette, criticare le
scelte degli Illuminatissimi Fratelli.
E' la consegna dell'Italia ai poteri forti e alla banca
d'affari americana.
Chissà che miele secerne la
Goldman Sachs per attrarre così importanti maggiordomi dei
poteri forti, o che linfa secerne l'Italia, per suscitare
le cupidigie della Goldman Sachs: non abbiamo già dato, in
privatizzazioni?
Gioielli industriali dell'IRI, pagati mille volte dai
contribuenti italiani, non sono già stati svenduti tutti per
un boccone di pane?
Non ha già regalato Ciampi la Nuovo Pignone, leader
mondiale, alla sua concorrente americana?
E le banche d'affari americane, Goldman Sachs, Merril Lunch
e Morgan Stanley, non hanno già incamerato allora - quando
la prima Mani Pulite rese impossibile la difesa di quei
gioielli, fu per questo che Craxi fu distrutto - 3 mila
miliardi in grasse commissioni, per la loro esperienza nelle
privatizzazioni?
Chissà.
Sembra ieri quel 2 giugno 1992, quando il «Britannia»,
panfilo di sua maestà britannica, arrivò di fronte a
Civitavecchia con tutti i banchieri della City a b! ordo (Warburg
e Barclay, Coopers Lybrand, Barino, eccetera) a intimare le
condizioni della finanza anglo sullo smantellamento delle
partecipazioni statali.
Una torta da 100 mila miliardi, come scrisse Massimo Gaggi,
giornalista de Il Corriere che era a bordo.
Ci
andò anche Mario Draghi, d'ora in
poi intoccabile e non criticabile governatore di Bankitalia.
Allora era direttore del Tesoro.
E dovette giustificarsene in audizione parlamentare: «dopo
aver svolto l'introduzione me ne andai, e la nave partì
senza di me…in questo modo evitai ogni possibile sospetto di
commistione».
Il Britannia infatti prese il largo.
In acque internazionali, su suolo britannico, gli italiani
invitati ascoltarono le condizioni.
Fatto è che Draghi, nell'introduzione, aveva lodato le
privatizzazioni così: «uno
strumento per limitare l'interferenza politica…un obbiettivo
lodevole»: lo stesso programma de
Il Corriere oggi. Allora, il tecnocrate dettava la linea
politica.
Bastava: poi scese.
Restarono, fra gli altri, Rainer Masera (un altro
intoccabile), Giovanni Bazoli (Ambroveneto), Beniamino
Andreatta: che sarebbe diventato di lì a poco ministro.
Nel governo Amato, al Bilancio; ! nel governo Ciampi agli
Esteri, nel governo Prodi alla Difesa.
Un coccolone ha impedito al Beniamino tecnocratico di
ricoprire altri ministeri, di perfezionare i danni.
Gli altri, purtroppo, sono vegeti e pronti.
A consegnare l'Italia a Goldman Sachs.
Nel
settembre '93, alla
privatizzazione della Comit fu incaricata di presiedere la
Lehman Brothers; a quella del Credit, la Goldman Sachs.
In verità Franco Nobili, il precedente capo dell'IRI, aveva
dato quest'ultimo incarico alla Merrill Lynch; ma a quel
punto Nobili era in prigione in attesa di giudizio per Mani
Pulite (solo il tempo necessario: poi sarà prosciolto con
formula piena), e comandava Prodi.
Fu Prodi a dare l'incarico alla Goldman Sachs, «della
quale era stato consulente fino a pochi giorni prima».
(1)
La Merrill Lynch, nel giorni in
cui aveva l'incarico, aveva offerto alla Deutsche Bank il
pacchetto di Credito Italiano in proprietà all'IRI per 6
mila lire ad azione.
La Goldman Sachs fissò il valore del Credit a 2.075 lire per
azione, meno della quotazione in Borsa, che era sulle 2.230
lire.
Insomma vendette per 2.700 miliardi qualcosa che ne valeva
almeno 8 mila.
P! ersino l'Espresso si chiese: «è
dunque un regalo quello che l'IRI sta facendo al mercato?
Dal punto di vista patrimoniale è così».
Prodi
ne ha fatti, di regali.
L'Italgel, 900 miliardi di fatturato, venduta per 437 alla
Nestlé.
La Cirio-Bertolli-De Rica (CBD), 110 miliardi di fatturato,
valutata sui 1.350 miliardi, venduta a una finanziaria
lucana mai sentita, la FISVI di tale Francesco Lamiranda, «appoggiato
dalla sinistra democristiana della Campania»
secondo Il Corriere.
Era la sua unica credenziale, perché Lamiranda soldi non ne
aveva.
Offrì dapprima 130 miliardi, poi 310.
Avrebbe pagato, chiarì, vendendo i pezzi dell'azienda che si
offriva di comprare.
Ma restò l'unico acquirente.
Un'asta ci voleva: non fu fatta.
Bisognava vendere a questo Lamiranda.
Pietro Larizza, allora capo della UIL, descrisse
l'operazione così: «la FISVI
acquista senza avere ancora i soldi per pagare; per formare
il capitale necessario, vende una parte di ciò che ha
comprato; per quel che rimane cerca ancora soci finanziatori
per completare l'acqui! sto».
Antonio Bassolino (un merito gli va riconosciuto) denunciò
alla Procura di Napoli quell'affare: «c'è
il pericolo che privatizzazioni fatte in questo modo
espongano pezzi del nostro apparato produttivo alle mire
speculative e affaristiche».
Era peggio di così.
Un perito di nome Renato Castaldo scoprì che dietro lo
sconosciuto Lamiranda c'era l'Unilever, la multinazionale
olandese.
«E' documentato che la Unilever»,
scriveva, ha «inviato offerte, condotto trattative dirette e
indirette con l'IRI…predisponendo anche le clausole da
inserire nel contratto» fra Prodi
(IRI) e Lamiranda.
L'Unilever?
Prodi è stato consulente dell'Unilever dal '90 al '93, come
consulente di vaglia, a decidere le acquisizioni.
Ecco dov'è il miele
che Goldman Sachs cerca.
Ecco dov'è la linfa che trovano i grand commis nella Goldman
Sachs.
L'ape cerca i fiori, i fiori si volgono all'ape.
E' una storia d'amore.
Non ! amano noi, però.
Ci vogliono spogliare.
Note
1)
Massimo Pini, «I giorni dell'IRI,
storie e misfatti da Beneduce a Prodi»,
Mondatori, 2000, pagina 238. Gran parte delle informazioni
di questo articolo vengono dal libro di Pini.