Il futuro è
nell'Est
Siro
Asinelli
Quando
sono gli Usa o la Gran Bretagna ad imporre le regole di
mercato e di approvvigionamento energetico attraverso
l'utilizzo spregiudicato di golpe, guerre preventive,
speculazioni arrembanti e
sovvenzionamento a signori della guerra va tutto
bene.
L'instabilità del Caucaso,
dal Mar Caspio al mar Nero,
è figlia dell'imperialismo anglo britannico giunto in
quelle terre all'indomani della dissoluzione dell'impero
sovietico. Texaco,
Chevron e
British
Petroleum pronte ad azzannare i resti della
carcassa sovietica in Cecenia,
Georgia, Azerbaijan:
l'Europa supina resta a guardare
mentre golpe dopo golpe si battezzano i
chilometri di oleodotto che oggi porta
approvvigionamento energetico nel sicuro terminale
portuale di Ceyan, sulle
coste meridionali della alleata Turchia.
L'Europa non resta a guardare quando
qualche anno dopo, a poco più di una decina di anni dal
primo grande assalto ai resti ancora fumanti della
fortezza sovietica, un gruppo di fondazioni targate Usa
costruiscono a suon di dollari la figura del nuovo
presidente democratico dell'Ucraina, quel
Viktor
Yušenko già protagonista dell'ascesa oligarchica
durante il grande banchetto del Fondo Monetario
Internazionale in quel di Kiev.
L'Europa domata, allargata ad Est nel nome sacrosanto
della Nato, si sbraccia in
favore della 'rivoluzione
arancione', colpo di Stato colorato al pari di
quello georgiano. Tra i primi ad esultare sono proprio
quegli Stati membri che prima di entrare nel consesso
europeo hanno ottenuto il passaporto atlantico: Polonia
ed Ungheria. Varsavia in particolare gioca il ruolo
dell'intermediario 'democratico' tra la fazione filo Usa
e quella filo russa.
Un anno fa gli echi della Guerra Fredda, sbrigativamente
archiviata da un Gorbaciov
intento a pubblicizzare l'apertura del primo 'McDonald'
di Mosca ed un Eltsin che
beve coca-cola tra un cicchetto
di vodka e l'altro, diventano il suono in vicinanza di
una battaglia mai sopita.
A quell'Europa sicura di un
irreversibile marcia verso il mercato unico liberista a
guida statunitense risponde la Russia di
Putin, di volta in volta
additato come "dittatore", "nuovo zar", "imperialista",
a secondo che la sua azione
sia diretta a contenere l'aggressione atlantica, a
consolidare la Federazione russa, a difendere gli
interessi nazionali.
Non potendo attaccare il Cremlino
fino in fondo, si attaccano i suoi alleati più fedeli,
Bielorussia in testa. La
battaglia si fa ridicola quando
per dimostrare sotto quale dittatura vivano i
bielorussi si porta ad
esempio una recente legge sull'immigrazione che nega
alle modelle del Paese di spostarsi in lungo e largo per
i territori degli atlantici.
Il protezionismo suona male sulle bocche dei nemici, ma
nessuno si scandalizza quando
gli Usa dimostrano con bombe intelligenti, uranio
impoverito e fosforo bianco che sono pronti a difendere
quello che considerano "il giardino di casa", ovvero il
resto del mondo.
Putin incassa in questi
giorni una vittoria che va ben al di là dell'accordo
siglato tra il suo braccio destro
Medvedev e gli ucraini della 'Naftogaz'.
La partita era doppia: da una parte dimostrare al
consesso internazionale che la Russia è in grado di
dettare legge sul piano commerciale e dall'altra
lanciare l'ennesimo avvertimento ai vicini europei sulla
necessità che essi rivedano in tempo
le loro oltranziste posizioni filo atlantiche.
Solo pochi mesi fa, quale
ultimo atto di sette anni di guida della cancelleria
tedesca, l'ex primo ministro tedesco
Schroeder ha raccolto la
sfida di Putin apportando la
sigla della Germania sul progetto del gasdotto baltico,
l'alternativa del futuro allo strapotere atlantico in
fatto di approvvigionamento energetico. Gli alleati
dell'Unione hanno gridato al tradimento, miopi nella
loro sudditanza a Washington.
È ora che l'Europa si scrolli di dosso l'ingombrante
fardello statunitense.
L'Europa è ad Est, non al di là dell'Oceano Atlantico.