L’oro blu di Sigonella. Quanto ci costano gli
USA
Così
manteniamo le basi americane
Nella base siciliana, tra bollette «calmierate» e
vantaggiosi buoni benzina che alimentano gli incidenti
stradali. Come gli americani sperperano acqua ed energia
elettrica e come gli italiani contribuiscono a finanziare
gli sprechi
C'è fango, molto fango tra gli hangar, i depositi di
munizioni e la cittadella made in Usa di Sigonella. Non è
una metafora e questa volta non c'entra la mafia che pure di
fango ne ha sparso e secondo qualcuno continua a spargerne
fuori e dentro i dieci chilometri di filo spinato che
circondano una base in continua via di ampliamento. Quello
che le ruspe continuano incessantemente a spalare dalla metà
di dicembre è il prodotto di quanto la natura ha voluto
improvvisamente riprendersi quando i due fiumi che
circondano l'area militare hanno deciso di riunirsi in un
unico pantano melmoso. Quello che il deputato regionale
Lillo Micciché, trapiantato ai Verdi da Rifondazione
comunista, definisce sorridendo come il risultato
dell'espropriazione delle terre ai contadini. «Se fossero
stati coltivati, questi terreni avrebbero tranquillamente
assorbito l'acqua piovana e quella esondata dai fiumi».
Invece, è bastata un'alluvione a inceppare una delle
strutture militari strategicamente più importanti del
Mediterraneo, vuoi per il ruolo logistico svolto vuoi per
un'altra funzione nel frattempo acquisita: il controllo
aereo del Mediterraneo alla ricerca dei barconi di
«clandestini».
Sorveglianza delle frontiere della «fortezza Europa» ma
anche soccorso quando le imbarcazioni, spesso e volentieri,
vanno alla deriva, ci tiene a far sapere il colonnello
Antonio di Fiore, comandante italiano della base.
Chi paga le bollette?
L'acqua pare essere così l'elemento predominante in questo
lembo di Sicilia, provincia degli States, che di solito fa
notizia per siccità e penuria. E il metro e più di
fanghiglia che hanno sommerso la base tra il 13 e il 14
dicembre appaiono come una nemesi per una base che spreca
«oro blu» più di qualsiasi comune italiano: circa 700 mila
galloni al giorno, e se un gallone sfiora i 4 litri vuol
dire oltre 976 milioni e 530 mila litri all'anno, su una
popolazione di circa 5 mila persone tra militari, loro
familiari e operai civili. Fatto qualche altro calcolo, se
ne desume che il consumo pro-capite è di circa 210 mila
litri all'anno, «un valore nettamente più altro del consumo
medio di una città italiana di grandi dimensioni (circa 180
mila litri per abitante, dove però solo il 35-40 per cento è
realmente imputabile al consumo casalingo, mentre il resto è
destinato a usi civili, industriali e agricoli)», scrivono
in un dettagliato dossier gli attivisti del Comitato per la
smilitarizzazione di Sigonella, protagonisti nel passato
anche di affollate manifestazioni antimilitariste, in
particolare alla vigilia della seconda guerra del Golfo,
quando dalle basi italiane partivano armi e mezzi americani
per l'Iraq. Cosa ne facciano i militari di tutta quest'acqua
non è dato sapere, ma di sicuro costituisce un problema
anche per le autorità Usa, che hanno avviato campagne di
sensibilizzazione del personale e delle loro famiglie per
ridurre quelli che loro stessi definiscono «sprechi e
abusi». E che tradotti in cifre fanno 1.226.400 dollari
all'anno, per il rifornimento e la potabilizzazione.
Ma chi paga tutti questi soldi? A porsi più di un dubbio è
il deputato verde Mauro Bulgarelli, forte delle cifre
provenienti direttamente dal Congresso Usa. Secondo le quali
l'Italia pagherebbe il 37 per cento dei «costi di
stazionamento» delle forze armate Usa nel nostro paese. In
gergo tecnico si chiama burden sharing, «condivisione del
peso», in soldoni fanno centinaia di milioni di dollari,
sotto forma di contributi diretti, una minima parte, e di
cosiddette facilities, «agevolazioni». Vale a dire sgravi
fiscali, sconti e forniture gratuite per trasporti, tariffe
e servizi per i soldati e le loro famiglie. Ad esempio, nel
2002 il contributo sarebbe ammontato a 326 milioni di
dollari, tre dei quali in contanti, gli altri in facilities.
Il vantaggio di essere yankee
Dunque la questione rimane irrisolta. Perché non ci sono
solo le salate bollette dell'acqua ma anche quelle della
corrente elettrica, visto che la base divora ogni anno
energia per oltre quattro milioni di dollari. Il comandante
Di Fiore assicura che ognuno paga per quanto consuma, e solo
per alcuni servizi ci sono spese congiunte. «Gli Stati uniti
pagano un affitto, dal quale vanno sottratte alcune
facilities come il carburante», spiega. E non solo. Ad
esempio, la Regione Sicilia ha erogato 388.150 euro per la
costruzione delle nuove linee di trasmissione elettrica tra
la centrale Enel di Pantano D'Arci e la base. O ancora,
dall'aprile 2003 è entrato in vigore un accordo tra Us Navy,
Enel e Monte dei Paschi di Siena per assicurare ampi
risparmi sulle tariffe e una riduzione dell'Iva sulle
bollette elettriche ai correntisti dell'istituto toscano.
Solo se americani, s'intende.
Non che agli americani manchino i soldi, se è vero che
l'amministrazione Bush ha stanziato, da qui al 2007 per la
sola base di Sigonella, ben 675 milioni di dollari per
consentirne il potenziamento. Una cifra che ne fa il secondo
più oneroso programma al mondo di investimenti in
infrastrutture per l'esercito a stelle e strisce impegnato
nella «guerra al terrorismo». E infatti, stando a quanto
rivelato qualche tempo fa dal quotidiano spagnolo El pais,
la base siciliana sarà elevata a «postazione avanzata» nella
lotta all'islamismo radicale, insieme a quella navale di
Cadice, in Spagna. Ma il punto è che i soldi Usa sono
destinati all'ampliamento del sito e non al pagamento delle
bollette, per le quali invece gli «alleati» devono
ringraziare i contribuenti italiani, che consentono di far
risparmiare ai taxpayers americani, secondo stime dei
comandi Usa, ben 190 milioni di dollari all'anno.
Militari a tutto gas
Non bastasse, per scorrazzare liberamente sulle strade
italiane i militari Usa pagano la benzina appena 40
centesimi al litro, per un totale di 400 litri di benzina al
mese a testa. Meno della metà di un qualsiasi automobilista.
Cosa che, stando al settimanale destinato agli americani di
Sigonella The signature, alimenterebbe un fiorente traffico
al nero di buoni benzina, da 5, 10 e 20 litri , da
utilizzare in qualsiasi distributore Ip, Agip o Esso, e un
discreto numero di incidenti stradali. Circa 800 all'anno,
in media 2,17 al giorno, solo in parte giustificati dal
pessimo stato delle strade che la provincia di Catania pensa
bene di mantenere piene di buche. Un problema anche per i
comandi militari, l'indisciplina dei marines. Sul quale
l'esercito e le istituzioni italiane paiono pronte a
sorvolare, in nome dell'assunto per cui «gli americani
portano tanto lavoro e un indotto economico che al sud non
c'è da nessun altra parte».
Difficile dargli torto, con 1.200 civili che quotidianamente
lavorano nella base più l'indotto, il business dei rifiuti,
il vicino porto nucleare di Augusta stretto tra due
petrolchimici e i ricchi appalti per l'ampliamento. E si sa,
in Sicilia quando si parla di soldi bisogna spesso fare i
conti con la mafia, come dimostrano alcune inchieste su
Sigonella che negli anni passati hanno visto coinvolti
appartenenti alla cosca catanese di Nitto Santapaola. Ma
questo è un altro capitolo.
A cura :
Forza Nuova
Catania-
Mafia a
Sigonella nella base dei “liberatori” Usa
Molto dure
sono le condizioni di vita per i “lavoratori italiani
schiavi” a Sigonella ( un retaggio che risale alla Seconda
Guerra Mondiale), i diritti dei lavoratori non sono
rispettati, anche se tutti sono inquadrati nei rispettivi
Contratti Nazionali. Ma non è solo il non rispetto della
dignità di chi vi lavora che fa discutere: La Mafia che ha
collaborato attivamente allo sbarco angloamericano nel 1943,
svolge il ruolo di gestione diretta di appalti legati alla
base Usa. Nel 1997 la DIA ( Direzione Investigativa
Antimafia) ha la certezza che un proprio e vero sistema
mafioso funziona dalla fine degli anni”80. I “ nomi
eccellenti” protagonisti della vicenda sono: Eugenio Galea,
vice di Santapaola e Vincenzo Aiello, che gestisce la cassa
comune dove vanno a finire i guadagni delle varie attività
criminali e da cui partivano gli investimenti in “attività
legali”. Aiello ha controllato anche l’Alisud, azienda che
gestiva lo scalo aeroportuale della base.
Ma la cosa più
grave, ma che non lascia più di tanto meravigliati
conoscendo la rete di complicità e connivenza che la mafia
ha da sempre avuto con gli americani, è che gli appalti
finivano in mani mafiose proprio grazie a complicità
all’interno della base del US Navy. Il buon Galea godeva,
infatti, del nulla osta Nato, che gli consentiva l’accesso
alla base ed agli uffici contratti della marina Usa.
Galea non era
un mafioso qualsiasi, ma era vice-rappresentante della
famiglia di Catania. Gli investigatori della Dia
evidenzieranno successivamente che ci furono “complicità
interne” che sfruttavano i rapporti con i responsabili della
marina Usa ed i funzionari degli uffici contratti delle basi
Nato di Napoli e Sigonella”, i quali hanno favorito
l’aggiudicarsi degli appalti alle società legate alla mafia.
Tutto il territorio che gravita intono alla base è del resto
sotto il rigido controllo dell’”onorata società”.
L’”importantissima e munitissima” base statunitense, chiusa
per i comuni mortali, resta invece aperta alla mafia. La
totale sudditanze dell’Italia dal 1945 ad oggi , con lo
status di “colonia statunitense”, hanno relegato l’isola
siciliana al ruolo di terra di mafiosi e gangster a stelle e
strisce, tra la totale subalternità dei vari governi della
“repubblica nata dalla resistenza” e la resa incondizionata
della presenza dello Stato e della sua sovranità, in quella
che fino a prova contraria è e resta territorio italiano.
Italiasociale